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Diario


28 marzo 2007

I PUGNI IN CASA

Dopo i recenti dati Istat sull’allarmante numero di casi di violenza alle donne, di cui il 96 per cento passa sotto silenzio e il 70 per cento avviene tra le mura domestiche, il ministro delle Pari opportunità lancia una campagna per indurre le vittime a parlare, a uscire dal silenzio. Ma perché le donne tacciono? Perché è così difficile denunciare gli abusi di partner, marito o compagno? Forse questa storia ci aiuta a capire.

Incontro Ada in un bar del centro, a Roma. È medico, lavora in un ospedale, si muove con sicurezza, voce dolce e autorevole, penso che mi fiderei a farmi curare da lei. Viene da una famiglia colta e abbiente, madre calabrese e padre romano. Non passa inosservata e per non essere notata veste di nero, pantaloni e scarpe piatte. In realtà le scarpe sono piatte perché Ada non può più portare i tacchi da quando Andrea, il suo ex marito, le ha fratturato il bacino. Si conobbero in vacanza a Favignana, nelle Egadi, lei quattordici anni, lui diciannove. Esuberante, ingenua Ada; introverso, geloso e passionale Andrea, al punto da inseguire la nave che riportava Ada sul continente. Le raccontava che per vederla scappava di casa, sfuggendo il rigido controllo della madre avvocato che guidava grosse macchine sportive, e pilotava lo yacht di famiglia, Dopo un fidanzamento di nove anni, si sposano. L'atmosfera idilliaca si rompe subito, lui cambia, diventa assente emotivamente, insofferente. Ada non può contraddirlo, guai a toccargli la madre, che governa il rapporto da lontano. Come ingegnere elettronico, Andrea è spesso fuori Italia: Cuba, Colombia, Argentina. Ada ha ventitré anni, è una bella ragazza, ha voglia di vivere. Frequenta l'università e lo aspetta, fedele, innamorata.
Quando torna lo asseconda in tutto. Le vacanze le passano con la famiglia di lui, niente viaggi da soli, né vita di relazione: «Gli amici mi prendevano in giro. Dicevano: hai sposato un fantasma?». Intanto il fantasma le fa mettere al mondo la piccola Anna. Ada si impegna negli studi, si laurea e comincia la specializzazione. Si confida con i suoi: vorrebbe separarsi. La reazione è violentissima. La mentalità chiusa e tradizionalista di sua madre, fervente cattolica, prevale su quella del padre più aperto: se prova a separarsi avrà guerra. «Io, per me, avrei dato un calcio a tutto, invece non ho fatto niente, sono rimasta dov'ero». Non è per Anna. Ada sa che non può essere una brava madre se non si rispetta, se è infelice e inappagata, ma non è indipendente economicamente. «Un medico è indipendente a trentacinque, trentasei anni, dopo la laurea ci sono le specializzazioni, i concorsi. Nell'ambiente dei chirurghi, le donne sono ancora viste come cittadine di serie B. Certe categorie sono una casta chiusa ancora oggi, accedervi è difficilissimo per una donna, devi avere una grande forza per sopportare il maschilismo delle cliniche». Ada dunque resta e con la nascita della seconda bimba, Francesca, la situazione si inasprisce. I rapporti sessuali con Andrea diventano sporadici e insoddisfacenti; Ada comincia a nutrire dubbi sui gusti sessuali del marito, e arriva all'amara conclusione di essere una moglie di copertura, che garantisce l'aspettativa sociale della famiglia. Ora Andrea non si sforza più di controllarsi: al minimo accenno di ribellione o contrasto di Ada partono calci e ceffoni. «Questo suo modo di fare mi spaventava a morte, rimanevo attonita, non riuscivo a reagire. Il mio silenzio lo mandava in bestia, faceva !'offeso e io mi sentivo terribilmente in colpa; allora cercavo di recuperare con il risultato di tarlo arrabbiare ancora di più». Adesso però Ada esercita come medico, guadagna, può gestire la propria vita. Gli parla. «Appena gli ho