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Diario


15 gennaio 2007

UNA SOLUZIONE PER IL CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE (4)

Sono passati ventisei anni da quando la Wojac (Organizzazione Mondiale degli Ebrei dei Paesi Arabi) (www. wojac. com) ha sollevato in modo organico, sebbene con scarso successo, la questione delle rivendicazioni di questo particolare gruppo di popolazione. Benché tali rivendicazioni siano state sottoposte all'attenzione dei leader mondiali, di senatori americani e di esponenti del Congresso, esse sono rimaste lettera morta. (Vedi WOJAC's Voice, v. I, n. 1, gennaio 1978, pp. 16-17 e v. I, n. 2, gennaio 1979, pp. 14-17).
E tutto ciò mentre l'Unrwa lavora da ben 53 anni per il recupero dei profughi palestinesi, spendendo miliardi di dollari (vedi Malka Hillel Shulewitz, ed., The Forgotten Millions cit, Appendice I, p. 209). Gli Stati arabi, fatta eccezione per la Giordania, si sono rifiutati di accogliere tra i propri confini e di integrare tra la propria popolazione i loro fratelli di fede, gli arabi di Palestina, tenendoli da decenni rinchiusi nei campi profughi e promettendo loro, sin dal 1949, che un giorno ritorneranno alle loro case. Negli anni, il numero dei rifugiati è diventata una questione controversa. I dati provenienti da fonti diverse, comprese le Nazioni Unite, offrono cifre contraddittorie che vanno dai 3,8 milioni indicati dall'Unrwa alle sole 40.000 unità "ascrivibili al trasferimento originario e che rispondano ai criteri indicati dall'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr)" (The Jerusalem Report, 28 gennaio 2002, p. 27).
Contrariamente alla posizione assunta dai Paesi arabi nei confronti dei loro confratelli, Israele ha assorbito, nei pochi anni successivi all'indipendenza del 1948, più di 600.000 profughi ebrei provenienti dai Paesi arabi. A distanza di due generazioni, non solo essi sono completamente integrati col resto della popolazione, ma rappresentano una parte cospicua della leadership del Paese, benché il processo della loro integrazione sia stato costoso e accompagnato da difficoltà e sofferenze. Il passaggio dai canoni di vita tradizionali e arcaici a cui erano abituati ad una società moderna basata sulla competizione è costato a quei particolari immigrati uno snaturamento della struttura familiare che ha portato difficoltà economiche e disagio sociale. Il governo, con l'aiuto dell'ebraismo internazionale, si è visto costretto ad introdurre programmi speciali, come il "Progetto Rinnovamento", per elevare il livello sociale di questi immigrati in settori quali l'alloggio, l'istruzione e la formazione professionale. Uno studio dimostra che, nel 1986, la somma spesa per la collocazione abitativa e la riqualificazione professionale dei nuovi arrivati ha superato i dodici miliardi di dollari (Yehuda Dominitz, Immigration and Absorption of Jews from Arab Countries, in The Forgotten Millions, ed. Malka Hillel Shulewitz, p. 183). Nessuna agenzia dell'ONU ha collaborato con contributi economici a questa massiccia operazione, nemmeno dopo la firma dell'accordo di pace tra Egitto e Israele del 1979. Benché il paragrafo 8 decreti specificatamente "l'estinzione reciproca delle richieste di risarcimento", l'Egitto ha sempre rifiutato di prendere in considerazione le richieste avanzate dagli ebrei nati nel suo territorio (Da una conversazione dell'autore con il professor Yàakov Meron).
Nel corso degli anni, gli ebrei dei Paesi arabi hanno chiesto il risarcimento per le proprietà che erano state loro confiscate o depredate, e anche per i danni causati dalle discriminazioni e dalle persecuzioni subite all'interno degli Stati arabi di provenienza. Hanno anche chiesto che quegli stessi Stati restituiscano ai legittimi proprietari ebrei tutti i beni di valenza culturale e religiosa. Secondo alcune stime, le proprietà pubbliche e private che questi ebrei hanno lasciato nei Paesi di nascita raggiungono un valore di alcune decine di miliardi di dollari.
(Intervista con Oved Ben-Ozer, presidente del Wojac). Si potrebbero poi aggiungere i "diritti territoriali" a cui gli arabi si sono appellati a favore dei loro fratelli palestinesi. Già nel giugno del 1949, gli Stati arabi fecero istanza per i diritti territoriali dei profughi arabi che rifiutarono di tornare in Palestina e di vivere sotto la giurisdizione israeliana. Nell'aprile del 1966 i governanti arabi ancora ritenevano che i profughi arabi godessero di quei diritti. Come risposta, il professor Yàacov Meron non ebbe nessuna difficoltà ad applicare agli ebrei dei paesi arabi le stesse argomentazioni usate dagli arabi nel richiedere l'indennizzo territoriale per i profughi palestinesi (Yàacov Meron. The Expulsion of the Jews from Arabs Countries: the Palestinian's Attitude Towards It and Their Claims, in The Forgotten Million cit., p. 97). Le argomentazioni risalgono alla Conferenza di Losanna del 1949, quando i profughi arabi si rifiutarono di accettare l'offerta israeliana di accogliere 100.000 di loro. Essi sostennero invece che come risarcimento per i territori che avevano dovuto lasciare agli ebrei, in base al Piano di Spartizione, avrebbero dovuto ricevere altro territorio e non denaro. Tale posizione fu riaffermata dal presidente siriano Assad (padre) quando disse:

SO PERFETTAMENTE CHE L'AREA DEL WEST BANK È DI 5.000 KMQ. E NON PUÒ ACCOGLIERE 3.000.000 DI PERSONE.

