.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


10 dicembre 2006

IL PRIMA VISTO DAL DOPO

Ele'i Sinai vuol dire "verso il Sinai". Era il nome di un insediamento sul mare. Ci vivevano trentadue famiglie: i primi arrivati stavano iniziando a trasferirsi nelle graziose villette che avevano appena finito di costruire dopo avere trascorso otto anni nelle baracche. E le vecchie baracche erano sempre piene di nuovi arrivati, i quali a loro volta aspettavano che altre villette fossero pronte.
Un giovane uomo era il simbolo di Ele'i Sinai: alto, abbronzato, fisico atletico, riccioli neri, occhi neri, bocca grande, Avi Farka'n, nato in Libia nel '46, fuggito dai pogrom quando aveva tre anni, era scappato con la famiglia in Israele. Adesso, mentre andiamo verso Gaza, mi tornano in mente le sue parole. Descriveva l'impatto con Eretz Israe'l indicando le baracche del "suo" Ele'i Sinai: "Anche nel '49 abitavamo in tuguri così". Poi aveva studiato agraria e aveva vissuto tante guerre con i gradi di ufficiale dei reparti speciali.
Nel 1990, quando lo conobbi, da bravo nonno affettuoso cullava Tom, il primo nipotino che gli aveva regalato la figlia Micha'l. Avi era stato un leader di quel gruppo di indomabili di Yamit: durante lo sgombero avvenuto dopo la firma della pace con l'Egitto, i soldati demolivano ma lui non faceva i bagagli, non preparava il trasloco. Era arrivato un giornalista della televisione israeliana, gli aveva dato del pazzo e aveva portato via i bambini più piccoli. Alla fine lo avevano cacciato con la forza. Lui a quel punto aveva chiesto che gli consegnassero la bandiera dell'insediamento. Gli avevano risposto di no. Avi l'aveva presa lo stesso e si era messo a camminare verso Gerusalemme: impiegò sette giorni, sempre con la bandiera di Yami't in spalla.
Quattordici anni fa, ascoltando questa storia che Avi mi raccontava camminando a piedi nudi sulla spiaggia davanti al suo ristorante, l'avevo trovata al tempo stesso commovente e irritante. Oggi sono tornato a cercare Avi, mi hanno detto che abita ancora da queste parti. Non devo oltrepassare i checkpoint, solamente lambirli. Dovunque ci sono bunker fortificati, torrette, cavalli di Frisia. Un gruppo di militari sceso da un gippone blindato mi aiuta a trovare casa Farka'n: Ele'i Sina'i numero tot. Ancora lì, allo stesso posto. Non ci posso credere. Non riconosco nulla del vecchio villaggio. L'insediamento di case con i giardini ormai rigogliosi è stato completamente chiuso da recinzioni e sistemi di allarme che permettono di entrare unicamente se qualcuno dall'interno apre. Tra la spiaggia e le abitazioni corre un reticolato di filo spinato munito di sensori elettronici: un pezzo della famosa fence, la barriera antiterrorismo. È una vera e propria zona residenziale: strade, piazzole, aiuole fiorite. Chiedo informazioni a chi mi apre quella specie di fortino. "Avi lo trovi avanti dritto, la prima a destra, la terza a sinistra, in fondo vedrai una bandiera." Moltissime famiglie espongono il drappo bianco con la stella di Davide azzurro scuro. Ma riconosco subito la bandiera di Yamit. È proprio "quella" bandiera, logora e consunta, scolorita dal sole e dal tempo, la stessa che aveva portato in spalla nel suo viaggio verso Gerusalemme. Invece la villa non provoca echi nella mia memoria, circondata com'è da grandi piante di fico, olivo, nespolo, mango. E poi a me sembra di ricordare che anni fa fosse di un piano solo mentre ora i piani sono due. Qua e là, a mo' di sculture ornamentali, sono appoggiate enormi ancore arrugginite. Sul tetto troneggia una gigantesca antenna parabolica. Le baracche di un tempo sono scomparse. Prima di bussare guardo il mare e mi si stringe il cuore: là in fondo, sulla destra, di fianco alla centrale elettrica di Ashkelo'n, adesso c'è una base militare praticamente sul bagnasciuga; sulla sinistra, Gaza City. Avi non è cambiato troppo, solo i ricci, da neri che erano, sono diventati sale e pepe - molto sale e poco pepe. È anche un po' ingrassato. Oggi è un bellissimo signore di cinquantasette anni in jeans beige, camicia blu, kippà ricamata grigia e rossa. Mi presenta suocera, moglie, una delle quattro figlie. Quattordici anni dopo lo trovo ancora a cullare un neonato: "È il mio sesto nipote, ha otto mesi, si chiama Eya'l". Avi non ha perso la voglia né il piacere di chiacchierare, polemizzare, spiegare. È rimasto un po' gigione. Gli chiedo se ha ancora il ristorante. "L'ho chiuso due anni fa per via del terrorismo arabo." E i tuoi vecchi amici palestinesi ? "Qualcuno lo vedo, poco ma lo vedo. Mi chiedono: 'Perché avete riportato qui la banda di Tunisi?' Loro non amano Arafat e la sua cricca corrotta, non hanno più lavoro, fanno la fame." Il pavimento dello spazioso salone è ricolmo di tappeti, ci sono piante verdi dappertutto, e merletti, ninnoli, poltrone e divani di pelle tipo Frau. Su un tavolino è appoggiata la scacchiera della dama, su un altro quella del backgammon. Attaccati a una parete, coloratissimi ritratti dei vecchi genitori Farka'n.
Avi, quasi sessantenne, studia all'università, frequenta Scienze politiche e vuole laurearsi. "La fatica maggiore per me che sono 'uomo da fare' è quando giovani professori mi insegnano la politica della protesta attraverso libri e documentari. A me ? A me che sono andato a piedi dal Sinai a Gerusalemme con la gente che si accodava e applaudiva?"
