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Diario


6 ottobre 2006

6 OTTOBRE 1973: LA GUERRA DEL KIPPUR

Unica guerra araba per la terra

L'unico leader arabo che abbia vinto una guerra in epoca moderna è stato anche il solo che non l'abbia intesa come ]ihad contro un nemico aborrito per razza e religione, il solo che abbia organizzato, calibrato e voluto un conflitto allo scopo di ottenere una pace con condizioni più vantaggiose di quelle di partenza. Molto è stato detto e scritto sulla guerra del Kippur del 1973, ma il suo carattere nazionalistico è sempre stato sottovalutato. È tuttavia importante sottolinearlo poiché proprio dalla strategia e dall'obiettivo e dalla strategia che Sadat si pose maturò la prima possibilità concreta non solo di una pace duratura tra arabi ed ebrei, ma anche del ritorno sulla scena araba di una linea costituzionale, scomparsa dai tempi del golpe iracheno, nel 1958. 

                                     

Morto Nasser il 20 settembre del 1970, Anuar al Sadat fu penalizzato per lunghi anni da un sentimento di disistima per la sua leadership, diffuso sia in Egitto sia nei Paesi arabi e negli stessi Stati Uniti. A differenza di Nasser, di cui era sempre stato l'ombra, egli era profondamente religioso e praticante. Credeva nell'Islam e negli anni Trenta si era avvicinato al nazismo convinto che le due ideologie fossero affini. Era però innanzitutto un militare, aveva combattuto sempre in prima linea ed era ben deciso a trarre insegnamento dalle sconfitte che aveva subito sul campo: nel 1948 in Palestina; nel 1956, quando si ritrovò i carri armati di Ariel Sharon alle porte del Cairo; nel 1962-66 in Yemen e nel 1967 di nuovo in Palestina e nel Sinai. Il Settembre Nero del 1970, il tentativo dei palestinesi di abbattere re Hussein di Giordania e il massacro conseguente, l'avevano reso certo dell'assoluta impraticabilità della linea seguita da Yasser Arafat, di cui aveva sempre diffidato.
Dalle sconfitte aveva appreso anche lezioni di tecnica militare. Sapeva di non potere disporre di un esercito capace degli slanci eroici delle truppe israeliane e che, nel caso dell'Egitto, tutto dipendeva dalle armi, dai generali e dai consiglieri militari sovietici, gli unici in grado di garantire un minimo di copertura all'avanzata delle truppe e delle divisioni corazzate sul terreno. Per questo preparò con cura i piani di una guerra strategica che doveva permettergli di conquistare le due sponde del Canale di Suez, infliggendo una sconfitta agli israeliani e aprendo la strada alle trattative.
Non vi furono dunque proclami alla piazza, provocazioni agli israeliani, complotti o gesti clamorosi sullo scenario internazionale per ottenere qualche vantaggio dalla rivalità Usa-Urss. Sadat si limitò a un accordo tecnico con la Siria di Hafez al Assad (che aveva preso il potere con un golpe nel 1970) e poi mise in campo la sua astuzia da vecchio guerriero.
Complice di questa strategia fu l’eccesso di sicurezza di Israele, i cui generali, e con loro gli ufficiali, i sottufficiali e i soldati si erano insuperbiti dopo il 1967. Per avere un'idea del livello di inefficienza dell'intero sistema di protezione di Israele, si pensi che il ministro della Difesa, Moshé Dayan, ebbe notizia certa dell'imminente attacco egiziano e siriano solo alle quattro del mattino del 6 ottobre 1973, all'ultimo minuto. L'attacco iniziò infatti alle 14.05 dello stesso giorno e in quelle poche ore vi fu solo tempo per abbozzare misure di emergenza, in una situazione in cui una buona parte degli effettivi era in licenza per la festività dello Yom Kippur. L'esercito di Gerusalemme, che solo sei anni prima aveva stupito il mondo, si fece trovare totalmente impreparato. Dopo dieci ore di combattimento, la notte del 6 ottobre 1973 tutte e cinque le divisioni di fanteria egiziane passarono il Canale di Suez e si attestarono sulla riva orientale. Sul fronte siriano, l'attacco fu fermato solo grazie all'incredibile capacità di resistenza dimostrato dalla 188esima Brigata corazzata «Barak», che riuscì a contenere con soli sessanta carri armati - alla fine tutti distrutti – l’avanzata di seicento carri armati siriani.
I combattimenti continuarono per alcuni giorni ed ebbero il loro culmine il 14 ottobre, quando mille carri armati egiziani si scontrarono nel Sinai, in campo aperto, con seicento carri armati israeliani. La battaglia terminò la sera stessa con la vittoria completa degli israeliani, che riuscirono a contrastare il colpo di maglio (pessima tattica di marca sovietica) tentato dagli egiziani e diedero subito inizio alla controffensiva. Alle cinque del pomeriggio del 15 ottobre, la brigata corazzata comandata da Ariel Sharon iniziò dunque ad avanzare verso il Canale di Suez, in direzione della cerniera che collegava due divisioni corazzate nemiche, nella zona dei Laghi Amari. All'una e mezzo di notte i primi commando israeliani attraversarono il Canale e alle cinque del mattino settecentocinquanta soldati iniziarono a combattere sul suolo egiziano.
                                                  

Ariel Sharon ebbe liti furibonde col suo comandante Bar Lev. Costui intendeva infatti rafforzare la testa di ponte sul canale, mentre Arik voleva portare un a fondo nelle linee nemiche, convinto che questo avrebbe messo in crisi l'intero esercito egiziano. Nel giro di pochi giorni la controffensiva israeliana ebbe pieno successo e si creò sul terreno una situazione anomala, che merita di essere visualizzata graficamente per comprendere la concezione politica, vale a dire finalizzata alla trattativa, della strategia in atto. 

