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Diario


14 gennaio 2007

INDAGINE SULLE COMUNITÀ EBRAICHE IN DECLINO (3)

Dal XIX secolo in poi, i Paesi arabi, ivi comprese le comunità ebraiche là residenti, hanno subito numerosi cambiamenti e hanno dovuto affrontare periodi turbolenti. La presenza coloniale dell'Occidente seguita alla Prima Guerra Mondiale e il sorgere di conflitti nazionalistici nel dopoguerra hanno mutato il panorama politico ed economico del Medio Oriente.
Nel XX secolo, gli Stati arabi, pur facendo parte delle Nazioni Unite, hanno introdotto leggi discriminatorie contro gli ebrei, condotto persecuzioni ed emanato condanne capitali contro di essi. Per finire, gli ebrei rimasti sono stati espulsi e, senza tener conto delle loro legittime proteste, sono stati costretti a rinunciare ai patrimoni societari e privati accumulati col lavoro durante secoli di residenza in quei Paesi.
(Vedi Hayim J. Cohen, The Jews of the Middle East 1860-1972, Jerusalem, Israel University Press 1973, pp. 177-178).
Sono sempre più numerosi i documenti che provano che l'espulsione degli ebrei dai paesi arabi fu pianificata nel 1947, nel periodo del piano di spartizione, prima della nascita dello Stato d'Israele nel 1948. (Vedi Meron, The Expulsion of the Jews cit. , p. 85). La decisione seguì i disordini e i pogrom antiebraici che ebbero luogo in gran parte dei Paesi arabi, e soprattutto in Iraq ed in Libia.
Comunità ebraiche ormai consolidate dovettero affrontare l'allontanamento e lo sradicamento da un ambiente cui appartenevano da molte generazioni. Tale processo non fu né pacifico né indolore, ma al contrario accompagnato da sofferenze, disagi e privazioni. Identificando tutti gli ebrei con i sionisti, gli Stati arabi, appoggiati dalla Lega araba, diedero inizio ad una violenta campagna che portò all'emigrazione o all'espulsione di migliaia di loro compatrioti. In entrambi i casi, gli ebrei furono costretti a rinunciare ai diritti acquisiti, alle proprietà immobili e ad ogni loro bene, che furono confiscati, nazionalizzati o, più semplicemente, incamerati dai vicini o dai soci in affari. Nella maggior parte dei casi, coloro che venivano cacciati partirono con una valigia e un'esigua somma di denaro che ammontava a venti sterline britanniche.
In Egitto e in Siria entrarono in vigore leggi che privavano della cittadinanza gli ebrei (Vedi Haim H. Cohn, Discrimination of Jewish Minorities cit, p. 128); non passò molto tempo e le loro proprietà vennero confiscate senza risarcimento.
Né venne loro concessa la possibilità di appellarsi legalmente contro quelle misure. Contemporaneamente, ogni impresa ebraica, "come banche, compagnie di assicurazione, fabbriche ed imprese commerciali furono nazionalizzate" senza risarcimento. (Ivi, p. 129).
Nel 1958, a meno di un decennio dalla fondazione dello Stato d'Israele, quelle comunità decisero di optare per l'unica possibilità loro rimasta: trasferirsi nel nuovo stato ebraico. Negli ultimi 50 anni, la storia di queste comunità, del loro eroismo e del loro arrivo in Israele è stato ben documentato. Ma solo di recente sono apparse numerose testimonianze che raccontano i modi e le ragioni dell'espulsione dai paesi d'origine. Per mancanza di spazio, possiamo analizzare solo le principali vicende che hanno causato quella forzata emigrazione di massa.
Norman Stillman riassume bene la situazione quando afferma che

NEL DECENNIO 1929-1939 GLI EBREI DELLA QUASI TOTALITÀ DEI PAESI ARABI DIVENNERO SEMPRE PIÙ CONSAPEVOLI DI VIVERE SOTTO COSTANTE MINACCIA. NEL DECENNIO SUCCESSIVO IL PROCESSO DI EROSIONE DEI LORO DIRITTI DIVENNE SEMPRE PIÙ RAPIDO E CAPILLARE, PORTANDO, INFINE, AL COLLASSO TOTALE.
(Norman A. Stillman, The Jews of Arab Lands in Modern Times, Philadelphia, The Jewish Publication Society 1991, p. 112).

