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Diario


24 settembre 2006

CRISTIANI IN PERICOLO NEL MONDO MUSULMANO

Giornalista iracheno: È difficile immaginare un periodo in cui i cristiani arabi abbiano corso un pericolo maggiore di quello attuale

In un articolo sul quotidiano iracheno Al-Zaman, pubblicato simultaneamente a Londra e a Bagdad e la cui tradizione liberale risale agli anni 40, l’editorialista Majid Aziza illustra la difficile situazione della comunità cristiana nel mondo musulmano. Seguono brani dell’articolo: (1)


“I cristiani nati in paesi arabi stanno fuggendo dalle loro terre d’origine. È una frase ripetuta ogni giorno dappertutto ed è esatta al cento per cento. Stando alle statistiche, i cristiani sono emigrati in gran numero verso paesi più sicuri per loro e per i loro figli, come Stati Uniti, Australia ed Europa. Il motivo sono le vessazioni da parte di organismi governativi da un lato, di gruppi estremistici dall’altro, che subiscono in paesi dove hanno vissuto da migliaia di anni. […].
I cristiani risiedono da secoli in quelle terre che attualmente si chiamano paesi arabi, fianco a fianco con altri gruppi religiosi e particolarmente coi musulmani con cui hanno condiviso le difficoltà della vita. Ma i cristiani hanno perso i loro ‘vicini’ per molte ragioni: l’estremismo religioso che alligna fra alcuni musulmani, la crescita demografica per motivi religiosi, atti di discriminazione e coercizione, espulsioni individuali e collettive e pressioni patite anche quando servivano il loro paese. Ne troviamo molti esempi in Palestina, Iraq, Sudan, Libano, Egitto e altrove.
Quattro milioni circa di cristiani libanesi hanno lasciato il loro paese a causa delle pressioni esercitate su di loro. Circa mezzo milione di cristiani iracheni hanno abbandonato la loro patria per gli stessi motivi […]. E oggi la situazione sta peggiorando per la discriminazione da parte degli estremisti salafiti (fondamentalisti islamici). In Palestina, i cristiani sono quasi scomparsi in conseguenza del controllo esercitato dai musulmani estremisti sulla questione palestinese e della marginalizzazione del loro ruolo, a prescindere dall’impatto negativo sui cristiani palestinesi dell’Intifada, condotta da organizzazioni islamiche. Quanto ai cristiani d’Egitto, i copti, quello che hanno subito e stanno subendo, per mano sia dello stato sia degli islamici, basterebbe a riempire pagine di libri e giornali, tanto è la coercizione, la discriminazione e la persecuzione. Quanto accade in Algeria, in Mauritania, in Somalia e in altri paesi è troppo lungo da spiegare.
La situazione è identica anche in paesi musulmani non arabi. I cristiani sono perseguitati in paesi islamici come Pakistan, Indonesia e Nigeria. In Pakistan, i leader spirituali islamici hanno emesso una fatwa (parere religioso) con cui si autorizza l’uccisione di due cristiani per ogni musulmano ucciso dagli attacchi americani in Afghanistan, come se gli americani rappresentassero la cristianità nel mondo. In altri paesi essi vivono nella paura, all’ombra delle minacce, e debbono affrontare un crescendo di aggressioni, ogni volta che gli Stati Uniti e i loro alleati compiono azioni militari contro un qualsivoglia paese.
I cristiani hanno paura di quello che può loro succedere in questi paesi. La situazione è davvero critica e richiede un’attenzione urgente. È difficile immaginare un altro periodo in cui i cristiani abbiano corso un pericolo maggiore di quello attuale in questi paesi […]”.
Nota: (1) Al-Zaman (Iraq e Londra), 4 settembre 2004

Credo che i quattro milioni di cristiani libanesi che avrebbero lasciato il Paese siano un refuso (purtroppo non ho potuto verificare l’originale, inizialmente pubblicato da MEMRI e oggi non più reperibile), tuttavia ritengo che l’articolo rimanga ugualmente valido, ed è comunque vero e documentato che le comunità cristiane in Libano sono state decimate durante la guerra civile scatenata dai palestinesi e durata 15 anni, e che la loro decimazione è proseguita sotto il benevolo sguardo del governo filosiriano succeduto alla guerra civile. Certo che è ben strano, questo mondo (oylem goylem, direbbe qualcuno): da sessant’anni rimproveriamo e condanniamo Pio XII per avere taciuto sullo sterminio degli ebrei, e quasi nessuno si azzarda a criticare Giovanni Paolo II per il suo diligentissimo e altrettanto profondo silenzio sullo sterminio dei cristiani. Non solo: per avere abbracciato i carnefici affinché potessero continuare a sterminare con la sua santa benedizione lo hanno lodato e applaudito, e hanno chiamato tutto questo “dialogo”. E quando finalmente arriva qualcuno che osa interrompere quel silenzio che tanto ci è apparso disdicevole in Pio XII, si critica il suo parlare tanto quanto si era criticato dell’altro il tacere, e lo si chiama seminatore di discordie, fomentatore di disordini, guerrafondaio. E sarà dura, con un mondo così, uscirne vivi.


barbara




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