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Diario


11 aprile 2007

INTERVISTA AD EMANUELE OTTOLENGHI

Emanuele Ottolenghi non ha certo bisogno di presentazione: è così che si dice, no? Bene, sbrigata dunque questa formalità, adesso ve lo presento: giornalista, scrittore, conferenziere, docente fino allo scorso anno a Oxford, attualmente direttore del Transatlantic Institute di Bruxelles. Ho dimenticato qualcosa?

No, c'è tutto.


Che cos'è esattamente il Transatlantic Institute? Che tipo di attività svolge? E quali sono i tuoi compiti?

Siamo un piccolo istituto di ricerca, fondato recentemente, con un compito ambizioso. Promuovere il dibattito e la ricerca su temi di politica estera per migliorare i rapporti transatlantici. L'istituto è stato fondato nel 2004 dall'American Jewish Committee, la più antica organizzazione ebraica americana e l'unica con una vocazione internazionale. L'idea, allora, era di cercare di ricucire lo strappo diplomatico dell'Iraq, contenere l'antiamericanismo rampante, e promuovere un dialogo più costruttivo su temi quali terrorismo, difesa dei valori democratici, conflitto mediorientale. Da quando ne ho preso la direzione, l'Istituto ha preso una direzione più marcatamente di ricerca, sul modello dei think tanks americani. Certo, siamo molto lontani da quell'obbiettivo. L'Istituto conta solo tre ricercatori per adesso, oltre che un piccolo staff di supporto. Stiamo costruendo il sito internet, che finora mancava. Abbiamo lanciato una pubblicazione, commissionata per adesso a esperti esterni. E stiamo cominciando a pubblicare nostri scritti su pubblicazioni europee. Ma si tratta di un progetto di lungo periodo, e finora i risultati ci sono. Sono fiducioso.


Conosciamo il tuo impegno per una informazione onesta e obiettiva su Israele: quando e come è nato questo impegno? Sei tu che ti sei scelto questa missione, o è la missione che ha scelto te?

Ma, non saprei se è venuto prima l'uovo o la gallina. Comunque sia, quest'impegno è cominciato al liceo e poi si è coniugato con la passione di scrivere. Di Israele mi occupo da molti anni. Ma credo che l'esperienza formativa che mi ha spinto in questa direzione avesse meno a che fare con Israele e più con gli scontri ideologici cui presi parte negli anni del liceo sui temi politici di allora, cioè la guerra fredda. Venendo da una famiglia con una forte tradizione risorgimentale, liberale e antifascista, per me la scelta di campo a fianco dell'alleanza atlantica, degli Stati Uniti e contro il comunismo venne naturale. La difesa d'Israele e delle sue ragioni era parte di quella filosofia, perché significava difendere un alleato fedele e prezioso dell'Occidente, significava difendere un paese democratico, e significava lottare contro organizzazioni, movimenti e paesi che si identificavano con la tirannia sovietica, la violazione sistematica dei diritti umani, e il sostegno attivo del terrorismo. Prendere le difese d'Israele era la scelta ovvia.


Nella disinformazione su Israele da parte dei mass media, a tuo avviso, c'è più ignoranza o più malafede?

Difficile distribuire percentuali. I mezzi d'informazione sono tanti. Anche quando si guarda a testate come la RAI o Mediaset, in realtà bisogna fare importanti distinguo: ogni programma ha la sua redazione, i suoi direttori, i suoi corrispondenti. Non si può dare un quadro unico. Quel che più mi preoccupa, al di là di ignoranza e malafede che certo ci sono e si possono riconoscere in certi giornalisti e nel loro lavoro, è il fatto che ci sia una sorta di pensiero unico, di vulgata della storia del conflitto, e pochi si impegnano a sollevare quelli che dovrebbero essere legittimi dubbi. È per questo che la creazione di spazi alternativi d'informazione è cruciale: occorre dare voce a chi la pensa diversamente, e incoraggiare coloro che all'interno del mondo dell'informazione a volte si sentono troppo isolati per andare controcorrente.


"Possibile che non si possa criticare Israele senza sentirsi dare dell'antisemita?" Che cosa rispondi a chi quotidianamente ci propina questo mantra?

