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Diario


19 gennaio 2007

MOHAMED TAHA, 19 GENNAIO 1985

I fondamentalisti impiccano il Gandhi musulmano

Il 19 gennaio 1985 il «New York Times» pubblicò una cronaca inviata da Khartoum, capitale del Sudan. Il corrispondente, palesemente turbato, descrisse l'impiccagione di un settuagenario. Spiegò che l'uomo era stato arrestato due settimane prima e sottoposto a un processo farsa, al termine del quale era stato condannato a morte per apostasia. Scrisse che il vecchio era salito sul patibolo, che gli era stato tolto il cappuccio e che, invece di urlare o disperarsi, il condannato aveva guardato la folla sorridendo. Poi era stato appeso.
Così venne ucciso Mohamed Taha, il più grande intellettuale musulmano della seconda metà del Novecento. Morto per aver lottato contro la cultura del Jihad, fu assassinato dal regime fondamentalista sudanese che nel 1983 aveva proclamato la più sanguinosa Guerra santa del secolo. Sebbene sia impossibile stabilire la cifra esatta, le ricostruzioni indicano tra i cinquecentomila e i due milioni di morti sudanesi, tutti sterminati da sudanesi.
Il Jihad del Sudan, durato trentadue anni e terminato nel 2005 grazie alla mediazione dell'inviato personale di George W Bush, costituisce un perfetto paradigma dell'estremismo islamico nella modernità. In esso confluirono il nasserismo, il panarabismo, il socialismo arabo, il wahhabismo e il fondamentalismo della Fratellanza Musulmana, sviluppati dal regime del colonnello Jafar Mohamed al Nimeiri.
Nimeiri prese il potere in Sudan nel 1969 (lo Stato era indipendente dal 1956) su una piattaforma politica nasseriana. Dopo il golpe, proclamò uno Stato socialista, ma fu deposto nel 1971 con un colpo militare organizzato dal Partito comunista filomoscovita. Il nuovo regime ebbe però vita breve e Nimeiri, tornato al comando con un contro-golpe, innalzò le forche a cui impiccò tutta la dirigenza comunista sudanese. Passati pochi anni, venne maturando una svolta integralista, fisiologica in un Paese assai esposto all'influenza dell'Arabia Saudita, sulla sponda opposta del Mar Rosso. Senza cambiare nulla della ferocia del suo regime e delle sue strutture, Nimeiri passò dunque dal socialismo arabo nasseriano al fondamentalismo religioso. Il suo non fu un voltafaccia, ma il ritorno alle più profonde origini del panarabismo, sollecitato dalla pressione della campagna di islamizzazione lanciata dall'integralismo saudita dopo il boom petrolifero degli anni Settanta. L'8 settembre 1983 venne emanato un ordine presidenziale secondo il quale la sharia diventava la sola forza guida del diritto del Sudan. Venne quindi modificata la Costituzione sul modello saudita, furono abrogati i residui di diritto ereditati dal colonialismo inglese, e lanciato il Jihad contro i cristiani e gli animisti del sud nilotico del Paese, che si rifiutavano di subire la legislazione musulmana. Ennesima decisiva prova dell'inconsistenza di un'ideologia «laica» del panarabismo, di cui il nasseriano Nimeiri è stato illustre leader, e della sua intrinseca natura fondamentalista.
Cristiani e animisti, di etnia non araba, dopo un breve periodo di resistenza politica, avevano in effetti preso le armi per difendere i propri diritti e non essere sottoposti al regime della al dhimma, della «mezza cittadinanza» che la società islamica riservava loro. Il regime di Nimeiri reagì a questa ribellione scatenando una vera e propria guerra ed estremizzando il proprio fondamentalismo anche nel settentrione arabo. Per comprendere quale fosse il clima, basti dire che nel 1984 la cittadinanza di Khartoum fu invitata ad assistere, nel famigerato carcere Kober, alla «giornata delle amputazioni», pubblicizzata da tutti i giornali, la radio e la televisione. La folla assistette al taglio della mano destra di una dozzina di ladri e infine, clou dello spettacolo, alla fustigazione di un sacerdote cattolico che aveva commesso il crimine di custodire un'ampolla di vino benedetto per la celebrazione della messa.
Il regime era affiancato dal Fronte nazionale islamico, guidato da Hassan al Turabi, un teologo di fama mondiale, dirigente dei Fratelli Musulmani, che aveva studiato in Francia e in Inghilterra e appariva ben più raffinato e attento agli effetti sociali della islamizzazione di quanto non fosse Nimeiri, di cui era consigliere speciale (sebbene nel 1985 fosse stato imprigionato per qualche mese e allontanato dal potere).
