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Diario


24 gennaio 2007

DOVE IL CORANO DICE «PUNITE CHI SI CONVERTE»

Quando hanno suonato alla porta, Mourad ha aperto credendo che fosse un fratello. Quel giorno pioveva. Cosa non rara a dicembre a Oran, la città algerina sul Mediterraneo a due passi dalla Spagna. Il tempo di aprire e almeno sei-sette persone lo hanno scaraventato a terra e massacrato di botte. Mourad mostra i segni delle percosse: ha un labbro sfasciato, l'occhio gonfio, escoriazioni sul corpo e la gamba destra che gli fa molto male. Come rassegnato dice «è la terza volta che mi picchiano». Questa volta è andato alla polizia, a denunciare. Tanto, aggiunge, non succederà niente. «l colpevoli non saranno identificati né arrestati». Perché Mourad ha il torto di essere un algerino cristiano-evangelico (protestante, insomma) che vive, e vorrebbe pregare liberamente, in un Paese islamico.
Poco più di un anno fa, ad Annaba, città a est diAlgeri, è stato ucciso un cristiano, un ex musulmano, ex combattente in Afghanistan, poi convertito. Gli hanno tagliato la lingua e cavato gli occhi. «Noi sappiamo che sono i fondamentalisti a fare queste cose», racconta Haniid, responsabile della chiesa evangelica di Aln EI Thrck, un paese-quartiere vicino Oran. «L'assassino non è stato trovato. La morte di un cristiano non è grave per la religione e per le autorità». L'Algeria è un Paese laico, ha una costituzione che prevede la libertà di culto, ma la polizia è pur sempre islamica, dice con un sorriso Hamid, «e nel Corano c'è scritto che chi si converte a un'altra religione merita d'esser punito. Anche con la morte».
In Algeria soffiano di nuovo venti di radicalismo islamico. In molte zone, i terroristi (che negli anni '90 sono stati macabri protagonisti di una guerra civile che ha fatto almeno 200 mila morti) sono tornati a farsi vivi dichiarando oggi l'affiliazione a bin Laden. Proprio a Oran, tra il '97 e il '98, sono avvenuti molti sgozzamenti di massa (di civili islamici).
Nel quartiere di Ain El Turck, la presenza dei salafiti nelle strade è palpabile. Si riconoscono dalle folte barbe nere e dagli abiti bianchi. La lotta per il controllo del territorio con gli islamici che si convertono assume forme diverse. L'intransigenza degli imam che lanciano strali al venerdì nelle moschee aumenta di pari passo al numero dei convertiti. È comunque difficile stabilire quanti siano i cristiani evangelici in Algeria. Dai primi anni '80, da quando è cominciato il risveglio (così come lo chiamano gli evangelici) le conversioni sono aumentate vertiginosamente: oggi si parla di un numero compreso tra 15 e 60 mila. La difficoltà della statistica sta appunto nelle persecuzioni: non tutte le chiese sono riconosciute, molti cristiani hanno paura e allora si prega nelle case o all'aperto, come in alcuni villaggi della Kabilia. Non che i cattolici se la passino meglio. Ma a differenza degli evangelici crescono di meno e non fanno proselitismo.
Quello che Jusef, un musulmano convertito, che adesso divide la sua vita tra Oran e la Spagna, proprio non riesce a capire è perché in Italia lo stato sovvenzioni addirittura la costruzione di moschee, mentre molti suoi fratelli algerini sono costretti all’anonimato, vengono picchiati, minacciati o (è il caso di Annaba) uccisi. Jusef dice di avere un amico in Italia, Francesco Di Maggio, un mediatore interculturale evangelico, che converte gli islamici. «Lui non deve nascondersi». Il colpo di grazia è venuto (o potrebbe arrivare, perché ancora non è stato ratificato dal Parlamento) da un decreto (febbraio 2006) del presidente della Repubblica, Abdelaziz Bouteflika, che mira a render più dura la vita ai musulmani che si convertono. La legge prevede la prigione fino a 5 anni e multe di 5 mila euro per chi cerchi di convertire un musulmano.