comunicato la decisione di lasciarlo, Andrea si è installato nella mia stanza e mi ha buttato a dormire in un angolo. Mi toglieva dalle braccia le piccole per far loro il bagnetto, la pappa, dormiva con loro, cercava in tutti i modi di farmi sentire fuori posto, fuori ruolo, inutile». Una sera Ada reclama il proprio posto: occupa il letto. Lui l'afferra per i piedi con tanta forza da spezzarle una caviglia. E siccome lei fa resistenza, la getta sul pavimento. Ada batte con violenza la schiena e si rompe il coccige. ,«Al pronto soccorso (trenta giorni di prognosi) mi hanno chiesto: "Collega come ti è successo?"». Dice la verità e scatta la denuncia d'ufficio, con l'aggravante che la violenza è avvenuta davanti alle bambine. «Francesca, la minore, mi ha difeso andando addosso al padre con una scarpa, gridandogli “cattivo cattivo!” e poi si è chiusa nel mutismo per quattro anni, Anna, la maggiore, ha continuato a guardare la televisione ignorando la scena. Un meccanismo di autodifesa che le è costato anni di attacchi di panico e crisi d'asma».
A nulla valgono le pressioni dei suoi avvocati sul presidente del tribunale. A dispetto della denuncia e dei referti dell'ospedale, Ada è costretta a continuare a vivere con Andrea, Tornando dal lavoro, entra in territorio nemico. «Lui forzava la porta del bagno e mi filmava sotto la doccia, Mi diceva: “Corri, le bambine, piangono”. Non potevo e le bambine erano con la baby sitter, al sicuro, ma lui voleva dimostrare che ero una cattiva madre. È arrivato a mettere sotto controllo il mio telefono. L'ho denunciato per lesione della privacy. Ma la vera, sorda, dilagante paura l'ho provata quando finalmente andò via di casa. Per mesi vissi nel terrore che tornasse per uccidermi».
Intanto Ada ha cominciato a vedersi con un collega. Scoperta dalle intercettazioni de! marito, la relazione finisce e lei si vede notificare una perizia psichiatrica per sé e le figlie. «Che ero pazza non poteva dirlo, esercitavo la medicina con successo, che ero drogata nemmono. Ma puttana si. Mi sentii come la protagonista della Lettera scarlatta quando le marchiarono sul petto la A di adultera mentre leggevo che dovevo lasciargli la casa e riconoscergli un mantenimento di due milioni al mese (non c'era ancora l'euro) con ampio regime di visita per le figlie, neanche fossi una criminale". Andrea è ricco, assolda avvocati di grido: Ada si è inventata le percosse, la testimonianza delle bambine non può essere usata, la denuncia del pronto soccorso è fatta decorrere, sua madre arriva a dirle: «Meglio se continuavi a riempirlo di corna invece di lasciarlo e lui doveva tagliarti la lingua così stavi zitta». Ada è completamente sola, ma lotta. I tempi del processo si allungano, i soldi stanno finendo quando la situazione si sblocca. Con un'ulteriore beffa però: Andrea firmerà la consensuale, se lei ritirerà tutte le denunce penali contro di lui. «La mia fiducia nella giustizia e nelle istituzioni crollò mentre sottoscrivevo quel patto con il diavolo, ma non potevo
fare
altro e firmai».
Ada adesso sta per divorziare. Anna e Francesca vedono il padre ma non lo amano. Non si fidano: lui opera sistemi di controllo anche su loro. "Sono felice di aver potuto parlare, che Io donna pubblichi la mia storia, servirà a qualcuna, spero» mi dice Ada nel salutarmi. Malgrado la soddisfazione di aver ottenuto la custodia delle figlie ed essersi liberata di un mostro, le è rimasta dentro una gran rabbia: come donna, non si sente tutelata dalle leggi. Servirà? Sì. Parlare scuote le coscienze, penso, mentre guardo Ada allontanarsi E il pensiero fa bene. (Ippolita Avalli, Io donna).

E come Ada tante altre. Troppe altre. Infinite altre. Non condanniamole all’oblio.

(
E ti ricordo)


barbara




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