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Diario


23 aprile 2007

“L’INFERNO DI ISRAELE È MIGLIORE DEL PARADISO DI ARAFAT” – parte prima

Riordinando gli archivi ho ritrovato questa vecchia cosa. Ve la propongo perché contiene testimonianze che ritengo possano essere di qualche interesse e possano aiutare a delineare meglio il quadro della situazione nell’area. Poiché, come è noto, non amo i post troppo lunghi e questo articolo lo è, l’ho diviso in due parti.

di Daniel Pipes
Middle East Quarterly
Primavera 2005
http://it.danielpipes.org/article/2604

Pezzo in lingua originale inglese: "The Hell of Israel Is Better than the Paradise of Arafat"

Nel corso delle elezioni dell'Autorità palestinese (AP), svoltesi nel gennaio 2005, una significativa percentuale di arabi che vivono a Gerusalemme stettero alla larga dalle urne, preoccupati come erano che il voto potesse compromettere il loro status di residenti israeliani. L'Associated Press, ad esempio, riportò quanto detto da un certo Rabi Mimi, un autotrasportatore di 28 anni, che esprimeva un forte sostegno a favore di Mahmoud Abbas, ma che non aveva alcuna intenzione di andare a votare: "Non posso recarmi alle urne. Mi spiace, ma non mi caccerò nei guai. Non voglio correre rischi". Alla domanda se egli avesse espresso la propria preferenza politica, un taxista rispose in modo indignato: "State scherzando? Per eleggere un'Autorità [palestinese] corrotta. Questo è solo ciò che ci manca".
Questa riluttanza – come pure l'incompetenza amministrativa – aiuta a spiegare il motivo per il quale, come asserisce il Jerusalem Post, "in vari seggi elettorali della città [Gerusalemme] c'erano più osservatori stranieri, giornalisti e forze di polizia che elettori". Ciò spiega altresì il perché, nelle precedenti elezioni dell'Autorità palestinese del 1996, si recò alle urne un mero 10% degli israeliani aventi diritto al voto, una percentuale assai inferiore rispetto a quelle rilevate altrove.
Di primo acchito sorprende che il timore di compromettere la residenza israeliana risulta essere assai diffuso tra i palestinesi che vivono in Israele. Dovendo scegliere se vivere sotto il governo sionista o palestinese, loro preferiscono di gran lunga il primo. E per di più, c'è una gran quantità di sentimenti filoisraeliani da cui attingere. Nessun sondaggio d'opinione si occupa di questo delicato argomento, ma un sostanziale trascorso di azioni e di dichiarazioni sta a indicare che, malgrado la loro millanteria antisionista, i più acerrimi nemici di Israele sono in grado di scorgere i suoi meriti politici. Persino i leader palestinesi, tra violente invettive, talvolta abbassano la guardia e riconoscono le virtù di Israele. Questa tendenza occulta di affezione palestinese verso Sion presenta delle implicazioni promettenti e potenzialmente significative.
Le espressioni filoisraeliane rientrano in due principali categorie: manifestare la preferenza a rimanere sotto il governo di Israele ed elogiare lo Stato ebraico definendolo migliore dei regimi arabi.

