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Diario


25 aprile 2007

“L’INFERNO DI ISRAELE È MIGLIORE DEL PARADISO DI ARAFAT” – parte seconda

Preferire Israele ai regimi arabi
I palestinesi – da quelli di grado più basso a quelli di rango elevato – talvolta ammettono di preferire Israele ai paesi arabi. Come osservava un dirigente dell'OLP: "Non temiamo più gli israeliani o gli americani, malgrado la loro ostilità nei nostri confronti, adesso però temiamo i nostri ‘fratelli' arabi". Oppure, come rileva a grandi linee un abitante di Gaza: "Gli arabi dicono di essere nostri amici e ci trattano peggio degli israeliani". Qui di seguito alcuni esempi di atteggiamenti tenuti verso tre Stati:
Siria. Salah Khalaf (alias Abu Iyad), una delle più autorevoli figure dell'OLP, nel 1983 dichiarò che i crimini commessi dal regime di Hafiz al-Assad contro i palestinesi "hanno superato quelli perpetrati dal nemico israeliano". Stesso atteggiamento fu quello tenuto da Yasser Arafat ai funerali di un personaggio dell'OLP ucciso su istigazione siriana: "I sionisti hanno provato a ucciderti nei territori occupati e non essendoci riusciti ti hanno deportato. Ma i sionisti arabi, rappresentati dai governanti di Damasco, hanno pensato che ciò fosse insufficiente, così sei caduto da martire".
Giordania. Victor, un giordano che un tempo lavorava come assistente di un importante ministro del governo saudita, nel 1994 osservò che Israele era l'unico paese del Medio Oriente per il quale egli nutriva ammirazione. "Vorrei che Israele prendesse il controllo della Giordania" egli asserì, accompagnato da cenni di approvazione da parte del fratello. "Gli israeliani sono l'unico popolo dell'area ad essere organizzati, che sanno come agire. E non sono cattivi. Sono onesti. Mantengono la parola data. Gli arabi non riescono a fare nulla di giusto. Si guardi alla cosiddetta democrazia esistente in Giordania. È un'assoluta burla".
Kuwait. I palestinesi collaborarono con le forze irachene quando esse occuparono il Kuwait nel 1990 così, quando il paese venne liberato, essi ricevettero un duro trattamento. Un quotidiano palestinese rilevò che in Kuwait: "I palestinesi ricevono un trattamento perfino peggiore di quello riservato loro dai nemici, gli israeliani". Sopravvissuto all'esperienza del Kuwait, un altro palestinese non ha usato mezzi termini nell'asserire: "Adesso penso che Israele sia il paradiso. Oggi, amo gli israeliani. So che ci trattano da esseri umani. La Cisgiordania [allora ancora sotto il controllo di Israele] è meglio [del Kuwait]. Almeno, prima che gli israeliani ti arrestino, esibiscono un mandato". Con meno esuberanza, Arafat stesso concordava: "Ciò che il Kuwait ha fatto al popolo palestinese è peggiore di quanto fatto da Israele nei territori occupati".
Decenni fa parecchi palestinesi conoscevano già i pregi della vita politica israeliana. Come spiegò un uomo di Ramallah: "Non dimenticherò mai quel giorno, durante la guerra del Libano [del 1982] in cui un parlamentare arabo della Knesset si alzò in piedi e chiamò assassino [il primo ministro Menachem] Begin. Questi non replicò affatto. Se lo avesse detto ad Arafat, non credo che quella sera quell'uomo avrebbe fatto ritorno a casa". Prima della nascita dell'Autorità palestinese, avvenuta nel 1994, la maggior parte dei palestinesi faceva sogni di autonomia senza tanto preoccuparsi dei dettagli. Dopo che Arafat fece ritorno a Gaza, costoro furono in grado di fare una diretta comparazione tra il suo modo di governare e quello di Israele, e lo fecero con una certa frequenza. Avevano parecchi motivi per preferire la vita in Israele.

