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Diario


21 settembre 2006

IN RICORDO DI UN GIUDICE RAGAZZINO

"Non è possibile che si creda che un ragazzino, solo perché ha fatto un concorso di diritto romano, sia in grado di condurre indagini complesse contro la mafia o contro il traffico di droga. Questa è un’autentica sciocchezza" (Francesco Cossiga, 10 maggio 1991).

La prima telefonata arrivò alla sala operativa della Questura intorno alle 8.30. Una voce giovanile avvertiva l'operatore che sulla «640» era successo qualcosa di strano, un incidente o forse un rapimento. Poi al «113» iniziarono ad arrivare altre chiamate concitate. C'era una macchina con il lunotto posteriore in frantumi, ma dentro, nonostante le tracce di sangue, non c'era nessuno.
Il giovane capo della Squadra mobile dell'epoca, Giuseppe Cucchiara, in quel momento si trovava in auto, imbottigliato in mezzo al traffico cittadino diretto in ufficio. Ascoltando via radio la segnalazione della «centrale», il commissario capo decise all'istante di andare a controllare quella situazione.
Era un venerdì e, nonostante si fosse alla vigilia della stagione autunnale, faceva ancora molto caldo.

Quando il dirigente della Mobile arrivò in Contrada San Benedetto sul posto c'era già una volante. Gli agenti, con le pistole in pugno, stavano controllando la vecchia Ford Fiesta di colore amaranto del giudice Rosario Livatino crivellata di proiettili e bloccata sul ciglio della strada contro il guard-rail. Le tracce portavano alla scarpata. Cucchiara scavalcò ed iniziò a scendere tra l'erba secca e gli arbusti anneriti da un incendio, alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Pochi metri e il capo della Mobile trovò una scarpa. Era un mocassino nero, quello del piede sinistro, che il giudice aveva perso nella fuga in cerca di scampo.
Il cadavere era poco oltre.
Quella mattina il giudice Livatino indossava una camicia azzurrina che presentava larghe macchie di sangue. Aveva la testa all'indietro e gli occhi sbarrati, rivolti al cielo, quasi nell'estremo tentativo di chiedere aiuto a qualcuno lassù.
«In quegli interminabili momenti in cui mi trovai da solo davanti al corpo del giudice, vi era un silenzio assoluto - ricorda Giuseppe Cucchiara. - Si sentiva solo in lontananza il traffico delle auto scorrere sulla statale, pochi metri sopra, e tutto pareva irreale».
Anche quel giorno, come d'abitudine, il «giudice ragazzino» si era rasato con cura, come faceva ogni mattina. Aveva salutato i genitori ed era salito in auto per recarsi, da Canicattì (dove abitava con la famiglia in un palazzo del centro storico) ad Agrigento, al lavoro in tribunale.
Nel suo viaggio solitario verso il capoluogo, quel 21 settembre del 1990 il giudice trovò il gruppo di fuoco ad attenderlo. Livatino era stato inflessibile fino alla fine. Come giudice a latere del tribunale aveva deciso di far parte del collegio chiamato a decidere sulla proposta di confisca dei beni, per centinaia di milioni di lire, a quattro presunti mafiosi agrigentini. E non si trattava di personaggi di poco conto. Infatti i beni vennero poi confiscati tra gli altri ai capi famiglia di Canicattì, proprio il suo paese di origine. Quando la richiesta di confisca dei beni approdò in Tribunale, Livatino ricevette più di un invito bonario per astenersi dall'essere componente di quel collegio.
«Lei signor giudice - gli dissero - si è già occupato di loro. Non sarebbe meglio che…».
Effettivamente anni prima, in procura, lui si era occupato delle famiglie mafiose di Canicattì che ora erano oggetto delle misure patrimoniali. Ma Rosario Livatino non ci aveva pensato su due volte: «Resto - aveva detto - La legge me lo consente!».
Racconterà qualche tempo dopo un pentito della Stidda di Palma di Montechiaro che quella mattina i killer si erano piazzati sulla strada, al bivio di Castrofilippo, all'estrema periferia di Canicattì, in attesa di veder transitare la vecchia utilitaria del giudice. Poi l'avevano seguito a distanza, perché il magistrato guidava a velocità moderata, finché, ormai fuori dal territorio di Canicattì, in contrada San Benedetto nel comune di Favara, entrarono in azione. E senza scorta e senza armi, per i sicari eliminare il giudice fu molto semplice. (da
La Sicilia, ripreso da qui).

Non doveva poi essere così incapace, questo ragazzino (38 anni ancora da compiere), se la mafia ha avvertito urgente il bisogno di eliminarlo. Ed è forse il caso di ricordare che non aveva la scorta. Probabilmente l’avrebbero ucciso lo stesso, ma resta il fatto che lo stato, rappresentato dal signor Cossiga, non gli aveva dato la scorta. E vorrei concludere questo ricordo con alcune parole di Giovanni Falcone:


"Si muore generalmente perchè si è soli o perchè si è entrati in un gioco troppo grande.
Si muore spesso perchè non si dispone delle necessarie alleanze, perchè si è privi di sostegno.
In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere."
"Gli uomini passano, le loro idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe degli altri uomini."

Speriamo che le nostre gambe siano forti abbastanza per reggere il peso di idee tanto grandi e coraggiose.



barbara




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