L'Autorità palestinese: No, grazie!
I palestinesi che già vivono in Israele, specie a Gerusalemme, e quelli dell'area del "Triangolo della Galilea" talvolta affermano con disinvoltura che preferiscono rimanere in Israele.
Gerusalemme. A metà del 2000, quando sembrava che alcuni settori di Gerusalemme, a maggioranza araba, sarebbero passati sotto il controllo dell'Autorità palestinese, gli abitanti musulmani di Gerusalemme si mostrarono poco entusiasti all'idea. Nel guardare attentamente all'Autorità palestinese di Arafat, costoro si accorsero della presenza di un potere monopolizzato da autocrati prepotenti e corrotti, di una forza di polizia di stampo criminale e di un'economia stagnante. Le assurde rivendicazioni sproporzionate di Arafat ("Noi rappresentiamo l'unica vera oasi democratica della regione araba") non fecero altro che esacerbare le loro apprensioni.
‘Abd ar-Razzaq ‘Abid che abita nei pressi di Silwan, un sobborgo di Gerusalemme, guardava con dubbio a "ciò che stava accedendo a Ramallah, Hebron e nella Striscia di Gaza", informandosi se i residenti fossero in buone condizioni finanziarie. Un medico che aveva chiesto di ottenere documenti d'identità israeliani spiegava:
Il mondo intero sembra discutere del futuro degli arabi di Gerusalemme, ma nessuno si preoccupa di interpellarci. La comunità internazionale e la Sinistra israeliana sembrano dare per scontato che noi desideriamo vivere sotto il controllo di Arafat. Noi, no. La maggior parte di noi disprezza Arafat e i complici che lo circondano, e desidera rimanere in Israele. Almeno lì posso esprimere liberamente le mie idee senza essere sbattuto in prigione, come pure avere la possibilità di percepire un'onesta paga giornaliera.
Nelle pittoresche parole di un residente di Gerusalemme: "L'inferno di Israele è migliore del paradiso di Arafat. Sappiamo che gli israeliani fanno fuoco e fiamme ma talvolta ci sembra che il governo palestinese sarebbe peggiore".
Husam Watad, direttore del consiglio della comunità Bayt Hanina, a nord di Gerusalemme, si era accorto che la prospettiva di trovarsi a vivere sotto il controllo di Arafat gettava la gente "nel panico. Oltre il 50% dei residenti a Gerusalemme est vive sotto la soglia di povertà e potete immaginare come apparirebbe la situazione se i residenti non ricevessero i sussidi dell'Istituto Assicurativo Nazionale [israeliano]". Secondo Fadal Tahabub, membro del Consiglio nazionale palestinese, uno stimato 70% di 200.000 arabi residenti a Gerusalemme preferiva rimanere sotto la sovranità israeliana. Un assistente sociale di Ras al-‘Amud, una delle aree che dovrebbe finire sotto il controllo dell'Autorità palestinese, asserì: "Se venisse condotto un sondaggio segreto sono sicuro che una schiacciante maggioranza di arabi di Gerusalemme direbbe che preferisce rimanere in Israele".
In verità, proprio quando nel 2000 il governo palestinese sembrava avere ottime possibilità di successo, il ministero degli Interni israeliano annunciò un sostanziale aumento di richieste di cittadinanza da parte degli arabi della parte orientale di Gerusalemme. Roni Aloni, consigliere comunale di Gerusalemme, ricevette numerose testimonianze da parte di residenti arabi che non desideravano vivere sotto il controllo dell'Autorità palestinese. "Loro mi dicono di non essere fatti per vivere a Gaza o in Cisgiordania; di essere in possesso di carte di identità israeliane e di essere abituati a standard di vita più elevati. E che anche se il governo israeliano non sia il massimo, è sempre meglio dell'Autorità palestinese". Shalom Goldstein, esperto di questioni arabe presso il municipio di Gerusalemme, concorda a riguardo: "La gente guarda cosa sta accadendo nei settori sottoposti al controllo palestinese e si dice ‘Grazie ad Allah siamo in possesso di carte di identità israeliane'. In realtà, la maggior parte degli arabi della città preferisce vivere sotto il governo israeliano piuttosto che sotto un regime corrotto e dispotico come quello di Yasser Arafat".
Furono in molti gli arabi di Gerusalemme che nel 2000 presero in considerazione la possibilità di ottenere i documenti israeliani, al punto da indurre i funzionari islamici di grado elevato di stanza a Gerusalemme a emettere un editto che vietava allo stuolo di avere la cittadinanza israeliana (poiché ciò implicava il riconoscimento della sovranità israeliana sulla città santa). Faysal al-Husayni, l'uomo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) preposto alle questioni di Gerusalemme, si spinse oltre: "Prendere la cittadinanza israeliana è qualcosa che può essere definito solo come tradimento", egli disse, minacciando queste persone di essere escluse dallo Stato palestinese. Essendo la sua minaccia risultata vana, al-Husayni alzò la posta e annunciò che gli arabi di Gerusalemme che prendono la cittadinanza israeliana avrebbero subito la confisca delle loro abitazioni. La stazione radio dell'Autorità palestinese confermò l'intimidazione, definendo alcuni individui come "traditori" e minacciando costoro che sarebbero stati "rintracciati". Parecchi palestinesi vennero intimiditi quanto basta per temere le forze di sicurezza dell'Autorità.
