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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


17 ottobre 2006

LA LUNA E IL SUO BARDO – CAPITOLO 4

Quanto tempo era passato? Domanda assurda, e lo sapeva bene. Aveva forse un senso parlare di tempo in un posto come quello? E aveva poi un senso parlare di posto? Chi avrebbe potuto chiamarlo “posto”?
Gli uomini malvagi che avevano tentato di distruggere la sua amata, la dolce luna di elul, non gli avevano perdonato di averla salvata: erano rimasti in agguato quando era giunto nel deserto, e appena la luna si era allontanata verso il suo cielo, gli erano balzati addosso, lo avevano legato e imbavagliato, lo avevano trascinato fuori dalla galassia e imprigionato lì, in quel buco nero. Per un tempo infinito aveva lottato con i lacci che gli stringevano i polsi e finalmente era riuscito a liberare una mano, e poi l’altra e infine a togliersi il bavaglio che gli serrava la bocca. Ma a che cosa potevano mai servirgli le mani libere, se lui era prigioniero di un buco nero? In che modo sarebbe mai potuto uscire di lì? Chi mai avrebbe potuto liberarlo? Chi avrebbe anche solo potuto immaginare dove fosse nascosto? E c’era poi qualcuno che si sarebbe accorto della sua scomparsa? La sua dolce luna … Sì, la sua dolce luna gli aveva dedicato qualche attenzione, ma era amore quello che provava per lui? O non si era forse soltanto trastullata, da grande sovrana, col suo menestrello? E adesso, adesso che lui non c’era più, sentiva la sua mancanza o qualcun altro aveva preso il suo posto e lei non se n’era neppure accorta? Quante, quante domande cozzavano l’una contro l’altra nella sua testa confusa, ma che altro fare in quello spazio senza spazio, in quel tempo senza tempo, in quell’oggi senza domani, in quel domani senza ieri, che cosa?
Istintivamente, ogni tanto, tentava di aguzzare gli occhi, poi si ricordava che era inutile. Provava a muoversi, ma non riusciva a sapere se si stesse muovendo o no, con quel suo corpo senza peso, senza dimensione, senza forma. Tentava, vanamente, di ascoltare con le sue orecchie senza udito, di parlare con la sua voce senza suono, di toccare con le sue mani senza tatto. Le sue mani! Avrebbero mai più toccato l’amato corpo della sua dolce luna? Una pena acuta trafisse il suo cuore, perché quello no, quello non aveva perduto la sua capacità di amare e di soffrire, di desiderare e di rimpiangere, di sognare e di sperare: neanche il nulla assoluto di un buco nero poteva distruggere un amore come il suo. E più del suo essere prigioniero, forse per sempre, più dell’aver perso ogni cosa sulla terra, più del dover finire la sua vita lontano da tutto e da tutti, più di ogni altra cosa lo faceva impazzire di dolore il rimpianto del viso amato, la certezza che i suoi occhi non lo avrebbero mai più rivisto. Mai più. Mai più. Il suono di quelle due parole, che rimbombavano senza sosta nella sua testa, lo faceva uscire di senno. Sulla terra avrebbe forse potuto cercare qualche breve attimo di oblio nel sonno, ma lì non esisteva il sonno, non esisteva lo spazio, non esisteva il tempo, non esistevano che un eterno buio, un eterno qui, un eterno ora … e un eterno soffrire.

barbara




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