Che è una menzogna bella e buona. Nessuna persona seria usa l'accusa di antisemitismo a sproposito. Criticare specifiche azioni del governo israeliano o dei suoi leader e politici non è di per sé antisemitismo. Ma esistono criteri chiari e oggettivi per distinguere legittime critiche da espressioni di pregiudizio. E certamente, quando la critica a Israele sconfina in sistematici tentativi di delegittimazione, quando la critica demonizza Israele paragonandolo al nazismo per esempio, quando la critica a Israele si fonda su falsificazioni, distorsioni e sistematiche omissioni di verità e fatti assodati e confermati, quando oltretutto quando questa retorica si appropria delle immagini e degli stereotipi dell'antisemitismo -- l'accusa del sangue, del deicidio, dell'avvelenamento dei pozzi, del complotto giudaico, e così via -- allora occorre avere il coraggio di riconoscere che si tratta di antisemitismo. Chi cerca di rintuzzare quest'accusa nascondendosi dietro all'affermazione che si tratta soltanto di critiche a Israele commette un'infamia: primo, perché invece che rispondere alla sostanza dell'accusa cerca di delegittimare i suoi critici accusandoli di censura. Secondo, perché insinuando una manipolazione dei sensi di colpa europei sul tema, dipinge i suoi critici in maniera sinistra e non fa altro che rinverdire certi pregiudizi -- che chi difende Israele, cioè spesso gli ebrei, complotta e combatte a colpi bassi a difesa dell'indifendibile.


In questo incancrenirsi della questione israelo-palestinese ci sono stati, a tuo parere, errori anche da parte israeliana?

Certo, errori ce ne sono sempre. Gli israeliani non sono mica delle divinità olimpiche. Penso soltanto alla risposta militare israeliana dell'estate scorsa in Libano, che a mio avviso era diretta all'obbiettivo sbagliato. Israele avrebbe dovuto punire la Siria, non il Libano. A bombardare Hezbollah si fa sempre a tempo, ma un messaggio duro a Damasco avrebbe ottenuto migliori risultati con minori danni d'immagine. Ma questa non è una critica che viene considerata legittima da chi dice 'possibile che non si possa criticare Israele senza dare dell'antisemita?'. E questo la dice tutta. Coloro che si difendono dalle accuse di antisemitismo protestando che criticare Israele è legittimo, intendono per critica legittima solo la critica che viene da sinistra. Il che, a mio avviso, rivela le loro vere intenzioni.


Quali scenari prevedi per il futuro?

La pace, semmai fosse stata a portata di mano, ci è sfuggita. L'unica speranza per i prossimi anni è di contenere il conflitto. Ma va anche detto che la sua portata viene sempre esagerata. Le sue conseguenze -- gli ultimi sette anni di violenza ce lo confermano -- non hanno l'impatto destabilizzante e pernicioso che tanti gli attribuiscono. I mali regionali sono ben altri e le minacce più preoccupanti e urgenti vengono dall’Iran. Credo che la diplomazia occidentale debba rendersi conto che le minacce di oggi sono l'ascesa della potenza iraniana nella regione e il suo ruolo destabilizzante, l'ascesa di un Islam radicale sempre più violento, militante, e aggressivo, la nostra fragilità crescente sul fronte energetico e la nostra dipendenza sul Medio Oriente per il motore dell'economia e l'afflusso di mano d'opera. Su questi temi dovrebbero concentrarsi le energie e la diplomazia europea. Il conflitto israelo-palestinese è passato in secondo piano per la regione e faremmo bene anche noi ad adeguarci.


A chi, come noi dei blog, cerca di fare informazione, quali consigli daresti?

Di continuare a fare informazione, sfidando i pregiudizi e la pigrizia professionale dei media tradizionali, offrendo un servizio di informazione e analisi al lettore che faccia concorrenza alle testate tradizionali e di sfruttare questo spazio di libertà che è Internet per sfidare il paradigma dominante dei mass media su tutti i temi della politica. La blogosfera può controbilanciare la disinformazione e può anche fungere da controllore, da watchdog dei media tradizionali, inducendoli a migliorare la qualità del loro prodotto.


E infine un'ultima domanda: come chiese quel tale a rabbi Shammai, potresti illustrarci il "succo" del tuo libro Autodafé mentre sto su un piede solo?

L'antisemitismo di oggi è meno pericoloso e aggressivo di quello nazista. Non solo, ma si distingue anche perché a differenza del nazismo che odiava tutti gli ebrei indistintamente, quello attuale distingue tra ebrei 'buoni' e 'cattivi'. Gli ebrei 'buoni' sono quelli che denunciano Israele e offrono all'antisemita un alibi per i suoi pregiudizi. Di questi ebrei, spesso intellettuali lontanissimi dall'ebraismo e dalla vita ebraica comunitaria, ce ne sono tanti. Sono orgogliosi di vergognarsi d'essere ebrei. Il mio libro li racconta, ne spiega i meccanismi intellettuali e psicologici, e ne smaschera l'uso da a mo' di alibi del pregiudizio da parte degli antisemiti.


Grazie infinite per la tua disponibilità e auguri per il tuo lavoro e per la tua carriera.
(Presto in questo blog la recensione del libro)

barbara




permalink | inviato da il 11/4/2007 alle 0:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (103) | Versione per la stampa
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