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Diario


6 marzo 2007

IL MANIFESTO, TRA IGNORANZA E MALAFEDE

Comunicato Honest Reporting Italia 5 marzo 2007

Il manifesto, nella persona di Michele Giorgio, rimane sempre fedele alla sua vocazione primaria: demonizzare Israele. In qualunque circostanza, con qualunque mezzo. Così avviene anche nell'articolo "Cancellare i profughi, la pace secondo Olmert", pubblicato il 4 marzo 2007 a pagina 8.

Iraq, Libano, conflitto israelo-palestinese, rapporti con l'Iran, tensione tra musulmani sunniti e sciiti. Sono questi alcuni dei temi più caldi in cima all'agenda del prossimo vertice arabo che si terrà il 28 e 29 marzo a Riyadh. Ma non è tutto qui. Secondo Israele al summit si discuterà anche di modifiche all'iniziativa di pace araba del 2002. Una versione che a Tel Aviv
guardi, signor Giorgio, che è esattamente da quarant'anni che le decisioni si prendono a Gerusalemme e non a Tel Aviv: si aggiorni, per favore

definiscono «migliorata», ovvero più vicina alle posizioni israeliane. A sostenerlo è stato, due giorni fa, Aluf Benn sulla prima pagina del quotidiano israeliano Ha'aretz, sottolineando che il piano concepito dall'allora principe ereditario saudita (oggi re) Abdallah e integrato al summit di Beirut per ribadire il diritto al ritorno per i profughi palestinesi, non sarà mai accettato dal governo Olmert,
non sarà mai accettato da NESSUN governo, perché significherebbe la fine di Israele (ed è esattamente per questo che il cosiddetto "diritto al ritorno" continua a venire proposto)

nonostante offra allo Stato ebraico il riconoscimento pieno del mondo arabo e una pace definitiva in cambio del ritiro di Israele dai Territori arabi e palestinesi che ha occupato nel 1967.
No, signor Giorgio, il piano saudita, come può leggere qui, non offriva né "riconoscimento pieno", né "pace definitiva", ma semplicemente "il diritto di Israele e del popolo israeliano di vivere in sicurezza con i popoli della regione" e "normali relazioni". Tutto qui. Affermare qualcosa di diverso significa fare disinformazione. Senza contare poi che l'Arabia non può in alcun modo garantire per gli altri Paesi arabi e per i palestinesi.

Benn spiega in forma più articolata ciò che giovedì il ministro degli esteri Tzipi Livni aveva già affermato, in una intervista al quotidiano palestinese Al-Ayyam.
Il giornalista di Ha'aretz, solitamente ben informato, mette in chiaro che Olmert punta a scardinare il fronte arabo rispetto alla questione dei profughi palestinesi (circa 800mila nel 1948,
circa mezzo milione nel 1948

quando furono espulsi o, in minima parte, fuggirono dal neonato Stato di Israele;
quando, spinti dai loro capi (come è ampiamente documentato nella stampa araba dell'epoca), fuggirono dal neonato stato di Israele o, in minima parte, furono espulsi - cosa peraltro pienamente giustificata e legittima in una guerra di difesa come quella che Israele si è trovato costretto a combattere

oggi sono oltre 4milioni).
in base alle regole fabbricate appositamente per loro. Calcolando invece secondo le regole valide per tutti gli altri profughi nel mondo (molte decine di milioni) sono meno di 200mila.

In questo modo un'eventuale pace tra mondo arabo e Stato ebraico non sarebbe vincolata anche alla attuazione della risoluzione 194 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che sancisce in modo inequivocabile il diritto dei profughi palestinesi di far ritorno alle case (oggi in territorio israeliano) che furono costretti a lasciare quasi 60 anni fa.
1. La risoluzione 194 è dell'Assemblea Generale e non del Consiglio di Sicurezza (e questa è una inesattezza MOLTO grave)

2. Il paragrafo 11 di detta risoluzione, ossia quello relativo ai profughi, come è possibile leggere qui, recita testualmente: "Resolves that the refugees wishing to return to their homes and live at peace with their neighbours should be permitted to do so at the earliest practicable date, and that compensation should be paid for the property of those choosing not to return and for loss of or damage to property which, under principles of international law or in equity, should be made good by the Governments or authorities responsible". Come possiamo vedere, non vi si parla affatto di "profughi palestinesi" bensì di "profughi", fra i quali sembrerebbe logico doversi comprendere anche il milione di ebrei costretti a fuggire - quelli sopravvissuti ai massacri - dai paesi arabi. Lasciandovi, tra l'altro, proprietà ben più consistenti di quelle lasciate dai palestinesi. E non dimenticando mai che gli ebrei in quelle terre vivevano da migliaia di anni, mentre la qualifica di profughi palestinesi è stata data a tutti coloro che hanno dichiarato di aver vissuto in Palestina per la durata di DUE ANNI prima della nascita di Israele. Va inoltre notato che "should" non è un imperativo, ma semplicemente un suggerimento, un auspicio.
3. L'unica cosa "inequivocabile", dunque, in tutto questo, è la pesantissima disinformazione che il signor Giorgio sta operando. Non sappiamo se per ignoranza o per malafede, ma in entrambi i casi merita davvero poco la qualifica di giornalista.