(cioè gli arabi palestinesi)

MA I 20.000 KMQ. DI CUI SI COMPONE ISRAELE SONO ASSOLUTAMENTE SUFFICENTI. (Ibidem).

Meron sostiene che se dovessimo applicare questo metodo agli ebrei dei Paesi arabi, scopriremmo che gli ebrei avrebbero diritto ad un'area maggiore di quella che gli è stata assegnata dal Piano di Spartizione. Egli si serve come esempio del caso degli ebrei libici. Nel 1948, gli ebrei della Libia erano 35.000. Al loro arrivo in Israele, quegli ebrei avrebbero avuto diritto a 35.000 Kmq. di territorio, sette volte più dell'area dei territori occupati durante la guerra del 1967. Meron afferma ancora che se si aggiungessero "i diritti territoriali degli ebrei dell'Iraq, dello Yemen e degli altri Paesi arabi, si raggiungerebbe una cifra astronomica" (Ibidem). Dunque, quando gli Stati arabi presentano il problema dei profughi palestinesi in termini di territorio, non è difficile capire che cosa si nasconda dietro alle loro richieste. In primo luogo, i profughi palestinesi e i loro discendenti si trovano nel West Bank, a Gaza, in Giordania, in Siria e in Libano. Spostandosi in queste zone, i palestinesi, in realtà, si sono trasferiti solo a pochi Km. di distanza dai luoghi in cui risiedevano in precedenza, e sono entrati a far parte di un contesto sociale di cui condividono i valori etnici, religiosi, culturali, sociali e politici, e in un territorio che ha persino lo stesso clima e lo stesso tipo di ambiente. Alcune stime mostrano che più del 60% della popolazione giordana è di origine palestinese. L'allora principe Hassan ha addirittura ammesso davanti all'Assemblea Nazionale che

"LA PALESTINA È LA GIORDANIA E LA GIORDANIA È LA PALESTINA".

(2 febbraio 1970, citato da Julius Stone, Israel and Palestine cit., p. 24).
Il fatto che i profughi e i guerriglieri palestinesi si spostino facilmente da uno all'altro di questi Stati è solo una prova "della forza del nazionalismo arabo e della scarsa forza di attaccamento dei Palestinesi ad una terra, a meno che non si tratti di una strategia politica contro Israele" (Marie Syrkin, Who are the Palestinians, "Midstream", gennaio 1970, p. 24). Una conferma di questo si trova anche nella dichiarazione di uno dei leader dell'OLP, del 3 marzo 1977, al quotidiano olandese "Trouw":

NON C'È DIFFERENZA TRA GIORDANI, PALESTINESI, SIRIANI E LIBANESI […] SIAMO UN SOLO POPOLO. SE SOTTOLINEAMO CON FORZA L'IDENTITÀ PALESTINESE È SOLO PER MOTIVI POLITICI. PERCHÉ PER GLI ARABI È D'INTERESSE NAZIONALE INCORAGGIARE LE ISTANZE DEI PALESTINESI CONTRO IL SIONISMO. MA UN'IDENTITÀ PALESTINESE INDIPENDENTE HA MOTIVO DI ESISTERE SOLO PER MOTIVI TATTICI. LA CREAZIONE DI UNO STATO PALESTINESE È UN NUOVO ESPEDIENTE PER CONTINUARE A COMBATTERE IL SIONISMO E IN FAVORE DELL'UNITÀ ARABA. (Julius Stone, Israel and Palestine cit, p. 11).

