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Diario


12 dicembre 2006

TURCHIA: VOGLIAMO PARLARE DI CIPRO?

Non c'è solo il problema del genocidio armeno avvenuto un secolo fa, o quello del rispetto dei diritti umani oggi a ostacolare l'ingresso della Turchia nell'Unione Europea. C'è anche il problema dell'isola di Cipro, uno Stato indipendente, membro dell'Ue, la cui metà settentrionale fu invasa nel 1974 da truppe turche che stanno ancora lì. Già questa sembra una stranezza non da poco, e cioè che possa essere candidato a entrare nell'Ue un Paese che occupa militarmente uno Stato membro della stessa Unione, com'è appunto la Repubblica di Cipro. Ma tant'è: la Turchia ha naturalmente promesso da tempo di sanare una situazione così anomala, ma finora le cose sono rimaste come stavano. Del problema che pone all'ammissione della Turchia il contenzioso, chiamiamolo così, turco-cipriota fa parte anche il trattamento che l'amministrazione turca di una parte dell'isola ha riservato agli edifici religiosi cristiani che vi sorgevano in gran numero. I dati, di fonte ortodossa e divulgati in Italia solo dalla stampa cattolica, sono davvero impressionanti. Quasi tutte le chiese sono state profanate, saccheggiate e trasformate in moschee, depositi militari, alberghi, addirittura in stalle. Di oltre 500 edifici sacri - spesso antichissimi e ornati di mosaici e affreschi di valore inestimabile - solo tre hanno conservato la loro destinazione originale. Uno dei conventi più antichi dell'isola, quello di Santa Anastasia, è stato recentemente trasformato in un hotel di lusso, con piscina ricavata dal chiostro. Si tratta di uno scempio compiuto con tale sistematicità, e arrivato ormai a un punto da far apparire una pia illusione la mozione approvata in luglio dal Parlamento di Strasburgo «Sulla tutela del patrimonio religioso nella parte nord di Cipro», con relativo invito ai massimi ordini dell'Unione perché adottino «tutte le misure necessarie per garantire la protezione degli edifici di culto e il ripristino delle condizioni originarie». Cosa ci sia ancora da garantire non si sa. Così come è difficile sapere se fatti del genere avranno un’influenza sul processo di ammissione della Turchia in Europa. Non sembra molto probabile, in verità, considerando la sostanziale indifferenza con cui l'opinione pubblica occidentale, ed europea in specie, accoglie queste e altre notizie ben più gravi riguardanti l'ostilità anti-cristiana che in mille modi va sempre più diffondendosi nel mondo. Quella stessa opinione pubblica che, a cominciare da giornali e televisioni, è pronta a dare il massimo risalto, a protestare e, quando è giusto, perfino a indignarsi per qualsiasi gesto o parola che suoni men che rispettoso nei confronti, per esempio, della religione islamica e delle sue consuetudini. È, viceversa, dispostissima alla massima indulgenza, o al più a esprimere un educato rammarico di circostanza, quando a essere presa di mira è la religione cristiana e il suo universo di uomini e di valori. Le stesse persone che giudicano perfettamente lecito che la tv prenda in giro il Papa e il racconto evangelico sono le prime a considerare affatto sconveniente, anzi un insopportabile oltraggio, che sempre in televisione, per la discutibile iniziativa personale di un ministro, compaia per qualche secondo una vignetta su Maometto che gli islamici giudicano blasfema, Quelle stesse persone che s'indignano le poche volte che in Occidente viene compiuto qualche atto aggressivo verso una moschea non dicono, e non hanno mai detto, una parola a proposito della virtuale distruzione che, nella stragrande maggioranza dei Paesi islamici, è stata fatta delle popolazioni cristiane, delle loro tradizioni, dei loro luoghi di culto. Perché questo doppio criterio di giudizio? Certo, per via del «politicamente corretto», della preoccupazione di apparire culturalmente e ideologicamente «eurocentrici», poco attenti all'«altro» o, Dio non voglia, razzisti. Ma accanto a questi è difficile credere che non ci sia un altro, e ben più concreto, motivo: la paura. Manifestare disprezzo culturale, e perfino una aperta aggressività, nei confronti di qualunque cosa riguardi il cristianesimo, in particolare il suo sistema di valori etici e di comportamenti, non crea alcun pericolo. Da quella parte non ci sono fatwe, bandi e potenziali condanne a morte ed esecutori dietro ogni angolo, per chi esprime punti di vista antireligiosi. Da almeno 200 anni, anzi, un tale atteggiamento è considerato quasi obbligatorio per essere ammessi nella cerchia dei colti, degli intellettuali spregiudicati, degli scienziati «liberi», dei comici à la page. Di recente, su Il Foglio, in una vignetta dello strepitoso Vincino, si poteva leggere questa didascalia: «Perché poca satira su Maometto e la sua moglie dodicenne? Se mi togliete i tagliagole d'intorno ve lo dico». Viva il coraggio della verità. (Ernesto Galli della Loggia, “Paura dell’Islam e scempio a Cipro”, su Style)

Ecco, mi sembra un ottimo articolo con ottimi argomenti. Che conosciamo tutti, beninteso, ma siccome non se ne parla mai mi sembra una buona idea proporlo. Nel frattempo leggiamo sull’Espresso che secondo il politologo turco Soli Ozel «i problemi prima o poi si supereranno. L’Europa è un’istituzione troppo grande per rimanere ostaggio di un piccolo paese come Cipro». Capito? Non è Cipro ad essere ostaggio della Turchia, no no no: è l’Europa ad essere ostaggio di Cipro (da soli non ci sareste mai arrivati, dite la verità). Ah, dimenticavo: a Nicosia c’è un muro, costruito dai turchi, che divide la città in due. La Corte internazionale dell’Aja non ha niente da dire? L’opinione pubblica mondiale non ha niente da dire? Le sinistre non hanno niente da dire? I pacifisti non hanno niente da dire? I predicatori del “non muri ma ponti” non hanno niente da dire? (E di Pinochet non parlo. No). E buon viaggio a Graziella e a Dafna, moglie e figlia di Shuny, in questo momento in volo sopra l’Atlantico.
(E ricordiamo)



barbara




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