Al premier piacerebbe un piano arabo più aderente alla proposta iniziale formulata dal suo autore, Abdallah, che accantonava il problema dei profughi con l'evidente
evidente?

obiettivo di compiacere non solo Israele ma anche l'Amministrazione Bush in un momento - era il 2002 - in cui i rapporti tra Washington e Riyadh erano al punto più basso a causa della massiccia presenza di sauditi tra i dirottatori dell'11 settembre.
Dall'11 settembre erano passati sei mesi e mezzo: un po' troppi per poter sostenere l'«evidenza» di tale nesso.

Il rispetto della risoluzione 194 dell'Onu infatti venne inserito nella proposta di pace durante i lavori del vertice arabo di Beirut. L'ex primo ministro israeliano Ariel Sharon - impegnato in quelle settimane a rioccupare le città autonome palestinesi della Cisgiordania
a causa della più massiccia offensiva terroristica che mai il mondo abbia conosciuto - ma questo, per il signor Giorgio, sembrerebbe essere un dettaglio del tutto insignificante

- respinse seccamente il piano, mettendo in chiaro che lo Stato ebraico non tornerà mai alle linee del 1967, precedenti all'occupazione dei territori arabi e palestinesi.
A voler essere proprio proprio pignoli, quelle terre non erano palestinesi, bensì egiziane (Gaza) e Giordane (Cisgiordania). A voler essere ancora più pignoli, si potrebbe anche osservare che NESSUNA risoluzione Onu chiede a Israele di tornare a quelle linee.

Olmert invece si mostra più disponibile, anche perché, dopo 5 anni, sente che la posizione d'Israele sul terreno e in diplomazia è molto forte: il muro
la barriera, costituita per oltre il 90% da rete metallica

costruito in Cisgiordania
costruita sul confine e in alcuni punti, per ragioni di sicurezza, sconfinante

ha cancellato la linea di demarcazione esistente 40 anni fa
non è mai esistita alcuna demarcazione ma unicamente una linea armistiziale, priva di alcun valore geografico/politico

e, di fatto, viene accettato da paesi arabi, cosiddetti «moderati», come la Giordania, l'Egitto, quelli del Golfo e, appunto, l'Arabia saudita. Il silenzio di molti capi di stato e di governo arabi sul muro deve essere interpretato come assenso.
Forse loro, a differenza del signor Giorgio, si sono accorti che c'è un po' di terrorismo da quelle parti. Forse loro, a differenza del signor Giorgio, si sono accorti che con la barriera muoiono non solo meno israeliani, ma anche meno palestinesi.

Il jolly sul quale Israele crede di poter contare al vertice arabo di fine marzo si chiama Bandar bin Sultan. L'ampia foto dell'influente Consigliere per la sicurezza nazionale saudita apparsa sempre due giorni sulla prima pagina di Ha'aretz, spiega fin troppo bene l'importanza che Tel Aviv
Gerusalemme

assegna all'ex ambasciatore di Riyadh a Washington. Nel profilo tracciato da Aluf Benn, il diplomatico saudita, rientrato in patria dopo 22 anni trascorsi negli Stati Uniti, viene descritto quasi come un portavoce delle preoccupazioni di Israele. Bandar e Olmert lo scorso settembre s'incontrarono segretamente in Giordania segnando un avvicinamento senza precedenti tra due paesi che, formalmente, non hanno alcun rapporto.
Non solo formalmente.

L'ascesa di Bandar bin Sultan nella politica mediorientale, raccontata qualche giorno fa anche dal noto giornalista americano Seymour Hersh sul Newyorker, lascia ben sperare Olmert, certo non solo di poter far sentire la sua voce al summit di Riyadh ma anche di ridimensionare ulteriormente quel poco che ancora rimane del sostegno arabo alla causa palestinese.
Sembrerebbe che il signor Giorgio non si sia ancora accorto che nel mondo arabo non c'è mai stato alcun sostegno alla causa palestinese, ma unicamente un osceno sfruttamento della sofferenza palestinese e del popolo palestinese usato come carne da cannone per i propri sporchi fini. Ma probabilmente al signor Giorgio, esattamente come agli stati arabi, ben poco importa del popolo palestinese e dello stato di Palestina: l'unica cosa che conta è giungere alla distruzione dell'odiato Israele.

Commenti e proteste vanno inviati a redazione@ilmanifesto.it.

 

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

E-mail: HR-Italia@honestreporting.com

E uno si chiede: ma lo pagheranno, almeno, i terroristi palestinesi per servire la loro causa, o lo fa gratis?

barbara




permalink | inviato da il 6/3/2007 alle 15:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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