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Diario


19 aprile 2007

L’ESPRESSO: ACCUSE SENZA FONDAMENTO

Comunicato Honest Reporting Italia 19 aprile 2007

All'interno dell'articolo "David contro David" di Wlodek Goldkorn pubblicato nel numero dell'Espresso attualmente in edicola, discretamente scorretto, discretamente fazioso, discretamente antipatico come spesso sono gli articoli di Goldkorn ma non al punto da meritare una segnalazione su Honest Reporting Italia, troviamo un riquadro a firma di Enrico Pedemonte intitolato "Guai a chi tocca quella lobby" che merita, quello sì, tutta la nostra attenzione, già a partire dal titolo. La lobby, quasi superfluo precisarlo, è la famigerata lobby ebraica. La quale, ci viene spiegato, ha creato e montato il "caso Judt". Ci viene narrato che "negli ultimi anni le sue posizioni su Israele si sono fatte più critiche". In realtà non è proprio così che stanno le cose: il professor Judt non si limita a criticare la politica di Israele ma propone la trasformazione di Israele in uno stato binazionale. Il che - come è evidente a chiunque possieda due occhi e qualche neurone - significa la fine di Israele non solo come stato ebraico, ma anche come stato democratico, come stato liberale, come stato sostanzialmente laico, come stato con una magistratura indipendente, come stato con libertà di pensiero, di parola, di stampa, di culto. Sembrerebbe, stando all'autore dell'articolo - che si pone esplicitamente la questione - che "Criticare Israele è diventato tabù", e qui cadiamo davvero nel grottesco, considerando che non semplicemente criticare, ma demonizzare Israele è da decenni lo sport preferito di mass media e politici e accademici e opinione pubblica in generale. Nel narrare i fatti appare piuttosto evidente la simpatia dell'autore per Judt: a parte il tono generale, vengono riportate solo due prese di posizione contro di lui, di cui una del Jerusalem post che l'autore si affretta a qualificare come giornale di destra. Più ampio invece lo spazio dedicato alle prese di posizione a favore del povero Judt e del suo diritto di parola - e non si capisce troppo bene, per inciso, per quale ragione le critiche di Judt a Israele rientrino nella libertà di espressione, e le critiche dei dissenzienti a Judt siano invece "pressioni" o addirittura "metodi simili a quelli dei servizi segreti nelle società comuniste" (il primo virgolettato è dell'autore, il secondo di Judt). Vengono riportati i contrattacchi di Judt, che parla di critici di Israele "ridotti al silenzio": ci racconta di ebrei obbligati "a essere solidali verso Israele" e "non ebrei con la paura di essere considerati anti-semiti": e lo sentiamo, infatti, questo assordante silenzio dei critici di Israele! Ci racconta anche, il solerte autore, che lo sventurato storico - almeno così lui stesso ha rivelato ai giornali - riceve minacce di morte per sé e per i figli - ma l'unico messaggio riportato dice "Dite a Judt che ha telefonato Hitler, e gli fa i complimenti". Che non sarà molto simpatico, lo ammettiamo, ma le minacce di morte sono cosa un tantino diversa. E infine una chiusa con prese di posizione tutte personali del signor Pedemonte: «Judt è in buona compagnia, Jimmy Carter è stato accusato di antisemitismo per il suo ultimo libro, "Palestina: Pace non Apartheid" che ha venduto 200mila copie». Ad essere sinceri, con tutta la buona volontà riesce davvero difficile non accusare Jimmy Carter di antisemitismo. E prosegue: «John Mersheimer e Stephen Walt (docenti all'Università di Chicago e a Harvard), dopo aver pubblicato "La lobby di Israele" sulla "London Review of Books, nel quale accusavano la lobby filo Israele di avere un'influenza nefasta sulla politica estera Usa, sono stati fatti a pezzi». Fatti a pezzi come, signor Pedemonte? Come i due riservisti di Ramallah coi brandelli dei corpi trascinati per strada? Come i due ragazzini Kobi e Yossi linciati nella grotta di Tekoa e ridotti in condizioni tali che si sono dovuti ritardare i funerali per poter capire quali pezzi erano dell'uno e quali dell'altro? Come Theo van Gogh? E infine conclude: «Nel paese delle libertà, criticare Israele è diventato difficile e qualche volta pericoloso». Ecco, noi ricordiamo decine di morti per delle vignette sull'Islam. Ricordiamo l'esecuzione rituale di Theo van Gogh per avere denunciato le violenze sulle donne nell'Islam. Ricordiamo il giornalista del Bangladesh Salah Uddin Shoaib Choudhury massacrato di botte e incarcerato per avere auspicato il riconoscimento dello stato di Israele. Ci permettiamo di aggiungere che anche chi scrive queste righe ha ricevuto minacce di morte per la propria opera di informazione su Israele. Non ricordiamo invece critici di Israele - a volte più veri e propri demonizzatori che semplici critici - messi in pericolo, picchiati o addirittura uccisi a causa delle proprie esternazioni. Invitiamo pertanto i nostri lettori a chiedere conto al signor Pedemonte, scrivendo a espresso@espressoedit.it, delle sue gravissime affermazioni, ricordandogli che qualora non fosse in grado di circostanziare la sua pesante denuncia, sarebbe responsabile di una inqualificabile opera di disinformazione.
Per maggiore chiarezza dei lettori, riportiamo l'intero pezzo.


