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Diario


31 dicembre 2006

PROFUGHI CHE NON PARLANO DI DIRITTO AL RITORNO

C’era una volta un Tedesco dei Sudeti

di Luciano Tas

Quando si parla di Sudeti (una catena montuosa lunga 330 chilometri che tocca la Germania, la Polonia e la Repubblica cèca), generalmente s’intende “la parte per il tutto”, e precisamente quel tratto “colonizzato” fino dal XIII secolo da popolazioni tedesche. Questi tedeschi (Sudetendeutsche), che rievocano Monaco, Hitler, la seconda guerra mondiale, nel 1938 erano circa due milioni e 800mila e dividevano quelle terre con 800mila boemi, tutti con passaporto cecoslovacco. La rivendicazione dei Tedeschi dei Sudeti mirava, a partire dalla nascita della Cecoslovacchia nel 1919, ad una autonomia soprattutto linguistica della zona, ma con Hitler al potere in Germania si formava nei Sudeti un partito filonazista il cui obiettivo era il “ritorno nel Reich” (heim ins Reich) tedesco. In realtà l’obiettivo di Hitler era quello di impadronirsi della Cecoslovacchia, così come aveva fatto a marzo dello stesso 1938 con l’Austria. Per il prudente pacifismo delle (allora) grandi potenze democratiche europee, Gran Bretagna e Francia, che non vollero onorare le garanzie offerte alla Cecoslovacchia, Hitler coronò la sua pretesa con il vertice di Monaco di Baviera a cui parteciparono Neville Chamberlain, Premier britannico, Edouard Daladier, Primo ministro francese, Benito Mussolini e, naturalmente, Adolf Hitler. Commenterà profeticamente Winston Churchill: “Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra”. La regione dei Sudeti veniva così “venduta” alla Germania nazista che, dopo pochi mesi, occupava tutta la Boemia e la Moravia e faceva nascere lo stato-fantoccio di Slovacchia, affidato ad un feroce sacerdote nazista, monsignor Jozef Tiso, che avrebbe uguagliato in barbarie e crudeltà le gesta delle SS e della Gestapo. La prudenza di Francia e Gran Bretagna, tese a esorcizzare il mostro, preparò l’immane strage della seconda guerra mondiale e rese possibile l’assassinio di sei milioni di ebrei europei, la cui sorte Hitler aveva addirittura anticipato nel suo “Mein Kampf” del 1923. Hitler però ebbe la regione dei Sudeti con i due milioni e 800mila germanofoni che l’abitavano, per poco più di cinque anni. Alla fine della guerra le montagne dei Sudeti tornarono alla Cecoslovacchia e tutti i due milioni e 800mila Sudetendeutsche nel 1946 ne furono cacciati in massa.
Quanti saranno oggi insieme ai loro figli, nipoti e pronipoti? Nessuno di loro del resto ha potuto tornare in quelle terre dove pure la loro etnia era vissuta per settecento anni. I governi delle due Germanie non ci hanno neppure pensato a chiederlo, né lo ha fatto la Germania unificata e democratica. Nessuno, tra gli altri sette milioni di tedeschi cacciati dalle terre diventate polacche e russe alla fine della seconda guerra mondiale (fa un certo effetto pensare a Kant, nato nella Prussia orientale, come a una gloria russa) ha potuto farvi ritorno, né qualche movimento d’opinione, progressista o meno, ne ha fomentato o appoggiato le possibili rivendicazioni.
C’erano una volta i tedeschi dei Sudeti.
(Informazione Corretta, 3 dicembre 2006)

Ma questo nessuno lo sa. Anzi, viene persino il dubbio che qualcuno sappia dell’esistenza di “altri” profughi.


barbara




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