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Diario


29 gennaio 2007

LE MENZOGNE ARABE CHE VINCOLANO CHI LE PROPAGA

Di Sarah Honig, 20 maggio 2003

Il 19 aprile del 1936 è stata una data cruciale per questo paese. Cominciò come un qualsiasi altro giorno lavorativo, tranne per il fatto che nei vari quartieri di Giaffa diversi uomini diffusero la voce che quattro arabi, tre uomini e una donna, erano stati macellati a Tel Aviv e i loro cadaveri insanguinati e fatti a pezzi erano stati portati dalle autorità locali in ospedale.
In pochi minuti, come in una manovra orchestrata meticolosamente, a migliaia piombarono minacciosamente sul quartier generale della potenza mandataria britannica. Le autorità britanniche cercarono di calmare gli animi scortando una delegazione per tutto l'ospedale per far vedere che non c'erano corpi martoriati.
Ma non si questionavano le prove. I fatti erano creduti veri senza bisogno di prove. Gli agitatori giuravano di aver visto i corpi e folle esagitate erano convinte che l'assenza del "corpo del delitto" non smentiva il crimine, voleva solo dire che la polizia aveva nascosto i cadaveri.
Grida feroci, "itbach el-yahud", "ammazzate gli ebrei", risuonarono per le strade. La folla eccitata era sul piede di guerra, pronta a vendicarsi su Tel Aviv.
Così cominciò la grande rivolta araba, durata tre anni, che causò migliaia di morti e, paradossalmente, fortificò lo stato ebraico a livello embrionale, che sarebbe nato una decina di anni dopo.
L'aggressione araba contro gli ebrei era basata su una palese menzogna, ma nessuno cercò di appurare la verità. La menzogna, se creduta, diviene realtà. Un realtà fraudolenta quando prende vita da sola. Se nutrita, cresce, si moltiplica e diventa un premessa assiomatica per un senso cocente di ingiustizia e per passioni accese.
La menzogna vincola chi la propaga. Accuse fasulle emarginano coloro che ne vengono irretiti.
Gli arabi finirono vittime della loro stessa rivolta. Uccisero i loro stessi fratelli e rovinarono la loro economia. È stato un disastro autoprodotto, precursore di quello più grande che doveva venire quando sette stati arabi attaccarono il neonato stato di Israele.
Lo stato ebraico sarebbe poi stato biasimato per essere sopravvissuto e avrebbe riempito coloro che volevano distruggerlo di ancor più frustrazione ed ira biliosa. Invece di diminuire l'odio genocida si sarebbe amplificato a dismisura per 55 anni.
Dal momento dell'attacco fallito, gli arabi ricordano ogni anno la data gregoriana della nascita di Israele, il 15 maggio, come il giorno della Catastrofe (Al-Nakba). Dipingono se stessi come innocenti colpiti da un'enorme calamità, e continuamente oppressi, senza alcuna colpa da parte loro. Chiedono un'altra chance, un ritorno all'inizio, probabilmente per recuperare le perdite dell'aggressione infruttuosa e ricominciare da dove hanno smesso.
Anche quest'anno non è stato un'eccezione. Yasser Arafat ha fatto di tutto per rendere più erta la vana strada verso la pace. Come i diffusori di false notizie di Giaffa che testimoniavano crimini mai commessi, Arafat, puntuale come sempre, ha tenuto un fiero discorso per far penetrare nelle case il messaggio che lo stato ebraico è stato concepito nel peccato "ordito da un complotto imperialista" e "nato in un giorno maledetto" e che quindi è illegittimo. Ha promesso che "fino all'ultimo profugo tornerà alla sua casa legittima."
Alle masse è stato di nuovo ricordato che sono la parte lesa, che Israele è colpevole per le loro sofferenze e deve ripagarle. Ancora una volta la verità non era all'ordine del giorno.