Ma lo studio gli serve per rafforzare le sue posizioni ideologiche. "La costruzione dello Stato è avvenuta in condizioni storiche non troppo dissimili da quelle attuali, lo sapevi? Gli arabi non ci hanno mai accettati. Proprio qui a Gaza, dal '36 al '39, scoppiarono sommosse contro gli ebrei che vivevano pacificamente: la stessa sceneggiatura dell'intifada." Lo studente Farka'n dev'essere un gran rompiscatole. Giorni fa un docente ha chiesto alla classe se "chiudersi" è una scelta politica giusta o sbagliata. "Be', tu mi capisci, vero? Io sono scattato. Gli ho risposto che la sua era una domanda cretina. L'hanno voluta gli arabi, questa situazione di merda. Prima del 1982 era tutto aperto, è stato il problema della sicurezza a provocare il disastro. Chi attacca? Loro o noi? E se saltano per aria autobus, ristoranti e discoteche, tu devi fermarli prima. O fai così o ti ammazzano. "Ma a "loro" non pensi? L'umiliazione, le promesse non mantenute, i diritti. "Sì, penso che con questa guerra hanno fatto un terribile autogol. La prima intifada era sicuramente un'altra cosa, era meglio. "Dal tuo o dal loro punto di vista? "Giudica tu. Io avevo molti amici a Gaza City, andavo a salutarli quando mi recavo all'antica sinagoga a pregare, e loro venivano qui da me, a casa e al ristorante, e parlavamo e ci capivamo. Dopo Oslo l'antica sinagoga è passata sotto la loro giurisdizione, e io non ho più potuto frequentarla. Vedi come vanno le cose? Israele protegge e salvaguardia i luoghi santi dei musulmani, ma non quelli degli ebrei." Sharon parla di ritiro unilaterale da Gaza. Te ne dovrai andare un'altra volta? Prima sei stato cacciato da Yamit e domani potresti esserlo anche da Ele'i Sina'i ? "Tutto può accadere. Purtroppo i politici israeliani, soprattutto quelli di sinistra, sono quello che sono. Per non dire degli intellettuali e dei media. Sono - ed è un eufemismo - degli ingenui, credono ancora agli arabi. E si autoincolpano: chi si autoincolpa può benissimo commettere gli stessi passi falsi compiuti in passato. Non dimenticarti che a Yamit ci hanno mandato i laburisti negli anni Settanta: 'Siate sionisti', ci hanno detto. "Per te, che cosa rappresenta Ele'i Sina'i ? "Non so che cosa rappresenta, so che cosa è! È uno dei tre insediamenti del nord della Striscia di Gaza dove la gente vuole vivere in pace. Potenzialmente c'è ancora un sacco di posto. Sai? Prima qui non c'era niente. "Se ti obbligassero a sgomberare? "Perderò la fiducia. Non crederò più a una casa di cemento, non crederò più alla terra". Avi, perché mentre parli hai quel sorriso? Mi sembra che non prometta nulla di buono. Ride : "Perché, quando non crederò più a una casa in cemento e alla terra, mi comprerò uno yacht. Così per muovermi dovrò solo tirare su l'ancora. E ogni volta che arriveranno gli arabi mi sposterò, e mi sposterò, e mi sposterò. Quando arriverò nel porto di Yaffo, cioè a Tel-Aviv, chiederò di poter tornare a Tripoli da dove sono venuto, cacciato come oltre un milione di ebrei che vivevano nei Paesi arabi".
Questa è fantapolitica. "Lo dici tu. Nessun arabo accetta la nostra esistenza, in nessun posto. E la sinistra non capisce che anche la sua casa è in pericolo. Non solo la mia. "Non stai esagerando? "Ma va' là. Chi non lo sa che l'Egitto si sta preparando alla guerra? Chi non l'ammette, non vuole sapere. Non vuole sapere che, con l'aiuto dei finanziamenti americani, invece di risolvere i loro immensi problemi sociali, gli egiziani si stanno armando. Credimi: ci sarà la guerra. Quando l'Egitto capirà che noi ci siamo indeboliti, quando Mubarak sarà sostituito da un potere più - diciamo così - irrazionale, allora ci sarà la guerra." Altri scenari fantapolitici ? "Certo. Per il futuro io non escludo nulla. Ciò che oggi sembra impossibile domani può succedere" Tipo? "Un giorno potrei arrivare a vivere sotto i palestinesi, abitare nel loro Stato, e andare a votare a Gerusalemme. Come gli arabi che stanno in Israele potranno continuare a starci e votare a Gaza o a Ramallah." Una speranza un poco più concreta? "Che fra dieci anni tu venga in un villaggio-vacanza e te ne stia tutto il giorno in spiaggia e alla sera tu possa andare al casinò che ha costruito Dahlan a pochi metri da qui. Insomma, spero che tu, per parlare ancora con me, non debba venire sul mio yacht. " Cos'è questo casinò di Dahlan, l'ex ministro della Sicurezza del deposto premier Abu' Mazen ? "Vieni con me, ti faccio vedere un po' di cose. " Avi prende da un cassetto un grosso binocolo e il walkie-talkie. Saliamo sul fuoristrada grigio metallizzato. A trecento metri da casa sua si ferma. C’è una delle postazioni di difesa di Ele'i Sina'i: è rialzata e da lì si gode di una visuale panoramica. Qualche decina di metri più avanti la fence elettronica chiude l'intera zona. "Prendi il binocolo, guarda. Puoi vedere tutta Gaza City che riluce sotto i raggi del sole. Adesso osserva là, sulla destra, fuori dalla città". Vicinissimo all'insediamento ebraico noto che ci sono molte costruzioni moderne. La più vicina è una grande fattoria con il pascolo per le mucche. "Quella è della moglie di Arafat. È stato un imbroglio, perché era terreno del demanio pubblico e non poteva essere venduta. Lei adesso se ne sta a Parigi a fare la bella vita con i soldi di quei disgraziati dei palestinesi." E quel palazzo faraonico in mezzo al deserto? Ha l'aria abbandonata." Ecco, quello è il famoso casinò di Dahlan. L'aveva costruito convinto che sarebbe arrivata la pace e che lui si sarebbe arricchito ancora di più facendo giocare alla roulette palestinesi ed ebrei." Su e giù dall'automobile, facciamo un giro - si fa per dire - turistico fra gli ultimi ebrei che rimangono (per quanto ancora ?) qui.
Appena fuori dal prato della sua casa, un signore sta facendo giardinaggio su un'aiuola fiorita in mezzo alla quale è posata una strana pietrona grigia. "Ciao Avi." "Ciao Ari'k." Avi mi suggerisce: "Fatti raccontare cosa sta facendo. "Allungandomi per dare la mano, mi rendo conto che la pietrona grigia è una lapide. Intorno è pieno di lumini spenti. C'è anche una scritta in bianco che recita:

