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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


13 ottobre 2006

ECCO IO PER ESEMPIO

Non ho fatto storie quando mi è stato comunicato che avevo il cancro. Non perché sia particolarmente eroica, ma perché davvero non ne avevo motivo. Avevo sempre detto, fino a quel momento, spero che non mi venga, ma se proprio deve venire, spero che mi venga all’utero. Sono stata accontentata. È una buona collocazione, quella. Perché non va subito in metastasi, innanzitutto; poi perché l’organo è ben chiuso, e quindi la bestia ci mette un po’ ad espandersi; inoltre non ha funzioni vitali, quindi è possibile toglierlo completamente, in caso di necessità, senza dover modificare la propria vita; infine non è visibile all’esterno, e la sua asportazione non lascia segni deturpanti. Io poi sono stata doppiamente fortunata: ad essere colpito è stato solo il collo dell’utero, e per una serie di circostanze fortuite l’ho preso proprio all’inizio, per cui è stato sufficiente asportare la parte malata. Io l’avevo detto al chirurgo: se è utile per la mia sicurezza futura, tolga pure tutto. Il mio essere donna, il mio sentirmi donna, non lo faccio dipendere dalla presenza o meno di una scodella portabambini. Ma il chirurgo ha detto no, non serve, quindi ho ancora tutti i miei pezzi addosso. Ho fatto dunque questo interventino in ambulatorio, in anestesia locale, e poi me ne sono tornata a casa, sono stata qualche giorno a riposo e fine del guaio. L’unico problema è stata l’anestesia: io le anestesie locali le prendo sì e no al 20%, e così anche questo intervento, come altri analoghi, l’ho fatto praticamente in carne viva. Ma si è trattato di una mezz’oretta, dopotutto, e una mezz’oretta di semitortura non è la fine del mondo: c’è ben di peggio, in fin dei conti. E io lo so.
Tutto bene, dunque? Quasi. Perché come contorno a tutto questo c’è stato il conforto fornito da amici e conoscenti. Quello di Maria, per esempio: “Secondo me non hai niente”, dopo il referto positivo del pap-test. Aggiungendo: “Anche Massimo ha detto che secondo lui non hai niente”. Carissimo ragazzo, il Massimo: studente di scienze forestali. E poi il libraio: “Beh, dai, non se la prenda: capita anche a tante altre”. Io non me l’ero presa, in effetti, per il cancro. Ed ero stata la prima a dirmelo, che capita anche a tante altre. Anzi, a tante altre capita di molto peggio. Però col libraio sì me la sono presa, e parecchio anche. E quell’altro ancora: “Eh, cosa vuole, ognuno ha le sue: c’è per esempio il mio bambino, poverino, che ha un raffreddore che non ne può più”. E ancora: “Beh, guarda, se ti può consolare (?) a me è venuto fuori un grano di riso e per operarlo mi hanno dato appuntamento fra un anno”. Non cercavo compassione, naturalmente, non è proprio il mio genere. Semplicemente, sono un’insegnante, e insegno. Quando ho avuto il cancro ne ho approfittato per insegnare che non è una cosa innominabile, che non è una cosa immonda, che non è una cosa da tenere nascosta con vergogna. Quante donne, e neanche tantissimo più vecchie di me, sono morte di cancro all’utero solo perché, per vergogna, non hanno osato parlarne, e si sono in tal modo private della possibilità di curarlo? Bene, non deve succedere più, e anch’io, come l’uccellino della favola, ho voluto portare la mia gocciolina d’acqua per spegnere l’incendio. Solo per questo ho parlato del mio cancro: per dimostrare che se ne può parlare. Quindi, come dicevo, niente compatimenti, please. E neanche conforto: non ce n’era bisogno. Ma almeno le puttanate, si preferirebbe vedersele risparmiate.
Ancora due cose, per concludere. Non chiamatelo “male incurabile”, per favore: a volte non si riesce a curare, a volte invece sì. Come tante altre malattie. E non dite, per piacere, cose come “io ho sconfitto il cancro”. Sembrerebbe, a dirla così, che chi non ce l’ha fatta sia un imbecille che non ha saputo o voluto combattere. Non è vero: chi non è qui a raccontarla, è semplicemente stato più sfortunato. E sicuramente ha combattuto molto più e molto meglio di me e di tutti coloro che sono guariti. Non insultiamo chi ha dovuto cedere di fronte a un nemico troppo forte con ridicole vanterie su presunte, e del tutto immeritevoli, vittorie.

barbara




permalink | inviato da il 13/10/2006 alle 0:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (39) | Versione per la stampa
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