Ciò che era accaduto agli ebrei dei Paesi arabi, prosegue ancora Stillman, non fu meno traumatico di ciò che sarebbe accaduto ai loro fratelli europei. "In effetti -dice- nei Paesi arabi gli ebrei ebbero un breve, ma doloroso, assaggio di ciò che attendeva i loro fratelli in Europa". (Ivi, p. 113;vedi anche il "New York Times" del 16 maggio 1948).
Oltre all'onda montante del nazionalismo arabo e alle sue conseguenze sul trattamento riservato alle comunità ebraiche, nei paesi nordafricani si avvertirono gli effetti della presenza di nazisti e di fascisti antisemiti. "Soltanto i problemi logistici imposti dalla geografia, la debolezza militare e la breve durata dell'occupazione" impedirono l'attuazione della "Soluzione finale" contro gli ebrei tunisini e soprattutto contro quelli libici. (Ivi, p. 130)
Il governo di Vichy nel Maghreb, il governo fascista in Libia e l'appello via radio da Berlino di Haj Amin Al-Hussaini, mufti di Gerusalemme, che invitava gli arabi "AD UCCIDERE GLI EBREI OVUNQUE SI TROVASSERO, PER AMORE DI D.O, DELLA STORIA E DELLA RELIGIONE", alla fine della guerra quelle comunità israelite erano estenuate, impoverite, terrorizzate ed incerte del proprio futuro.
Una sorprendente cifra demografica testimonia che durante un periodo di quasi mille anni, tra il 1170 e il 1950, il numero di ebrei sefarditi e orientali è rimasto quasi identico, da 1.400.000 a 1.500.000. Bisogna notare che anche dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492, essi rimasero soprattutto nell'area mediterranea e all'interno dell'influenza islamica. Nello stesso periodo, il numero degli ebrei ashkenaziti che vivevano in Europa e nel Nuovo Mondo aumentò notevolmente, da 100.000 nel 1170 a 10.000.000 nel 1950, dopo l'Olocausto.
(Vedi Salo Wittmayer Baron, Ancient and Medieval Jewish History, New Bruswich, New Jersey Rutgers University Press 1972, p. 70; Raphael Patai, Tents of Jacob: The Diaspora - Yesterday and Today, Englewood Cliffs, New Jersey Prentice-Hall, Inc. 1971, p. 79; Sammy Smooha, Israel Pluralism and Conflict, London, Routledge & Kegan Paul 1978, p. 281).
I dati demografici sopra citati ci obbligano a chiederci perché il numero degli ebrei spagnoli ed orientali, contrariamente a quello dei loro fratelli europei, diminuì al punto che mentre essi costituivano, nel 1170, il 93,3% dell'ebraismo mondiale, nel 1950 ne erano solo il 13,04%! (Smooha, Israel Pluralism cit, p. 281).
Nel 1948, anno dell'indipendenza dello Stato d'Israele, vivevano nei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa circa 860.000 ebrei; tra il 1948 e il 1975, giunsero in Israele 751.000 ebrei sefarditi e orientali. (Ibidem). Se escludiamo i sefarditi, possiamo dire di quegli 860.000 ebrei orientali, 600.000 arrivarono in Israele tra il 1948 e il 1954; altri 200.000 trovarono rifugio in Europa e nelle Americhe, tanto che nel 1976 soltanto 26.000 ebrei continuavano a vivere in Medio Oriente e in Nord Africa. (Vedi Roumani, The Case of the Jews cit, p. 2).
Le cifre relative al 1998 documentano che rimanevano in quella zona soltanto 10.000 ebrei, per la maggior parte in Marocco. (Vedi Michel Abitol, Le passè d'une discorde Juifs et Arabes du VII siècle à nos jours, France, Librairie Acadèmique Perrin, 1999, p. 429) (Rassegna Israel pp. 112-121). (
Maurice M. Romani, Traduzione dall'inglese di Anna Maria Cossiga, LA RASSEGNA MENSILE DI ISRAEL, VOL. LXX - N. 3- SETTEMBRE-DICEMBRE 2004)

Ecco, questa è una cosa che di solito non si sa: nell’ostile Europa il numero degli ebrei presenti è aumentato, nell’arco di 800 anni, di 100 volte; nell’ospitalissimo islam, sempre nell’arco dei suddetti 800 anni, non è riuscito ad aumentare neanche un po’. Chissà come mai. Chissà …


barbara




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