Il “caso Judt” ha inizio il 3 ottobre scorso, quando Tony Judt, storico britannico che insegna alla New York University, viene informato con una telefonata che la sua conferenza al consolato polacco di Manhattan è stata annullata. A Judt non vengono fornite spiegazioni plausibili, ma nei giorni successivi l'ambasciatore polacco ammette di avere ricevuto pressioni da parte di numerose organizzazioni ebraiche. Particolarmente attivo è stato Abraham Foxman, direttore dell'Anti Defamation league. Le posizioni di Tony Judt su Israele non sono gradite, e il titolo della conferenza "La lobby di Israele e la politica estera americana" non viene giudicato opportuno. La polemica assume subito toni molto accesi perché Judt è un intellettuale ebreo di primissimo piano, che nel corso dell'Olocausto perse diversi membri della famiglia e nel 1967 prese parte come volontario alla Guerra dei sei giorni. Ma negli ultimi anni le sue posizioni su Israele si sono fatte più critiche. In un articolo pubblicato nel 2003 dalla "New York Review of Books" ha sostenuto la necessità di trasformare Israele in uno stato "binazionale", unica soluzione al conflitto con i palestinesi. E spesso ha accusato la lobby filo-israeliana americana di avere un'influenza eccessiva e negativa sulla politica estera Usa. Posizioni forti, che fanno crescere l'intolleranza nei suoi confronti all'interno della comunità ebraica.
Criticare Israele è diventato un tabù? La polemica cresce. La "New York Review of Books" pubblica una lettera di attacco a Foxman e all'Anti Defamation league firmata da 114 intellettuali che difendono il diritto di parola di Judt.
Alvin Rosenfeld, studioso dell'Olocausto, risponde con un saggio pubblicato dall'American Jewish Committee, dove accusa Judt di essere uno dei promotori «della guerra ebraica contro lo Stato ebraico". Anche il "Jerusalem Post", giornale collocato a destra, assai letto negli Stati Uniti, assume posizioni simili: «Nel corso della storia, gli ebrei che odiavano gli ebrei hanno taciuto solo durante l'Olocausto, perché a quell'epoca i nazisti prendevano di mira tutti gli ebrei».
Judt si difende attaccando. Sull'"Observer" accusa l'Anti Defamation league di usare i metodi simili a quelli dei servizi segreti nelle società comuniste. Sul "New York Times" descrive così il clima culturale che si è creato: «Gli ebrei sono ridotti al silenzio con l'obbligo di essere solidali verso Israele, i non ebrei con la paura di essere considerati anti-semiti. Così la discussione è chiusa». AI "Financial Times" rivela di avere ricevuto telefonate minatorie, con minacce di morte ai figli. Un anonimo lasciò questo messaggio: «Dite a Judt che ha telefonato Hitler, e gli fa i complimenti».
Judt è in buona compagnia. Jimmy Carter è stato accusato di antisemitismo per il suo ultimo libro, "Palestina: Pace non Apartheid" che ha venduto 200 mila copie. John Mearsheimer e Stephen Walt (docenti all'Università di Chicago e a Harvard, dopo avere pubblicato "La lobby di Israele" sulla "London Review of Books", nel quale accusavano la lobby filo Israele di avere un'influenza nefasta sulla politica estera Usa, sono stati fatti a pezzi. Nel paese della libertà, criticare Israele è diventato difficile e qualche volta pericoloso.

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

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barbara




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