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Diario


4 ottobre 2006

I FIGLI DEGLI INTERNAT

Riporto integralmente l’articolo di Emanuela Zuccalà pubblicato nell’ultimo numero di “Io donna”, supplemento del Corriere della Sera, che riferisce sull’esperienza del suo viaggio in Bielorussia, nel mondo di “Maria”. Alcune delle cose che ci racconta corrispondono esattamente ai nostri peggiori timori. Altre, invece, sono un po’ peggio dei nostri peggiori timori.

Quella mattina, uguale a ogni altra, i bambini stavano sull'attenti con il pugno alzato a cantare
Mia Bielorussia prima delle lezioni. Mancavano all'appello due ragazzi di 14 e 15 anni, ombrosi e inseparabili, rapidi e invisibili quando all'intervallo scappavano oltre il viale d'ingresso a rifornirsi di colla da sniffare. Quella mattina li hanno cercati per ore, nei due labirintici blocchi grigi. Li hanno trovati cadaveri, impiccati alle travi di un'aula dismessa. È stata assunta una psicologa. Pochi mesi dopo, un ragazzino che voleva spaventare i compagni stava appeso senza vita dentro un armadio del dormitorio, una cintura stretta al collo e lo sgomento negli occhi aperti. Sono passati due anni e il nuovo direttore - quello precedente è andato in pensione, senza clamori - mi racconta le sue storie dell'orrore a mezze frasi, con triste imbarazzo, mentre dall'ordine deprimente dei dormitori passiamo accanto alle scarpe accatastate al buio del piano terra e infine nell'atrio della scuola, nell'edificio di fronte. Sostiamo sotto il ritratto del presidente Lukashenko, che sembra fare la guardia a questo contenitore di bambini, un puntino in mezzo alla Bielorussia.
Sono a Chaussy, cittadina di 12 mila abitanti nella regione di Mogilev, 250 chilometri a est di Minsk. Un'area contaminata da Chernobyl, da cui tanti bambini partono per l'estero più volte l'anno perché allontanarsi abbatte del 40 per cento il cesio nell’organismo. E questa è una delle centinaia di scuole-internat per i 30 mila piccoli bielorussi che perdono l'identità tra camerate da dieci, venti letti allineati come in caserma, refettori umidi del tanfo di gallina bollita, bagni con i water in fila e senza divisori, in una promiscuità che avvilisce.
Ora ci viene detto che l'internat di Vileika, quello da cui proveniva Maria, la bimba nascosta da una coppia ligure che è diventata un caso diplomatico tra il governo di Minsk e l'Italia, è una struttura modello. Ma la realtà è quella che lo stesso presidente Lukashenko ha descritto qualche tempo fa: «Solo il 20 per cento di chi esce dagli orfanotrofi si adatta alla vita adulta. Gli altri diventano vittime o autori di reati. Sono giovani che non servono a nessuno».
Tempo fermo e isolamento: questo si respira a Chaussy. Trovo però rassicuranti alcuni volti: le educatrici, troppo poche per 104 bambini, e il giovane direttore Michail Vitalevic, angustiato dalla scarsità di fondi e dallo squallore di una struttura che va in pezzi. Aperta nel 1946, la scuola-internat ospita minori da otto a 18 anni con problemi psicologici: «I più violenti» spiega Vitalevic «quelli che rubano e si drogano». Sguardi sfuggenti, spenti. Diciannove non hanno famiglia. Gli altri sono orfani di genitori vivi, alcolisti o solo poveri, come una contadina in un vicino kholkoz, che ha preferito affidare i quattro figli allo stato. L'unica terapia studiata per la loro inquietudine è il movimento: mille attività per non pensare. L'hockey, sport nazionale perché piace a Lukashenko. Gli attrezzi in palestra, vinti a una pesca di beneficenza. Lezioni d'informatica su computer d'antiquariato regalati da un'associazione canadese. E poi i corsi di sopravvivenza: quattro bambine in divisa mimetica percorrono lente il corridoio del secondo piano e raccontano i loro esercizi da soldatesse in vista delle gare regionali, quando un ministro consegnerà ai vincitori berretti da veri militari. L'indottrinamento del regime tocca a maschi e femmine: come nell'Unione Sovietica, anche nella Bielorussia del dittatore i bambini sono "pionieri", da adolescenti diventano "komsomol" e infine comunisti. A colpi di disciplina e parate. Il presidente dice che il contatto con l'estero inquina i giovani. E la minaccia di sospendere i viaggi per i bambini di Chernobyl, dopo il caso della piccola Maria, non è che una trita cantilena: «Il consumismo ha già sommerso il paese» declamava in Parlamento nel novembre 2004, dopo aver bloccato le adozioni all'estero, tuttora chiuse. «I bambini tornano da quei posti consumisti al quadrato. Non abbiamo bisogno di tale educazione».

Eppure le vacanze
terapeutiche pesano nell'economia del piccolo Stato rurale: portano traffico alla Belavia, la compagnia che effettua i voli; danno lavoro alle agenzie di viaggi e alle catene di hotel che ospitano famiglie straniere in visita ai bambini. Senza contare il business del turismo sessuale, redditizio effetto collaterale degli scambi con l'estero. Ed è solo grazie alla solidarietà internazionale - italiana, soprattutto - che un internat decrepito come Chaussy ha bagni ristrutturati, una dispensa per frutta e verdura, carta da parati a fiori nei dormitori. «A breve, i 150 mila rubli mensili che lo Stato ci dà per ogni bambino (60 euro, ndr) dovranno essere sborsati dalle famiglie» lamenta il direttore. «È gente senza lavoro, alcolizzata... Chi vuole che paghi?». Già oggi il riscaldamento va e viene. L'acqua manca da giorni: i bagni nuovi maleodorano di latrina consunta; le camerate puzzano del sudore e dei piedi di ragazzini che non possono lavarsi. Si aspetta l'ennesima invasione di pidocchi. E intanto Lukashenko infarcisce di palazzetti da hockey le sue città prive di bellezza e incoraggia il popolo a fare più figli per vincere la denatalità. Assicura che il problema degli orfanotrofi sarà risolto entro l'anno, ma non spiega con che risorse né quale sia esattamente questo problema. Impossibile che pensi all'innaturale rassegnazione negli occhi di Marina e Galia, adolescenti ben pettinate e senza gioia, da sempre recluse a Chaussy. Sono rimaste sole sui banchi al tramonto, ad armeggiare con forbici e cartoncini rossi. Confezionano biglietti di compleanno. Timorosa, Galia mi porge un cuore sbilenco con scritto «Ti auguro salute e successo negli studi, e di essere sempre felice». Sorride: «Tienilo», come a consolarmi per aver ingoiato tanto gelo, oggi, nella sua ineluttabile galera senza sbarre.

Seguono all’articolo alcune considerazioni – in sintonia con altre lette altrove – da parte di alcuni psicologi sugli effetti, definiti pesantemente negativi, quando non addirittura devastanti, su questi bambini, dei soggiorni temporanei all’estero, che creano aspettative quasi mai destinate a realizzarsi, e abitudini a stili di vita che rendono loro ancora più duro affrontare, al ritorno, la vita dell’istituto. Anche questo è un aspetto della questione sul quale può valere la pena di riflettere.

barbara




permalink | inviato da il 4/10/2006 alle 0:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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