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Diario


13 maggio 2007

IL CASO AZMI BISHARA

di Michel Gurfinkiel

«Ogni arabo è a casa sua in tutto il mondo arabo». E' quello che afferma l'ex deputato arabo israeliano Azmi Bishara in un'intervista diffusa da Al-Jazeera. Gli ebrei invece hanno soltanto Israele.

Nato nel 1956 a Nazaret, questo cittadino israeliano appartiene alla minoranza araba cristiana. Compie i suoi studi secondari nel liceo battista della sua città natale. Nel 1974 s'iscrive all'Università ebraica di Gerusalemme. Vicino al partito comunista israeliano, come la maggior parte degli arabi israeliani cristiani in quell'epoca, effettua in seguito degli studi di secondo e terzo ciclo nella Germania dell'Est, paese che non riconosce Israele e che coordina gran parte delle attività anti-israeliane del blocco sovietico, ivi comprese le operazioni terroristiche. Nel 1986 ottiene un dottorato di filosofia all'Università Humboldt di Berlino-Est, che allora è uno dei bastioni intellettuali del totalitarismo comunista. Questo non gli impedisce affatto di tornare in Israele per svolgervi una carriera universitaria a due facce: ricercatore presso l'Istituto Van Leer, l'equivalente israeliano del CNRS, e decano della facoltà di filosofia e degli studi culturali all'università palestinese di Birzeit, in Cisgiordania.
Nel 1996 è eletto deputato al parlamento israeliano, la Knesset, per la lista nazionalista araba Balad, d'ispirazione nasseriana. Nessuna istanza ufficiale israeliana si oppone a questa elezione per motivi di sicurezza nazionale. Viene rieletto altre quattro volte: nel 1999, nel 2001, nel 2003 e nel 2006. Nel 1999 fa perfino atto di candidatura al posto di primo ministro. La sua linea politica? Un rifiuto categorico dello Stato d'Israele come tale e delle sue istituzioni, un sostegno sistematico al nazionalismo palestinese e al nazionalismo arabo, un militarismo incessante per la trasformazione d'Israele in uno Stato binazionale ebreo-arabo destinato a dissolversi in una Grande Palestina araba. In compenso, neppure il più piccolo sostegno ai suoi fratelli arabo-cristiani israeliani (in particolare quando i musulmani di Nazaret tentano di costruire una moschea gigantesca di fronte alla basilica cattolica dell'Annunciazione), né ai palestinesi cristiani (sottoposti a incessanti persecuzioni e costretti all'esilio dopo l'instaurazione dell'Autonomia palestinese nel 1994).
Nel 2001 Bishara si reca in Siria, paese con il quale Israele è in guerra, de jure e de facto. Lì s'incontra con il presidente Bashar el-Assad e gli fa l'elogio di Hezbollah, l'organizzazione terroristica e collaborazionista che organizza la comunità sciita libanese per conto di Teheran e di Damasco. Il governo israeliano - allora diretto da Ariel Sharon - ordina un'inchiesta che si concluderà con un nulla di fatto. Ma la Knesset in seguito voterà una nuova legge che vieta ai suoi membri ogni contatto non autorizzato con Stati nemici.
Durante la guerra dell'estate 2006 tra Israele e Hezbollah, Bishara prende fragorosamente parte per quest'ultimo. Nel settembre 2006 si reca in Siria, in compagnia di due altri deputati arabi israeliani e mette pubblicamente in guardia i suoi interlocutori contro una nuova guerra che Israele scatenerà per «ristabilire la sua capacità di dissuasione militare». Si reca poi in Libano, dove afferma che «Hezbollah ha risvegliato lo spirito di resistenza del popolo arabo». Questa volta le autorità israeliane avviano delle azioni giudiziarie, invocando in particolare la legge del 2001.
Bishara prende paura. Lascia Israele nell'aprile 2007. Il 22 aprile fa pervenire alla Knesset le sue dimissioni attraverso l'intermediario dell'ambasciata israeliana al Cairo.
Quello che viene fuori da questi dati è l'immagine - poco brillante - di un uomo a cui una democrazia, Israele, ha permesso di condurre la sua vita e la sua carriera come gli pareva e che non ha mai smesso di combatterla, di diffamarla e alla fine di tradirla.
Ma la cosa essenziale, la più decisiva, sta nell'intervista che Bishara ha accordato dopo la sua fuga, il 18 aprile scorso, a Al-Jazeera, la CNN araba situata nel Qatar. In essa dichiara che lui «è cresciuto in seno alla cultura araba», che ha degli amici in tutto il mondo arabo», che non ha «alcuna identità israeliana», e che «i nemici d'Israele non saranno mai i suoi nemici». In poche parole, non esisterebbe, secondo lui, un conflitto israelo-palestinese - non pronuncia nemmeno una volta la parola «Palestina» - ma piuttosto un conflitto globale tra Israele e la totalità di un mondo o di una nazione araba di cui lui sarebbe, nonostante il suo passaporto israeliano, un cittadino e un combattente.
Si noti. Se Israele fosse stato creato a spese di una nazione palestinese, le dovrebbe delle riparazioni e dovrebbe accettare, come minimo, una suddivisione territoriale su un piede di parità. Ma se la nazione palestinese non esiste, e se il conflitto si situa, come dice Bishara, tra Israele e la nazione araba tutta intera, si entra in una logica del tutto differente: quella di un piccolo Stato che difende la sua sopravvivenza di fronte a un insieme geopolitico infinitamente più grande. E che, quindi, ha il diritto di esigere uno spazio territoriale minimo, un orticello sulla Terra promessa.
Interrogato nel 1937 da una commisione d'inchiesta britannica sulla Palestina, Vladimir Jabotinski aveva dichiarato che le rivendicazioni di un mondo arabo già provvisto di numerosi Stati erano senza dubbio rispettabili in sé, ma che apparivano, quando le si paragonavano con quelle di un popolo ebraico senza Stato, come «le rivendicazioni dell'appetito» di fronte a «quelle della fame». Sessant'anni dopo, Bishara conferma questo punto di vista.
(UPJF, 3 maggio 2007 - trad. www.ilvangelo.org)

Per completezza di informazione aggiungo una notizia del 22 novembre 2001: «
Due parlamentari arabi israeliani, Ahmed Tibi (dell'Arab Movement for Renewal) e Muhammad Barakeh (presidente del partito Hadash), hanno confermato d'aver incontrato Rahim Maluah, vice segretario generale dell'FPLP (Fronte Popolare di George Habbash, con base in Siria), il gruppo terrorista palestinese che ha rivendicato l'assassinio del ministro e parlamentare israeliano Rehavam Ze'evi, ucciso a sangue freddo il mese scorso in un albergo di Gerusalemme. L'incontro è avvenuto mercoledì 21 novembre alla presenza del presidente dell'Autorità Palestinese Yasser Arafat, nell'ufficio di quest'ultimo a Ramallah. Il parlamentare Ahmed Tibi giovedì ha definito Rahim Maluah "importante personalità politica della leadership palestinese" e suo "amico personale". L'FPLP figura sulla lista delle organizzazioni terroristiche compilata dagli Stati Uniti» (J.post). Alle elezioni del 2006 Ahmed Tibi si è ripresentato alle elezioni e il governo israeliano ha decretato, per le ragioni sopra esposte, l’inammissibilità della sua candidatura; Tibi ha fatto ricorso alla Corte Suprema e quest’ultima ha obbligato il governo a riammetterlo (per via della faccenda dell’apartheid, della discriminazione, dei cittadini di serie A e di serie B e di tutte le altre spassosissime barzellette che girano su Israele)

(E ricordiamo)


barbara




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