CRISTIANI TRA DUE MOSCHEE
La chiesa di Hamid, riconosciuta a differenza di quella di Tiaret (la cittadina a nord di Oran dove i cristiani pregano nella totale illegalità), si trova tra due moschee. Per arrivarci bisogna superare il porto di arano Scesi dal taxi, si attraversano strade non asfaltate e si resta colpiti dal numero di case senza intonaco con le parabole satellitari dai balconi. I bimbi giocano all'aperto, le donne sono quasi tutte velate. La legge, spiega Hamid, impone che la chiesa cristiana debba essere una struttura aperta al pubblico e riconoscibile dall'esterno.
Solo che per avere le autorizzazioni, le autorità oppongono mille difficoltà. Anche per piccole riparazioni si può aspettare anni. Il ministero degli Affari Religiosi, che dovrebbe rilasciare le autorizzazioni, spesso attacca le radio e le tv satellitari cristiane. Da quando c'è la chiesa a Oran, i fondamentalisti hanno costruito una seconda moschea nelle vicinanze. Se vedono qualcuno uscire dal luogo di culto gli dicono di fare attenzione, «potresti aver problemi».
Le finestre della casa-chiesa (dove si prega, c'è un negozio, la scuola biblica e le stanze della famiglia di Hamid) sono spesso rotte: i bambini scagliano pietre contro i vetri e le auto. Gli adulti e gli imam dicono che sono cose da ragazzi. Hamid è nato musulmano, i suoi andavano in moschea e pregavano cinque volte al giorno. S'è convertito dopo aver visto in montagna i cristiani pregare all'aria aperta. «I nostri telefoni sono controllati», dice, «la polizia sa chi siamo e cosa facciamo». Almeno una volta alla settimana gli fa visita un ispettore. Fa sempre le stesse domande: «Ci sono stranieri? Ci sono persone nuove?». Poi redige il rapporto e se ne va. La comunità gestisce un negozio. «Quando i grossisti sanno che siamo cristiani non ci vendono più nulla. L'immondizia non passano a ritirarla. Se mi rivolgo all'ispettore? Non denunciamo niente, sennò aumentano le grane. Dal loro punto di vista siamo noi il problema: se invece di convertirci...».

Il SOGNO DI SGOZZARE GLI EBREI
Nel negozio di generi alimentari lavora Brahim, un uomo abbastanza robusto che prima di convertirsi faceva l'imam, figlio di genitori marabutisti. «Odiavo i cristiani». Poi, dopo aver conosciuto una donna cristiana, che avrebbe sposato, s'è convertito. Abita a Oran ma è originario di Boghni, un viIlaggio deIla Kabilia. Quando vi fa ritorno non dorme in casa dei parenti. «I frateIli di mia moglie, vicini alle posizioni radicali, potrebbero uccidermi». Brahim nel 1981 era entrato nel Fis (Fronte Islamico di Salvezza, l'organizzazione radicale protagonista di numerose stragi) e un giorno s'era violentemente scagliato con il suo datore di lavoro perché aveva ingaggiato operai cristiani. «Come, li fai lavorare?». Quando s'è convertito e l'ha comunicato alla famiglia, suo padre gli ha ordinato di lasciare la casa. «In questi casi tutto il villaggio si riunisce per discutere e prendere una decisione. I fondamentalisti avevano votato la mia morte. Per fortuna hanno prevalso posizioni più tolleranti». Anche Mustafa, cristiano, un tempo era stato vicino alle posizioni dei terroristi. «Mi ero arruolato in un campo dove insegnavano a sgozzare gli ebrei». Oggi è il responsabile della chiesa cristiana di Tizi Ouzou. In un certo senso giustifica l'intolleranza dei familiari di chi si converte. «Per loro cristianesimo significa Europa, dove c'è il male. E non hanno tutti i torti: la televisione, i nudi...». Minimizza le persecuzioni, salvo poi ammettere che anche per lui s'è riunito il villaggio, che suo padre l'ha rinnegato, e al venerdì, giorno di culto, tre poliziotti controllano e «ci fanno mille domande».
A Tiaret non c'erano cristiani. Da quando è arrivato Mustafa da Oran, un anno e mezzo fa (il suo vero nome è un altro ), sono adesso più di 50. Fa l'informatico, vive in una casa con la moglie, i due figli e altre tre coppie. Tutti cristiani clandestini. Pregano in una stanza, la stessa dove studiano la Bibbia e sono ammassate le centinaia di lettere e opuscoli vari che invia a chi ne fa richiesta. Tutto è illegale, perché la sua chiesa non è riconosciuta: rischia la prigione. Mustafa è il coraggioso uomo che sta dietro al numero che compare sul video di alcuni canali cristiani. «Al telefono ricevo di tutto: richieste di aiuto e molte minacce». Mentre camminiamo per le strade di Tiaret, tra il silenzio di casermoni popolari pieni di parabole tv, squilla il suo telefono. «Se non la smetti», dice una voce, «ti faremo fuori. Sappiamo chi sei». Mostra un giornale, El Kardhaouj, su posizioni fondamentaliste. I giornalisti attaccano i cristiani, dicono che ogni giorno si convertono sei persone e che bisogna fare attenzione, soprattutto ai bimbi. Mustafa ha cambiato religione quando un suo amico imam è entrato nel Fis. «Ha cominciato a dire cose spaventose contro il potere». Negli ultimi tempi riceve periodicamente chiamate da un'associazione islamica di Algeri, Amro Khaled. Cosa vogliono? «Che ritorni a essere musulmano. E se non lo faccio, minacciano, potrebbe farlo il piombo».
(Agostino Gramigna, Magazine 18 gennaio 2006)

E non mi si venga a dire, per favore, che 1000 anni fa lo facevano anche i cristiani: questo sta succedendo ADESSO.

barbara

AGGIORNAMENTO: un ulteriore aiuto per capire (grazie a Giuseppe per a segnalazione).




permalink | inviato da il 24/1/2007 alle 14:1 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
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