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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


5 novembre 2006

TORSELLO, TI VUOI DECIDERE?

Pilucco qualche passaggio dall’articolo-intervista di Andrea Nicastro sul Corriere di oggi. “Al buio, bendato, in catene”. “Solo l’altra notte, da un foro nel tetto è filtrato un raggio di luna. Era la prima volta che vedevo il cielo. La luce mi ha avvolto”. Ora, fermiamoci un momento a ragionare. Quel foro nel tetto c’era o non c’era prima dell’altra notte? Se non c’era, chi e quando e perché è andato a farlo? Se c’era, come mai da quel foro capace di far passare la luce della luna, non era mai entrato il sole? E come fa un raggio di luna che filtra da un foro a produrre tanta di quella luce da avvolgere una persona, oltre che poter essere chiaramente vista da una persona bendata? E come si fa a vedere addirittura il cielo da un semplice foro? O era uno squarcio di mezzo metro di diametro? Ma se era uno squarcio, non avrebbe dovuto vedere la luna entrare e non un raggio filtrare? E in ogni caso, come ha fatto a vederlo con gli occhi bendati? Ma andiamo avanti: “È stato un tempo informe, sempre uguale a se stesso, passato nella penombra”. Penombra? Ma non era buio? “La kefia invece è la stessa che ho avuto come benda, asciugamano e cuscino durante l’intera prigionia”. Benda asciugamano cuscino? In contemporanea? Ossia tenendola sugli occhi come benda e contemporaneamente usandola come asciugamano o mettendosela sotto la testa come cuscino? Roba da far impallidire Houdini! “Nei primi giorni almeno avevo un Corano in inglese e l’ho letto tutto”. Al buio e bendato? Ma allora è vero che Allah è il più grande, cazzarola! Tanto più che poco più avanti ribadisce: “Bende sugli occhi. Catene ai piedi” (per inciso: bende? Non era la kefia?). E infine c’è un’altra cosa che non appare troppo chiara. Spiega che era stato “a Musa Qala, uno degli epicentri dei combattimenti tra talebani e truppe Nato”, e che la località è ridotta a un paese fantasma. Interrogandosi sulle ragioni del rapimento riflette: “Non credo perché sono un occidentale, secondo me non si capiva. In quel momento li ho sentiti nominare ‘Musa Qala’. Forse c’entra il mio lavoro”. Cioè il lavoro di documentare la distruzione di Musa Qala? Lo avrebbero rapito per impedirgli di farlo? Ma allora chi è stato a distruggerla? Certo che se questa intervista è il biglietto da visita della sua attendibilità di cronista, siamo messi bene davvero.

barbara




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