Uso limitato della violenza. Dopo che la polizia dell'Autorità palestinese fece un'incursione in piena notte nell'abitazione di un sostenitore di Hamas e malmenò sia lui che il padre 70enne, l'anziano uomo urlò alla polizia: "Perfino gli ebrei non si sono comportati da vigliacchi come voi". E il figlio, una volta uscito di prigione dichiarò che l'esperienza da lui fatta nelle galere palestinesi fu peggiore di quella vissuta nelle prigioni israeliane. Un oppositore del regime di Arafat mise in evidenza come i soldati israeliani "cominciano a lanciare gas lacrimogeni per poi sparare proiettili di gomma, e solo in seguito fanno realmente fuoco. Loro non hanno mai aperto fuoco contro di noi senza aver ricevuto ordine diretto di farlo, e anche così si limitano a sparare qualche proiettile. Ma la polizia palestinese inizia a far fuoco subito e ovunque".
Libertà di espressione. ‘Adnan Khatib, proprietario e direttore di Al-Umma, un settimanale di Gerusalemme il cui poligrafico venne dato alle fiamme dalla polizia dell'Autorità palestinese nel 1995, lamentò i guai che gli fecero passare i dispotici leader dell'Autorità palestinese da quando presero le redini del potere. "Le misure prese contro i media palestinesi incluso l'arresto di giornalisti e la chiusura dei quotidiani sono ben peggiori di quelle prese dagli israeliani contro la stampa palestinese". In un paradossale corso di eventi, Na‘im Salama, un avvocato di Gaza venne arrestato dall'AP con l'accusa di diffamazione per aver scritto che i palestinesi avrebbero dovuto adottare gli standard israeliani di democrazia. In modo specifico, egli fece riferimento alle accuse di frode e abuso di fiducia mosse contro l'allora primo ministro Binyamin Netanyahu. Salama osservò come il sistema israeliano avesse permesso alla polizia di condurre indagini su di un Premier in carica e si chiese se la stessa cosa sarebbe potuta accadere al leader dell'AP. Per questa sua impudenza egli finì in galera. Hanan Ashrawi, un accanito critico di Israele, ammise (con riluttanza) che lo Stato ebraico ha qualcosa da insegnare al nascente Stato palestinese: "la libertà dovrebbe essere una di queste cose, sebbene sia stata applicata in modo selettivo, ad esempio sotto la forma di libertà di espressione".‘Iyad as-Sarraj, un eminente psichiatra, direttore del Community Mental Health Program di Gaza confessa che "nel corso dell'occupazione israeliana, ero cento volte più libero [che sotto l'Autorità palestinese]".
Democrazia. Le elezioni israeliane del maggio 1999, che Netanyahu perse, ebbero un impatto positivo su parecchi osservatori palestinesi. I columnist citati in uno studio del Middle East Media and Research Institute (MEMRI) fecero commenti in merito alla fluida transizione israeliana e si augurarono che anche a loro succedesse la stessa cosa; uno di loro asserì di invidiare gli israeliani e di desiderare "un regime del genere nel mio futuro Stato". Perfino uno degli uomini di Arafat, Hasan al-Kashif, direttore generale del ministero dell'Informazione dell'Autorità palestinese, confrontò la sconfitta immediata ed elegante di Netanyahu con il potere perpetuo esercitato da "diversi nomi della nostra leadership" che continuano a governare all'infinito. Nayif Hawatma, a capo del terroristico Fronte democratico per la liberazione della Palestina, voleva che l'AP prendesse le sue decisioni alla maniera israeliana:
Noi vogliamo il PNC [Consiglio Nazionale della Palestina] per discutere gli sviluppi a partire dal 1991, in particolar modo gli accordi di Oslo, che vennero conclusi alle spalle del PNC contrario a ciò che è accaduto in Israele dove, ad esempio, gli accordi vennero sottoposti al voto della Knesset e dell'opinione pubblica.
La sua versione dei fatti potrebbe non essere del tutto accurata ma dimostra che ha ragione.
Stato di diritto. Quando l'intifada del 1987 degenerò in lotta fratricida e divenne nota come "l'intrafada", i leader dell'OLP apprezzarono sempre più la correttezza mostrata da Israele. Haydar ‘Abd ash-Shafi', il capo della delegazione palestinese ai negoziati di pace di Washington, nel 1992 fece un'interessante osservazione in merito a una trascrizione pubblicata su un quotidiano di Beirut: "Qualcuno riesce a immaginare la felicità di una famiglia che sente bussare alla porta nel bel mezzo della notte l'esercito israeliano?" E continuò: "Quando a Gaza ebbe inizio la lotta senza quartiere, la gente fu felice poiché l'esercito israeliano impose il coprifuoco". Così pure Musa Abu Marzouk, un alto dirigente di Hamas, nel 2000 si giudicò punti ai danni di Arafat paragonando quest'ultimo in senso negativo allo Stato ebraico: "Abbiamo visto i rappresentati dell'opposizione israeliana criticare [il primo ministro israeliano Ehud] Barak e costoro non sono stati arrestati (…) Ma nel nostro caso gli arresti sanciti dall'Autorità palestinese sono all'ordine del giorno".

Tutela delle minoranze. I cristiani e i musulmani secolari apprezzano in particolar modo la protezione offerta da Israele nel momento in cui la politica palestinese tende ad essere sempre più islamista. Il settimanale francese L'Express riporta quanto detto da un palestinese cristiano in merito al fatto che quando ci sarà uno Stato palestinese "avrà fine la sacra unione contro il nemico sionista. Allora, sarà il momento della resa dei conti. Noi patiremo quanto sofferto dai nostri fratelli libanesi o dai copti d'Egitto. Mi rattrista doverlo dire, ma le leggi israeliane ci tutelano". Le sue paure sono per molti aspetti troppo tardive dal momento che la popolazione cristiano-palestinese negli ultimi decenni ha subito una forte flessione al punto che un analista si chiede se la vita cristiana "si riduce a delle chiese vuote, a una gerarchia senza congregazione e priva di fedeli nel luogo di nascita del cristianesimo?"
Benefici economici. I palestinesi che vivono in Israele (inclusa Gerusalemme) apprezzano il successo economico israeliano, i servizi sociali e gli innumerevoli benefici. Nello Stato ebraico i salari sono cinque volte più alti rispetto a quelli della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, e il sistema di previdenza sociale non è paragonabile a quello palestinese. I palestinesi che vivono fuori Israele vogliono farne parte dal punto di vista economico; quando il governo israeliano annunciò il completamento di una sezione di 140 km della barriera di sicurezza per proteggere il paese dai terroristi palestinesi, un residente di Qalqiliya, una città della Cisgiordania, reagì con fare indignato: "Viviamo in una grande prigione".
Tolleranza verso gli omosessuali. In Cisgiordania e a Gaza, una condanna di sodomia prevede da 3 a 10 anni di carcere e i gay raccontano di essere torturati dalla polizia dell'Autorità palestinese. Alcuni di loro si spostano in Israele dove si stima che vivano principalmente 300 gay palestinesi. Donatella Rovera di Amnesty International così commenta: "Andare in Israele è un biglietto di sola andata, e una volta lì il loro problema più grande è probabilmente quello di essere rimandati indietro".

I palestinesi che vivono in Occidente e che si recano in visita presso l'Autorità palestinese sono chiaramente consapevoli dei lati negativi che essa mostra rispetto a Israele. "C'è una differenza tra l'occupazione israeliana e quella dell'AP", ha scritto Daoud Abu Naim, un ricercatore medico, mentre era in visita alla sua famiglia a Shuafat: Sono disparati gli israeliani che ho incontrato nel corso degli anni. Alcuni sono rimasti indifferenti ai nostri bisogni, e altri no. D'altro canto, il regime Arafat/Rajoub è più che "corrotto". Esso è esclusivamente interessato a mettere in piedi una dittatura in cui i cittadini palestinesi non godranno affatto di nessuna libertà civile.
Rewadah Edais, uno studente di una scuola superiore che vive per la maggior parte dell'anno a San Francisco e si reca regolarmente a Gerusalemme, ha aggiunto: "Gli israeliani hanno preso la nostra terra, ma sanno governare".

Conclusioni
Da questa storia emergono diversi temi di discussione. Innanzitutto, malgrado l'infiammata retorica in merito alla "feroce" e "brutale" occupazione di Israele, i palestinesi sono consapevoli dei benefici offerti dalla sua democrazia progressista. Apprezzano le elezioni, lo Stato di diritto, la libertà di espressione e di religione, i diritti delle minoranze, la disciplina politica e gli altri benefici di un corretto sistema politico. In poche parole, tra i palestinesi esiste un elettorato favorevole alla normalità, difficile da scorgersi nella moltitudine così piena di odio che domina la copertura delle notizie. In secondo luogo, molti di coloro che hanno assaporato i benefici economici di Israele sono riluttanti a rinunciare ad essi; per quanto i palestinesi possano sembrare indifferenti agli aspetti economici, essi sanno riconoscere un buon accordo quando ne vedono uno. In terzo luogo, la percentuale dei palestinesi che preferisce vivere sotto il controllo israeliano di cui si è detto prima – una schiacciante maggioranza del 70-90% – sta a indicare che questa attitudine non è rara tra i palestinesi. Questa situazione presenta delle ovvie implicazioni sulle concessioni israeliane concernenti il "diritto al ritorno", lasciando intendere che i palestinesi si sposteranno in Israele in gran numero. In quarto luogo, ciò implica che sarà difficile raggiungere alcune delle più fantasiose soluzioni in merito allo status quo finale sulla nuova definizione dei confini; i palestinesi non sembrano più desiderosi degli israeliani di vivere sotto l'Autorità palestinese.
E allora, a parole e a fatti, perfino i palestinesi ammettono che Israele sia lo Stato più civile del Medio Oriente. Nella tetraggine dell'estremismo politico e del terrorismo odierni, ciò offre barlumi di speranza.


Peccato che in questi due anni le cose siano andate di male in peggio e palestinesi pragmatici siano sempre più ridotti al silenzio.

(E ricordiamo)


barbara




permalink | inviato da il 25/4/2007 alle 0:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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