Ma qualcuno alzò la voce. Hisham Gol, membro del consiglio di comunità del Monte degli Ulivi, disse chiaro e tondo: "Preferisco il controllo israeliano". Una donna benestante della Cisgiordania nel telefonare ad un'amica di Gaza per chiederle come si vivesse sotto l'Autorità palestinese si sentì rispondere con veemenza: "Posso solo dirti di pregare affinché gli israeliani non abbandonino la tua città" poiché "gli ebrei sono più umani" dei palestinesi. Un individuo disposto a opporsi pubblicamente a Arafat fu Zohair Hamdan di Sur Bahir, un villaggio a sud dell'area metropolitana di Gerusalemme; egli indisse una petizione tra gli arabi di Gerusalemme affinché venisse bandito un referendum prima che Israele lasciasse che l'Autorità palestinese prendesse il potere a Gerusalemme. "Da 33 anni facciamo parte dello Stato di Israele. Ma adesso i nostri diritti vengono dimenticati". In un anno e mezzo questo uomo raccolse oltre 12.000 firme (su un totale di 165.000 arabi che vivono a Gerusalemme). "Non accetteremo una situazione dove veniamo condotti come pecore al macello". Hamdan espresse altresì la personale preferenza che Sur Bahir continuasse a far parte di Israele, prevedendo che la maggioranza dei palestinesi avrebbe rifiutato "il governo corrotto e dispotico di Arafat. Guardate cosa ha fatto in Libano, Giordania e adesso in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Egli ha procurato un disastro dopo l'altro al suo popolo".
Il Triangolo della Galilea. Simili sentimenti filoisraeliani non furono circoscritti a Gerusalemme. Quando il governo del premier Ariel Sharon, nel febbraio 2004, rilasciò una dichiarazione circa la possibilità di conferire all'Autorità palestinese il controllo sul Triangolo della Galilea, una parte di Israele a predominanza araba, la reazione arrivò forte e dura. Come raccontò all'agenzia France Press il venticinquenne Mahmoud Mahajnah: "Yasser Arafat governa una dittatura, non una democrazia. Nessuno qui accetterebbe di vivere sotto quel regime. Io ho fatto il servizio militare [israeliano]; sono uno studente e un membro dell'Associazione israeliana di calcio. Perché mi trasferirebbero? Ciò è logico o legittimo?" Un residente riportò quanto asserito da un abitante del luogo e cioè che "‘la malvagità' di Israele è migliore del ‘paradiso' della Cisgiordania". Shu'a Sa'd, 22 anni, ne spiegò il motivo: "Qui si può dire e fare quel che si vuole – a patto che non si tocchi la sicurezza di Israele. Là, se si parla di Arafat si può essere arrestati e pestati a sangue". Un altro giovane uomo, il ventinovenne ‘Isam Abu ‘Alu, lo dice con altre parole: "Sharon sembra volerci unire a uno Stato sconosciuto che non ha un Parlamento né una democrazia e nemmeno delle università decenti. Abbiamo stretti legami parentali con la Cisgiordania, ma preferiamo rivendicare i nostri pieni diritti in seno a Israele".All'entrata di Umm al-Fahm, la più grande città musulmana di Israele, sventolano bandiere verdi del Partito del movimento islamico che governa la città e c'è un tabellone pubblicitario che riprova il governo di Israele su Gerusalemme. Detto questo, Hashim ‘Abd ar-Rahman, sindaco e leader locale del Movimento islamico, non ha tempo per la proposta di Sharon: "Malgrado le discriminazioni e le ingiustizie che i cittadini arabi si trovano ad affrontare, la democrazia e la giustizia esistenti nello Stato di Israele sono migliori della democrazia e della giustizia vigenti nei paesi arabi e islamici". Nemmeno ad Ahmed Tibi, un parlamentare arabo-israeliano e consulente di Arafat, piace l'idea del controllo dell'Autorità palestinese, che egli definisce "una proposta pericolosa e antidemocratica".
Secondo un sondaggio del maggio 2001, solo il 30% della popolazione araba di Israele era d'accordo con l'annessione del Triangolo della Galilea al futuro Stato palestinese, il che significa che una larga maggioranza preferiva rimanere in Israele. Dal febbraio 2004, secondo l'Arab Center for Applied Social Research di Haifa, la percentuale di coloro che preferiscono rimanere in Israele è balzata al 90%. Non meno sorprendente è che il 73% degli arabi dei Triangolo sosteneva che sarebbe ricorso alla violenza per evitare modifiche al confine. Le loro ragioni si sono divise equamente in parti eguali tra coloro che sostenevano che Israele fosse la loro patria (43%) e quelli che prediligevano i più elevati standard di vita israeliani (33%). L'opposizione araba alla cessione del Triangolo della Galilea al controllo da parte dell'Autorità palestinese era così forte che Sharon abbandonò velocemente l'idea.
La questione venne in parte sollevata in seguito, nel 2004, mentre Israele era intento a costruire il suo recinto di sicurezza. Alcuni palestinesi come Ahmed Jabrin, 67 anni, di Umm al-Fahm's dovettero scegliere da quale parte vivere. Egli non ebbe dubbi: "Noi ci siamo battuti [con le autorità israeliane] per stare dentro il recinto e loro lo hanno spostato in maniera tale che noi stessimo ancora in suolo israeliano. Che dobbiamo fare con l'Autorità palestinese?" Un suo parente, Hisham Jabrin, 31 anni, aggiunse: "Noi siamo parte integrante di Israele e non faremo mai parte di uno Stato palestinese. Abbiamo sempre vissuto in Israele e per nessun motivo cambieremo".

Vorrei soffermare per un momento l’attenzione sull’espressione che conclude la testimonianza di Zohair Hamdan: essere condotti come pecore al macello. È l’espressione che da sempre si usa per indicare gli ebrei deportati nei campi di sterminio e finiti nelle camere a gas. Ed è uso comune da parte di molti – che poi fingono ipocritamente di scandalizzarsi per le dichiarazioni dell’UCOII – equiparare Israele al nazismo e identificare i palestinesi con gli ebrei dell’epoca, ossia le vittime per definizione. Ed ecco, qui abbiamo un arabo israeliano – ossia, etnicamente, un palestinese – che vede se stesso e la sua gente esattamente in questa veste ma, attenzione, non in relazione al dominio israeliano bensì, al contrario, in relazione alla prospettiva di dover essere governato dall’Autorità Palestinese. Non è curioso?

barbara




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