L'organizzazione di Hanan Ashrawi "Miftah" (Iniziativa Palestinese per la Promozione del Dialogo globale e della Democrazia) ha emesso un comunicato stampa per sottolineare la giornata di "al-Nakba" dicendo che "55 anni fa Israele ha espulso con la forza e illegalmente 900.000 palestinesi". Oggi, sostiene Miftah, "ci sono più di 5 milioni e mezzo di rifugiati palestinesi"
Un paragrafo e la cifra cambia da "quasi 800.000" nel 1948 a "quasi 5 milioni" oggi. Secondo un altro comunicato di un paio di giorni dopo, 737.000 profughi sarebbero stati privati dei loro beni nel 1948, ma il loro numero oggi arriva fino a 6,5 milioni!
Ma perché cavillare su statistiche ovviamene malleabili? Tutte queste polemiche non sono più reali dei cadaveri del 1936 e, come quelli, servono solo come metodo pungolo.
Si stima che 1.200.000 arabi vivessero ad ovest del fiume Giordano nel 1948 e quelli di Giudea e Samaria restarono dov'erano (circa 600.000), così come restarono altri 140.000 in Israele.
È quindi impossibile che ci siano stati tutti questi rifugiati. Ma perfino cifre assurde possono essere aumentate.
Nemmeno tutti i profughi riconosciuti erano palestinesi genuini. L'UNRWA conferì lo status di rifugiato a qualsiasi lavoratore arabo immigrato da qualsiasi paese del Medioriente che dicesse di aver lavorato nel paese fra il 1946 e il 1948. Gli immigrati erano attirati dai più distanti angoli del mondo arabo dalla "prosperità" generata dagli ebrei ed erano particolarmente numerosi nelle zone costiere, da dove fuggirono la maggior parte dei profughi.
Eppure gli ebrei dei paesi arabi, che vivevano in quei paesi da molto prima che fossero conquistati dagli arabi, non furono mai ritenuti profughi. Essi furono costretti ad abbandonare molte più proprietà di quelle che arabi abbandonarono in Israele.
Inoltre, i rifugiati palestinesi sono indistinguibili da quelli che andarono a vivere in quella parte di Palestina che divenne Transgiordania nel 1922 e poi Giordania. Non furono esiliati, ma si trasferirono soltanto a qualche chilometro di distanza, nel villaggio più vicino.
L'insistenza sul "diritto al ritorno" è un eufemismo per inondare Israele con milioni di arabi ostili e porre fine all'indipendenza ebraica. Non si dice quanti pretenderebbero di usufruire di questo diritto. Secondo le stime elastiche nessun profugo sarebbe mai morto o emigrato.
Washington ha reso la sua "mappa" una perdita di tempo quando vi ha messo il "diritto al ritorno".
Nessuno stato può accettare diktat esterni su chi può essere ammesso e quanti, soprattutto Israele, per il quale è una questione di vita o di morte. Israele ha chiesto di farlo non perché lo ritenga giusto, ma perché i santimoniosi europei e gli altri guardiani della coscienza pensano che sia giusto.
Ma non funzionerà. Non ci sarà pace finché un leader arabo non oserà dire al suo popolo che hanno subito un lavaggio del cervello per più di un secolo, vittimizzati da menzogne piuttosto che dall'ingiustizia ebraica. Finché gli arabi si sentiranno parte offesa, non si placheranno finché non avranno ucciso l'ultimo ebreo su questa terra.
Arafat, che ha convocato il suo premier diverse volte ogni giorno per fargli capire chi è il capo, continua ad alimentare le fiamme delle menzogne e Abu Mazen non le spegnerà.
Entrambi continuano a inventare accuse, come l'uomo che alla fine fornì agli abitanti di Giaffa nel 1936 la prova definitiva del crimine ebraico: infilò le mani nel sangue di due ebrei uccisi e martoriati e corse per strada urlando: "Ecco il sangue che gli ebrei ci hanno spillato" e la furia omicida si scatenò ancor di più.

Traduzione: Valentina Piattelli (da
Israele-Dossier)

Copyright 1995-2003 "The Jerusalem Post" - http://www.jpost.com/


(E ricordiamo)

Ecco, è così che funzionano le cose da quelle parti. Per farlo sapere a chi non lo sapeva, per ricordarlo a chi lo avesse dimenticato.


barbara




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