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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 marzo 2007

QUANTI TALEBANI VALE UN ITALIANO?

Dal novembre 2002 passo in Afghanistan in media 4 mesi l’anno. Lavoro, nell’ambito della cooperazione internazionale, a contatto con un gruppo di donne, di cui alcune mi chiamano sorella, vivo una quotidianità più afghana che occidentale; ho girato 7 province, raccolto racconti, letto il Corano, studiato un po’ di storia islamica, e sto ancora cominciando a imparare. Mi affascina chi, dopo pochi giorni o settimane, muovendosi tra un progetto umanitario e un albergo presidiato, dà giudizi e spiega un paese di cui ha capito tutto. Io non sono così brava: quando accadono certi fatti non so esternare opinioni, ho bisogno invece di spiegazioni. Come ad esempio nel recente caso Mastrogiacomo. Ero a Kabul quando è stato rapito e liberato, e chiedo, a titolo esclusivamente personale:
- Perché un governo che deve occuparsi di decine di milioni di cittadini, alcuni dei quali sparsi
per il mondo, si dedica a uno solo dei suoi figli, in pericolo, mentre quello stesso giorno, come
ogni giorno, altre vite sono pure in pericolo o si spengono nell’indifferenza, mentre urgenti
bisogni collettivi aspettano?
- Quel figlio speciale è stato rapito mentre faceva il suo lavoro rispettando le norme di sicurezza raccomandate a chiunque sia in Afghanistan? Ha pensato a non mettere a rischio altre vite, oltre alla sua? Ha misurato le possibili conseguenze dei suoi atti? Sapeva che chi ha scelto la via dell’imprudenza ha pagato a volte con la morte? Perché i suoi colleghi non hanno seguito quella strada pur avendo lo stesso diritto-dovere di ‘informare’? Aveva un compito eroico tutto suo, una missione speciale? Per questo meritava di essere salvato pagando un simile prezzo?
- Ma qual è il prezzo pagato per Mastrogiacomo? Oltre al tempo del governo e ai lunghi giorni in cui un’ambasciata coraggiosa, sovraccaricata e straordinariamente reattiva – che svolge
un sottile lavoro diplomatico mentre si è improvvisamente trovata impastoiata dall’imperativo
di salvare un giornalista, quanto è costato questo giornalista, in moneta, in delicati equilibri
infranti e in vite umane, già pagate o messe a repentaglio dalla sua liberazione?
- Quanti talebani vale un italiano? Quanti sforzi afghani e internazionali, pericoli e perdite
avute per catturarli, è lecito mettere sull’altro piatto della bilancia con cui Mastrogiacomo è
stato pesato? E quanti autisti, interpreti, insomma quanti afghani possono essere sacrificati
all’informazione?
- Mastrogiacomo non avrebbe potuto tra un flash e l’altro, magari sottovoce, chiedere scusa?
- Se è vero che Gino Strada ha detto “Meglio i talebani che un governo amico degli americani”,
vorrebbe spiegare a nome di chi parla? Perché la grande maggioranza degli afghani – per quanto mi riguarda tutti gli afghani che conosco, alcuni dei quali rischiano lavorando con noi, sapendo che nessuno pagherà mai per loro in talebani – crede in una svolta democratica del paese, non vuole il ritorno dei talebani né che i contingenti militari lascino l’Afghanistan, e chiede: “Come mai ci aiutate a costruire uno stato democratico, fate ospedali, tribunali, scuole, e poi per salvare uno di voi accettate il ricatto dei nemici della democrazia?”.
- Perché il guru dell’Afghanistan, l’amorevole soccorritore si scaglia contro i militari che fanno il loro dovere anche portandolo ad abbracciare Mastrogiacomo davanti a una macchina fotografica? Perché mentre molte organizzazioni umanitarie agiscono in silenzio, lasciando
la politica a chi compete, il leader di una delle tante, di innegabile valore e dichiaratamente
neutrale, parla pubblicamente di politica in modo non neutrale? Invece di alimentare così fratture e tensioni che non servono a nessuno, non potrebbe usare la sua esperienza per
aiutare a conciliare, a capire?
- Contenta solo per lui, auguro lunga vita a Mastrogiacomo. Mentre se la gode penserà ogni
tanto che, grazie alle modalità e al prezzo della sua liberazione, in Afghanistan il pericolo di rapimenti è aumentato e la situazione è ancora un po’ meno facile, non solo per gli italiani?
Sono tutt’altro che un’eroina, se fossi rapita certo vorrei aiuto. Ma mi unisco qui a chi, lavorando in Afghanistan, ha lasciato disposizioni scritte di non trattare oltre limiti ragionevoli,
che escludono di pagare costi tali da creare problemi a due governi, quello afghano e quello italiano. Anche se la paura al momento mi spingesse a chiederlo.
Susanna Fioretti (Il Foglio, 27.3.07)

Non facendo parte, Il Foglio, delle mie letture, ho trovato solo adesso questo articolo girando per la rete. Lo posto perché, come si suol dire, ne condivido anche le virgole.

barbara




permalink | inviato da il 31/3/2007 alle 18:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa
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