                             

Come si può notare, l'esercito egiziano occupava circa cinquecento chilometri quadrati sulla riva orientale; quello israeliano, invece, ne occupava circa settecento sulla riva occidentale. Le due sacche si fronteggiavano, a ordine invertito, lungo il Canale. L’insieme configura una sorta di braccio di ferro tra i due eserciti, mossi da strategie finalizzate alla trattativa, aliene dalla tentazione di portare il conflitto nel cuore del Paese nemico. Il vantaggio maggiore era comunque stato acquisito dagli israeliani. Sharon era attestato con la divisione corazzata in una zona ricca di impianti industriali e porti, a soli centodieci chilometri dal Cairo, mentre l'esercito egiziano occupava, sostanzialmente, aree disabitate.
Di nuovo, dunque, l'esercito arabo era uscito sostanzialmente sconfitto dal confronto sul terreno, ma Sadat aveva conseguito un risultato prezioso: non era finito al tappeto, il match era ancora aperto.
A quel punto venne in suo soccorso quella che potremmo chiamare la bomba energetica araba, che portò a un'intesa di fine dei combattimenti e a una trattativa bilanciata siglata il 20 ottobre al Cremlino tra Henry Kissinger, titolare del dipartimento di Stato, e Leonid Breznev. Fu un passo obbligato per gli americani. Infatti, a seguito di una sollecitazione sovietica, enfatizzata il 9 ottobre sulla «Pravda», il 17 ottobre i Paesi arabi avevano annunciato un aumento del 70 per cento dei prezzi del petrolio e una diminuzione del 5 cento della produzione che sarebbe continuata ogni mese fino a quando Israele non avesse liberato i territori occupati nel 1967. Il 22 ottobre, insoddisfatti del compromesso raggiunto al Cremlino e decisi a contrastare l’appoggio di Washington a Gerusalemme, i Paesi arabi decretarono l'embargo totale delle esportazioni negli Usa.
La carenza di petrolio sconvolse gli Stati Uniti e l'Europa. L’intera economia occidentale scoprì di essere dipendente da una variante che poteva impazzire, invischiata in un conflitto incancrenito di cui nessuno riusciva a venire a capo. Il jihadismoarabo, dal canto suo, aveva trovato nel ricatto petrolifero un’arma infallibile: comoda, senza rischi, che permetteva inoltre di arricchirsi.
Ma Sadat, a differenza dei governi arabi che usarono il pretesto palestinesi per i propri poco encomiabili scopi (l’Arabia Saudita vide tra il 1973 e il 1980 le sue entrate petrolifere lievitare da 4,3 sino a 102,2 miliardi di dollari), puntava a un accordo col suo avversario storico e impose questa logica anche all'Urss (ricordiamo qui che nel 1972 Sadat aveva allontanato dall'Egitto quindicimila consiglieri sovietici. Non intendeva più far manovrare le proprie forze armate in funzione dei disegni dell'Urss). L'Egitto - seguito dalla Giordania, ma non dalla Siria - il 22 ottobre 1973 accettò dunque la Risoluzione 338 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Essa chiedeva di approvare la Risoluzione 242 in tutte le sue parti, compreso il riconoscimento della piena legittimità dell'esistenza dello Stato di Israele. Chiedeva di fissare e riconoscere confini formali tra i due Stati e l'impegno a non bloccare le vie d'acqua e il Canale di Suez alle merci dirette in Israele.
Sadat non aveva vinto la guerra, e lo confermano le cifre impietose dei morti e delle perdite (gli egiziani avevano avuto 7700 morti, gli israeliani 2552; gli egiziani avevano perso 2000 carri armati e 500 aerei, gli israeliani 804 carri e 114 aerei), ma non era neppure stato sconftto, poiché la sua guerra non aveva avuto come scopo ultimo la distruzione di Israele, bensì la firma di un accordo onorevole. Egli aveva dunque conseguito il risultato, anche se ciò gli costò la vita.
(Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, pp. 216-220).

Ed è – certamente non a caso - in un altro 6 ottobre, quello del 1981, che Sadat viene ucciso
da alcuni uomini che indossano la divisa dell’esercito egiziano proprio mentre assiste a una parata militare per l’anniversario della guerra del Kippur nei pressi del Cairo. I quattro sicari sono membri della Jihad, organizzazione della Fratellanza Musulmana. A questo proposito, mi è giunta da Israele una riflessione che mi sembra opportuno aggiungere a questa rievocazione: «Sono appena stata a un convegno in onore dei 25 anni dall'assassinio di Sadat. Ci si è chiesto: chissà perché non ne fanno uno simile in Egitto per l'anniversario della morte di Rabin?!»
Aggiungo infine, per i lettori particolarmente diligenti, una testimonianza personale da chi l’ha vissuta in prima linea e un interessante articolo del Jerusalem Post.

E dal mitico Toni la mappa di Google Earth delle zone chiave della guerra del Kippur, con i passi di Giddi e Mitla.



barbara




permalink | inviato da il 6/10/2006 alle 0:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (24) | Versione per la stampa
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