QUI SONO MORTI LIRO'N HERPA'Z, SOLDATESSA E MAESTRA, 19 ANNI, E ASAF ITZHA'KI, 20 ANNI.

Segue una poesia. La traduce per me il signor Ari'k Herpa'z.

"Ecco sono finiti i sogni, / scomparse le sensazioni. / Sono sola. Magari non avessi sentimenti / ancora per un secondo, / e sarò libera dall'essere un uomo / e dalla paura che mi circonda. E non voglio più svegliarmi. / Ecco, e' finito il mio tempo. "

Ari'k sembra stare sull'attenti, ma la sua espressione non è dura. "Liroo'n era mia figlia, l'hanno uccisa qui. Sono arrivati di sera e le hanno sparato a una gamba poi, quando è caduta, tre colpi in testa. Liro'n e Asa'f stavano passeggiando mano nella mano, erano fidanzati." Un groppo mi chiude la gola e non riesco a dire più niente, sussurro solo due parole: masa'l tov. Mi giro e me ne vado. Poi mi rendo conto della bestialità che ho appena pronunciato. Masa'l tov vuol dire buona fortuna, si usa quando si fanno gli auguri a un matrimonio, a un bar mitzvà, a un compleanno. Avi mi mette un braccio intorno alle spalle e mi consola: "Va bene così. Qui abbiamo tutti bisogno di fortuna." (Stefano Jesurum, Israele nonostante tutto, Longanesi & C. , 2004, pp. 156-162)

Poi lo sgombero c’è stato, migliaia di persone sono state strappate alle loro case, il loro benessere e la loro serenità sacrificati, decenni di lavoro annientati, e i risultati, in funzione della pace e della pacifica convivenza con i vicini palestinesi, li abbiamo visti. Anzi, li stiamo vedendo. Anzi, forse il peggio deve ancora venire.


barbara




permalink | inviato da il 10/12/2006 alle 17:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa
sfoglia     novembre        gennaio
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA