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6 maggio 2007

IGOR MAN, OVVERO L’ARTE DELLA DISINFORMAZIONE

Comunicato Honest Reporting Italia 6 maggio 2007

In questo articolo dal titolo "Il Golan e la pace in Iraq" apparso sulla Stampa venerdì 4 maggio 2007 a pagina 1, Igor Man ci offre un collage dei suoi temi abituali. Vediamolo in dettaglio.

«Missione compiuta»: scandì visibilmente felice il presidente Bush annunciando la «conclusione positiva» della campagna militare contro il terrorismo in Iraq. Quattro anni sono trascorsi da quella euforica proclamazione (il «discorso della portaerei») e la guerra non soltanto continua: c’è il rischio addirittura che si incarognisca facendo della (fallita) missione del presidente Bush l’infausta scintilla che si trasforma in rogo provocando così un «disastroso conflitto regionale».
Sono ormai decenni, signor Man, che lei e i suoi simili ci state raccontando la storiella della scintilla - provocata dalle nostre improvvide iniziative - che incendierà l'intera regione: ancora non vi siete stufati di gridare al lupo dopo avere mille volte constatato che il lupo non c'è? A parte questo, la guerra in Iraq non è "la missione di Bush", bensì una parte della guerra al terrorismo, che dovrebbe essere la missione dell'intero mondo civile. E se l'intero mondo civile si fosse mobilitato, per inciso, forse le cose sarebbero andate un po' meglio.


Basterà la enfatizzata conferenza di Sharm el-Sheikh a scongiurare una contagiosa deriva irachena? Vediamo.
Il Primo Maggio, esattamente quattro anni dopo l’annuncio fallace di Bush, il Congresso ha fatto pervenire al Presidente la legge che in pratica sancisce il ritiro delle truppe Usa dall’Iraq. Dabliù Bush ha firmato il veto «con la stilografica avuta dal padre d’un marine caduto combattendo contro il terrorismo», definendo la legge approvata dal Congresso (a maggioranza democratica) una «pericolosa miscela di confusione e caos».
Non ha molto a che fare col merito dell'articolo, ma ci permettiamo ugualmente di far presente che sbeffeggiare il nome di Bush, da parte di un signor Manzella che firma i suoi pezzi con un nome d'arte, non ci sembra il massimo della finezza.

Insomma «la missione continua» per far sì che il sogno della pace in Medio Oriente «finalmente si realizzi».
Un vecchio adagio mediorientale recita: «Senza l’Egitto non si può fare la guerra, senza la Siria non si può fare la pace».
I palestinesi hanno scatenato quest'ultima guerra terroristica iniziata nel settembre 2000 senza l'Egitto; l'Iraq ha attaccato prima l'Iran e poi il Kuwait senza l'Egitto. Egitto e Giordania hanno fatto la pace con Israele senza la Siria. Quindi il "vecchio adagio mediorientale" è totalmente privo di fondamento, e totalmente privo di fondamento è, di conseguenza, tutto il discorso che segue, che su di esso si basa.


Non senza fatica, ostinatamente, il segretario di Stato americano, la Signora Condoleezza Rice, combatte oramai da quattro anni una battaglia politica coraggiosa volta giustappunto a tradurre in realtà quell’adagio mediorientale.
Dica, signor Man, il fatto che non ci sia riuscita vorrà dire qualcosa?

Ieri, dopo un primo annuncio semanticamente ambiguo, il portavoce del ministro degli Esteri egiziano Abul Gheit ha infine confermato l’incontro fra il Segretario di Stato americano e il ministro degli Esteri della Siria, Walid al Muallim, incontro durato almeno trenta minuti. Sarebbe incauto esultare ma certamente s’è rotto un tabù.
Buone fonti ci dicono che messi da parte i convenevoli d’uso, l’americana e il siriano abbiano centrato subito il bersaglio grosso: la presenza della Siria a un auspicabile tavolo di pace sul modulo della Conferenza di Madrid, seguita alla prima campagna americana in Iraq, Desert Storm: 1991.
Visti i risultati della conferenza di Madrid, siamo davvero sicuri che sia "auspicabile" un tavolo della pace su quel modello? Siamo sicuri che altri tre lustri di terrorismo intenso con migliaia di morti da entrambe le parti siano la cosa più desiderabile per la regione?

A quanto ci è dato sapere, la risposta del siriano all’americana
"del siriano all'americana"? Non hanno un nome o una qualifica queste due persone?

sarebbe stata, in buona sostanza, questa: quando l’altopiano del Golan sarà tornato alla Siria verrà la pace e sarà per sempre.
Vale forse la pena di ricordare - almeno per i nostri lettori più giovani - che quando l'altopiano del Golan era in mano alla Siria non c'era affatto pace, bensì guerra, nel senso che da lassù i siriani sparavano sistematicamente sui contadini israeliani a fondovalle e sui pescatori israeliani lungo le coste. E poiché il signor Man non ci risulta essere giovanissimo, non dovrebbe avere bisogno di farselo ricordare da noi. Vale anche la pena di ricordare che, come si può leggere qui, l'appartenenza del Golan alla Siria non è proprio del tutto scontata e pacifica.

Se le cose stan veramente così, possiamo dire che la Siria abbia esumato (una volta ancora) la risoluzione dell’Onu 242, famosa e controversa: nel testo inglese si legge del ritiro (di Israele) «da» (from) territori occupati, nel testo redatto in francese è detto invece «dai» (des).
Come il signor Man sicuramente sa, la "famosa e controversa" risoluzione 242 (che potete leggere qui) richiede anche che le parti si accordino, tra le altre cose, sui confini: che senso avrebbe questa richiesta, se Israele dovesse tassativamente ritirarsi DAI territori occupati durante la guerra? Che cosa ci sarebbe mai da discutere e da concordare? In realtà le controversie sono nate unicamente dai polveroni sollevati in seguito, non dal testo della risoluzione.

Nell’aprile del fatale 1973 (l’anno della Guerra del Kippur), a Gedda, quel carismatico sovrano che fu Feisal d’Arabia Saudita mi disse che la chiave della pace c’era: la risoluzione 242.
La domanda, come si suol dire, si impone: se la chiave della pace stava nella 242, perché la 242 è stata respinta all'unanimità dagli arabi con i famosi "tre no di Khartoum": no al riconoscimento di Israele, no al negoziato, no alla pace, ossia le cose che la suddetta 242 richiedeva loro in cambio del ritiro israeliano? E perché in quel "fatale 1973" gli arabi hanno parimenti respinto - con l'unica eccezione dell'Egitto - la 338 che sostanzialmente ricalcava la 242?

«Nella versione francese, ovviamente». E ieri, in una intervista al Tg1, Mouhsen Bilal, ministro dell’Informazione siriano (studi a Padova, italiano perfetto) ha, sia pure indirettamente, richiamato la 242 dicendo che la pace in Medio Oriente («una pace globale») ci sarà allorché l’altopiano del Golan tornerà alla Siria.
"Indirettamente", certo: una vaga disponibilità a riconoscere "implicitamente" Israele, un richiamo "indirettamente" alla 242 ... quando si tratta di Israele pare che le cose più vaghe e indefinite siano considerate accettabili.

La domanda era stata se Damasco fosse disposta a parlar di pace con Israele.
E la risposta, come ci è appena stato detto, è stata "indiretta". E al signor Man a quanto pare è sembrata sufficiente.

Sempre nell’ambito (come al solito solenne seppur vagamente pacchiano) della Conferenza indetta per assicurare la ricostruzione, domani, e la sopravvivenza, oggi, del martoriato Iraq, la Signora Rice ha avuto «un breve incontro» con il ministro degli Esteri iraniano, il «moderato» Manucher Mottaki.
Giustamente, trattandosi di un politico iraniano, il signor Man pensa bene di mettere l'aggettivo "moderato" tra virgolette. Ma allora, perché chiamarlo moderato se, contestualmente, ci dice che moderato non è affatto?

È vero che la politica è l’arte del possibile ma ancorché sia nell’interesse di tutti (dagli Stati Uniti all’Arabia Saudita, dall’Europa a Israele, alla Cina) che si spegnessero i troppi «focolai di disturbo» che rischiano di massacrare una intera regione – strategica - del mondo, allo «stato degli atti» un cammino di pace rimane più che mai difficile da tracciare. Ad angustiarci non è soltanto il sanguinoso tritacarne iracheno (a proposito: il fiume di dollari del Compact, una sorta di Piano Marshall pro-Baghdad, chi ne eviterà lo straripamento nell’intrallazzo?), anche la crisi politica che attanagli Israele è serio motivo di preoccupazione. Se l’attuale, e contestato primo ministro dovesse cadere e nuove elezioni riportassero al potere qualche leader che considera la guerra un tocca-e-sana, c’è da temere un ineludibile scambio di missili fra Teheran e Gerusalemme.
La guerra un "tocca-e-sana"? Un "ineludibile" scambio di missili?? E se a questo scambio di missili si arrivasse, abbiamo già deciso che la colpa sarebbe indiscutibilmente di Israele? A parte questo, non è stato l'attuale primo ministro ad approvare la guerra in Libano l'estate scorsa? Non è stato fino a ieri considerato dalle anime belle alla Igor Man come un guerrafondaio? Adesso che rischia di cadere non lo è più? Con quale serietà vengono dunque condotte le analisi di questo "esperto" del Medio Oriente? E, inoltre, chi sarebbe questo "leader che considera la guerra un tocca-e-sana" da RIportare al potere? Quali leader israeliani hanno fatto guerre che non fossero di difesa? E, allargando il campo, quali leader israeliani che abbiano partecipato a guerre - di qualunque genere fossero - sono ancora vivi e attivi?

Ma è anche vero che da che mondo è mondo dal grembo insanguinato della guerra è sempre nata la pace.
Vero. A patto che non ci si mettano di mezzo i pacifisti ad impedire agli aggrediti di vincere e agli aggressori di essere sconfitti, con l'unico risultato di protrarre la guerra all'infinito e di allungare all'infinito la catena dei morti.

La pletorica Conferenza di Sharm el-Sheikh non risolverà certo la fosca tragedia dell’Iraq, ma qualche segnale positivo lo ha dato. Se son rose fioriranno, ma bisogna far presto poiché la Rosa di Baghdad, l’ariosa città dei due fiumi, ha oramai soltanto pochi petali sul gambo lordo di sangue. Innocente.
Pittoresca conclusione, in perfetto "stile Igor Man" e, come al solito, sostanzialmente vuota di significato.

In perfetta linea con quanto da sempre conosciamo di Igor Man, anche in questo articolo abbiamo un equilibrato mix di chiacchiere, pittoresche note di colore e disinformazione: da un giornalista che passa per esperto del Medio Oriente ci si aspetterebbe francamente qualcosa di più. Se siete d'accordo anche voi, potete dirlo scrivendo a
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Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi presso
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barbara




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