In questo contesto, Mohamed Taha si fece portavoce dell'opposizione sorta all'interno della stessa umma musulmana e nel dicembre 1984 pubblicò un suo manifesto della tolleranza, sintetizzato in un volantino che venne distribuito in tutto il Paese con il titolo O questo, o il diluvio. Taha proponeva una società multiculturale multiconfessionale, guidata non dall'imperativo giuridico della sharia, ma da quello etico di un Islam aperto e cosmopolita, nel quale fosse abolito il principio del Jihad come scopo. Per giustificare teologicamente la sua proposta politica, Taha dovette compiere un'operazione ardita: scardinare il dogma del Corano increato per riprendere la tradizione del movimento mutazilita, che sosteneva l'obbligo della continua interpretazione del testo sacro e contrastava la sua lettura formale.
Nel suo libro del 1971, Il secondo messaggio dell’Islam, Taha confutò il dogma del Corano eterno, le cui parole sarebbero preesistite allo stesso Maometto. Egli distinse i brani del Corano che contengono una pura rivelazione - le cosiddette sure meccane, che fanno parte della prima predicazione del Profeta, antecedente la fuga alla Medina - da quelli legati all'esperienza politica e storica del Profeta. Sono queste le cosiddette sure medinensi, intrise delle polemiche feroci nei confronti degli ebrei, avvolte dallo spirito epico del Jihad, segnate dalla complessa strategia sviluppata da Maometto per conquistare il governo materiale della Mecca.
La distinzione e la proposta di una lettura anche storica del Corano implicavano un atteggiamento di apertura nei confronti delle altre fedi, l'opposizione alla sharia dogmatica codificata nelle sei scuole tradizionali, la critica della cultura del Jihad. E ancora, il rifiuto dell'autorità tutoria dell'uomo sulla donna, della poligamia, della pratica del ripudio, la ricusa della schiavitù (praticata ancora oggi nella società islamica, perché prevista e codificata nel Corano) e anche di una concezione egoistica della proprietà, che introduceva un elemento comunitaristico nel pensiero economico di Taha.
I capisaldi del fondamentalismo venivano così confutati e ribaltati, con un metodo forse più destabilizzante e pericoloso dei contenuti stessi. L'interpretazione continua del Verbo, infatti, scardinava non solo la teologia e l'ideologia affermate, ma toglieva di fatto potere agli ulema, depositari della sharia e della sua applicazione, anche in termini legali, nei tribunali islamici.
La proposta di Taha si collocava nel pieno della tradizione mutazilita, che si era affievolita, sino a spegnersi, dopo il X secolo. La vera novità stava nella capacità di attualizzarla, nel coraggio di sfidare un regime fondamentalista, nella volontà di contrastare il Jihad in corso nelle regioni meridionali del Sudan. Questi furono i motivi per cui Taha venne impiccato, e i suoi discepoli
perseguitati.
Eliminato l'elemento di contrasto con l'ideologia del regime, il Jihad divenne sempre più il tratto dominante dell’azione sudanese. Il 30 giugno 1989 la dittatura di Numeri fu sostituita da quella di Omar Hassan Beshar, che ne continuò le linee d’azione fondamentaliste, anch’egli trovando appoggio nei Fratelli Musulmani di Hassan al Turabi. Proseguirono la guerra civile e i massacri nel sud e si strinsero alleanze in una sorta di internazionale Jihadista che approvò l'annessione del Kuwait all'lraq e nel 1991 convocò una Conferenza islamica alternativa all’Oci, nella quale confluirono il Baath e l'Olp di Arafat. Per anni a Khartoum furono ospitati Osama bin Laden e i reduci afghani, mentre dal Sudan si irradiavano la teoria e la pratica del Jihad verso
l'Eritrea, il Kenya, la Somalia, l’Uganda e il Ciad. (Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, Rizzoli, pgg. 273-276)
                                                        
E ve lo ricordate, quella volta, il casino che hanno scatenato gli oppositori alla pena di morte, quelli di Nessuno tocchi Caino, i nostri politici “senza se e senza ma”: le manifestazioni, le proteste, i cortei, i sit-in davanti alle ambasciate, gli scioperi della fame e della sete, le richieste internazionali di moratoria, gli articoli e le trasmissioni sulla barbarie della pena di morte che non si addice neanche a un genocida … Non fatemici neanche pensare: mezzo pianeta hanno paralizzato, da tanto che hanno protestato.

barbara




permalink | inviato da il 19/1/2007 alle 19:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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