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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


10 ottobre 2006

NIENTE ASILO POLITICO

Quella sera Giangiacomo Foà mi presentò un personaggio che stonava visibilmente con il resto degli invitati. Si chiamava Filippo Di Benedetto. Vestiva un completo sgualcito e fumava una sigaretta dietro all'altra. Era il dimenticato rappresentante del Pci e della Cgil nel paese sudamericano. Parlammo in un angolo per circa un'ora. Di Benedetto iniziò un lungo e interminabile racconto. Parlava delle gravissime complicità delle autorità del nostro paese con la dittatura militare. Di un'ambasciata chiusa per i connazionali che chiedevano asilo politico, di funzionari che evitavano accuratamente di salutarlo e di alti prelati che giustificavano lo sterminio di un'intera generazione di giovani con la scusa di salvare la patria dal terrorismo marxista. Ogni storia raccapricciante si concludeva puntualmente con un «...ma in mezzo a tutto questo marciume c'è stato un console che, rischiando la propria vita, ha salvato centinaia di persone». L'amicizia con quest'uomo timido e malinconico crebbe nel corso degli anni. Mi fece conoscere gran parte delle comunità degli italiani d'Argentina, di cui tanto si parla e così poco si conosce. Fra coloro che avevano vissuto il terrore da vicino si continuava a parlare di «un console che li aveva aiutati a fuggire». Il suo nome non veniva mai rivelato e ogni qual volta lo chiedevo, si creava un silenzio imbarazzante, quasi volessero proteggerlo. Lo stesso Di Benedetto faceva finta di non ricordare il suo cognome. Iniziai a pensare che il misterioso console, nei suoi anni a Buenos Aires, fosse già una persona anziana e che non avrei mai avuto modo di conoscerlo. Si parlava di lui sempre al passato, un passato terribile che molti dei protagonisti volevano dimenticare. (Rubén H. Oliva)

Era giovane invece e, a quanto sembra di capire, anche molto affascinante il console Enrico Calamai che rischiò, e parecchio, per salvare con ogni mezzo possibile quanti più esseri umani poteva dalla macchina di morte della dittatura fascista in Argentina, avendo come nemici non solo i militari argentini ma anche l’Italia, macchiatasi di infame complicità con gli assassini. Una bruttissima pagina di storia nazionale, rischiarata da una di quelle splendide figure che, per fortuna del genere umano, non mancano mai di sorgere nei momenti più neri. La ritroviamo tutta in queste pagine piene di dolente partecipazione, e tuttavia narrate con mano leggera. Da comprare, da leggere, da conservare. Magari anche da imparare a memoria.

Enrico Calamai, Niente asilo politico, Editori Riuniti



barbara




permalink | inviato da il 10/10/2006 alle 16:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
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