Queste affermazioni ben si collegano con quanto sostenuto da Julius Stone e cioè che nel 1917 le spoglie dell'Impero Ottomano furono destinate soltanto a due nazioni, quella araba e quella ebraica, che abitavano quella regione da oltre un millennio e, nel caso degli ebrei, anche da più tempo. Questa assegnazione territoriale ebbe come risultato la creazione di 19 stati arabo-musulmani in Medio Oriente e in Nord Africa, per un totale di 5.632.910 miglia quadrate. Lo stesso principio ebbe applicazione anche nei confronti del popolo ebraico, a cui fu assegnata solo una porzione del territorio, "ed esattamente 46.339 miglia quadrate, comprendenti sia la Cisgiordania che la Transgiordania". Nel 1922. quest'area territoriale fu ulteriormente ridotta per creare il Regno di Giordania a al popolo ebraico rimasero soltanto 10.871 miglia quadrate, circa 1/200 dell'intero territorio distribuito" (Ivi, p. 17). A giudicare da queste cifre, non si può certo dire che altre 10.000 miglia quadrate farebbero grande differenza se aggiunte ai quasi sei milioni di miglia quadrate di territorio già in possesso degli arabi. Dunque è chiaro che il problema non è territoriale. Come già detto, in questione vi è piuttosto una costante insita nella cultura politica e nella storia araba, e cioè precisamente l'intolleranza verso i non-musulmani, in special modo quelli sfuggiti all'autorità araba e divenuti indipendenti in una zona che gli arabi considerano di loro proprietà.
Perciò gli ebrei dei Paesi arabi sostengono che ciò che accadde negli anni '47 e '48 fu, de facto, uno scambio di popolazioni, attraverso cui gli ebrei residenti nelle nazioni musulmane vennero trasferiti in Israele e i profughi arabi di Palestina dovettero "essere accolti" dai Paesi arabi vicini. […]
Dunque, dopo 50 anni di conflitto, sarebbe opportuno riconoscere che il problema in Medio Oriente non è lo scambio territoriale, ma, piuttosto, lo scambio di popolazione. Il nocciolo della questione sta nel rifiuto degli Stati arabi, e dei palestinesi in particolare, di accettare la legittima esistenza di Israele come nazione. Tuttavia, perché tale punto di vista possa cambiare, gli arabi dovranno riformare i loro metodi scolastici in modo che gli ebrei, gli israeliani e più genericamente i non-musulmani, non siano più presentati in modo solo negativo, come da oltre 50 anni fanno i loro libri di testo. Non è compito di questo saggio analizzare la propaganda antisemita che viene condotta nei Paesi arabi ad uso delle masse, soprattutto dopo la firma degli accordi di pace tra Israele ed Egitto, Giordania e Autorità Nazionale Palestinese. Diversi istituti di ricerca delle università sia israeliane che di altri Stati analizzano quanto nell'immaginario arabo peggiori la considerazione dell' "israeliano" o del "sionista", che in realtà fa riferimento all'ebreo in generale. Le prediche del venerdì dei religiosi musulmani continuano ad incitare il popolo contro gli ebrei. […] Il segno più preoccupante è l'uso che viene fatto della religione, poiché ricorda a tutti coloro che hanno vissuto sotto l'Islam che in realtà nulla è cambiato. Anche se nessuno vuole parlare di "scontro di civiltà" in Medio Oriente sta di fatto che i governanti e le agenzie di Stato arabe non hanno dimostrato il minimo impegno nello scoraggiare le campagne denigratorie contro Israele e contro gli ebrei.
Gli "Accordi di pace" di Oslo sono falliti anche a motivo del fatto che sin dall'inizio l'accento è stato posto sui problemi territoriali, che, come già detto, non è che di importanza secondaria. Parliamo, infatti, di una conflittualità endemica, in atto da più di 100 anni, senza considerare i 1300 anni di malversazioni sulle minoranze religiose da parte degli islamici in Medio Oriente.
Perciò, gli artefici di Oslo avrebbero dovuto affrontare la soluzione del conflitto partendo dalla revisione dei testi scolastici. Soltanto un rigoroso programma di riforma nel campo dell'istruzione può produrre il clima favorevole ad un modus vivendi pacifico in Medio Oriente e altrove. Nell'era della globalizzazione, in cui un gran numero di musulmani sceglie di risiedere fuori dal Medio Oriente, in Europa e in altri paesi occidentali, gli Stati arabi si trovano ad affrontare la nuova situazione di avere dei correligionari in condizione di minoranza nelle nazioni ospitanti. Per gli arabi, la prossima sfida si giocherà in Europa e, più esattamente, in Occidente, dove arabi e musulmani iniziano a chiedere integrazione, eguaglianza sociale e libertà di culto, valori democratici che essi, nel corso dei secoli, furono riluttanti a concedere agli altri. Questo potrebbe convincere i Paesi arabi che i confini territoriali sono assai meno importanti del rispetto e della comprensione reciproci. (Rassegna Israel, pp. 137-142) (Maurice M. Romani, Traduzione dall'inglese di Anna Maria Cossiga, LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL, VOL. LXX - N. 3- SETTEMBRE-DICEMBRE 2004)
(Il testo inglese di questo articolo è apparso in "Mediterranean Quarterly. A Journal of Global Issues" v. 14, 3, pp. 41-78)

La storia, dunque, è ben altra cosa della storiellina (sono arrivati loro e hanno cacciato i palestinesi che erano lì da diecimila anni) che si raccontano tra loro gli antisemiti – qualunque sia la maschera che scelgono di appiccicarsi sulla faccia. Qualcuno, “sentendosi come Gesù nel tempio”, ama esibire saggezza: “Non mi interessa dare pagelle e attribuire colpe: mi interessa che il problema si risolva. Non mi interessa stabilire chi ha cominciato: mi interessa che ora si finisca”. Dimenticando che nessun problema si risolve se non se ne rimuovono le cause. E nessuna causa può essere rimossa se non la si conosce. Cerchiamo dunque di conoscerla. Il più onestamente possibile.
(E ti ricordo)


barbara




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