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Diario


17 settembre 2006

17 SETTEMBRE 1970: SETTEMBRE NERO

Lo schema della «lotta armata come strategia» venne applicato con intensità anche in Giordania, dove aveva trovato rifugio la maggior parte dei profughi del 1948 e del 1967. La profonda sfiducia di Arafat verso tutti i regimi arabi si trasformava in un sentimento molto simile all'odio nei confronti di re Hussein di Giordania, nipote di quel re Abdullah che aveva inteso fare la pace con Israele, simbolo del moderatismo arabo e obiettivo ventennale degli strali e degli insulti di tutti i nasseriani del Medio Oriente.
Sin dal 1969, i feddayn di Al Fatah e del Fronte popolare di liberazione della Palestina, alleato di Al Fatah, avevano messo in atto una tattica precisa. Avevano costruito basi militari e depositi d'armi nei campi profughi e li usavano per coprirsi ed effettuare azioni armate contro il nemico, vale adire il regime moderato di Amman.
È doveroso qui ricordare che nessuno tranne gli israeliani ha mai denunciato la barbarie di una simile strategia di guerriglia. Eppure nessun movimento di liberazione nazionale ha mai cercato protezione per i propri arsenali e i propri gruppi di fuoco in mezzo alla popolazione civile, facendosene scudo. Questo è sempre stato, invece, il modo di combattere dei palestinesi che hanno sistematicamente usato donne, bambini e vecchi per coprirsi dal fuoco avversario, salvo poi denunciare al mondo la ferocia degli israeliani o dei regimi arabi filoimperialisti quando, per neutralizzare le basi armate da cui erano stati attaccati, uccidevano anche innocenti.
In Giordania prima e in Libano poi, tale metodo ben poco onorevole di guerriglia venne per di più applicato servendosi dei più miseri e poveri tra i palestinesi: i profughi dei campi. Nella primavera del 1970 la strategia della lotta armata palestinese iniziò a essere applicata ad Amman. Bande di feddayn spadroneggiavano in città, dando vita a continui cortei di protesta, spesso violenti. Re Hussein proibì di portare armi e impose l'obbligo di chiedere l’autorizzazione per ogni manifestazione. Spingevano in questa direzione soprattutto i generali e gli ufficiali della Legione araba, che comprendevano quale piano si celasse dietro quelle dimostrazioni di forza. Ma fu tutto inutile: l'onda montante della lotta armata palestinese contro il regime giordano sembrava inarrestabile. Ai primi di giugno del 1970 vi fu uno scontro militare palestino-giordano a Zarka, il re sfuggì per miracolo a un attentato, e nei giorni successivi i feddayn sequestrarono i clienti degli alberghi Intercontinental e Philadelphia chiedendo in cambio la destituzione del comandante in capo delle forze armate, Nasser bin Jamil (zio del sovrano) e del comandante della terza divisione blindata, Zaid ben Shaker. Il re cedette al ricatto: allontanò i due generali, suscitando un forte malcontento nei ranghi dell'esercito, asse portante del regno, e finì così con dare libertà d'azione ai feddayn, che si scatenarono. Proprio quando la situazione mediorientale parve essere ormai a una svolta positiva, il 31 luglio 1970 il presidente Richard Nixon annunciò che Egitto, Giordania e Israele avevano accettato il piano presentato dal segretario di Stato, William Rogers, che prevedeva un cessate il fuoco rinnovato di tre mesi in tre mesi e l’avvio di negoziati tripartiti per l'applicazione della Risoluzione 242 (come si è detto, Risoluzione nel complesso favorevole a Gerusalemme). La prospettiva di una pace onorevole, contrattata sotto l'egida dell'Onu, fece saltare i nervi all'Olp di Yasser Arafat. Il Piano Rogers e l'assenso espresso da Nasser e Hussein, col beneplacito dell'Urss, avrebbero portato a una pacificazione dell'area, vanificando la strategia della lotta armata. Il vertice palestinese decise quindi un immediato rilancio delle ostilità, inserendo nel documento con cui rigettava il Piano Rogers una frase inequivocabile: «Esiste un solo popolo sulla scena palestino-giordana». L'Olp dunque si autoproponeva quale avanguardia rivoluzionaria anche del popolo giordano contro il suo regime. Per chiarire ulteriormente il concetto Yasser Arafat, il 28 agosto, non ricorse a perifrasi:
“Le forze palestinesi faranno della Giordania il cimitero dei complottatori e di Amman l'Hanoi del Medio Oriente. I nostri fucili spazzeranno via il cessate il fuoco e le trattative di pace.” (Olivier Carré, Septembre noir, le refus arabe de la résistence palestinienne, Complexe, Bruxelles 1980, pp. 81-82).
Due giorni dopo, il 1° settembre, re Hussein scampò a un nuovo attentato. Il 6 settembre un commando palestinese del Fplp di George Habbash, inserito a pieno titolo nell'Olp, dirottò quattro aerei di linea e ne fece atterrare due in un aeroporto inglese in disuso in Giordania. Il regno si trovò a essere la base della più grande operazione terrorista fino ad allora veduta, mentre l’Olp lanciava il suo segnale di sovranità sul territorio giordano, trasformato in un santuario della lotta armata. Il 15 settembre re Hussein decise di difendere con energia il regno da una escalation terrorista che forse non aveva un progetto preciso ma che concordava nella volontà di abrogare tutti i poteri costituiti: il generale di origine palestinese Mahmoud Daud venne nominato a capo di un governo militare.
L'Olp rispose con uno sciopero generale di protesta, deciso assieme ai sindacati giordani. Arafat si era insediato come un cuculo nel nido giordano e pretendeva il diritto di covarvi le uova della sua lotta armata strategica, del suo jihad, e ancora una volta il Partito costituzionalista hashemita scendeva in guerra con il Partito del jihad palestinese.
Il 17 settembre iniziarono i combattimenti. Una divisione corazzata siriana entrò in Giordania, dove venne però bloccata dall'ordine perentorio di Mosca di non agire. Una divisione corazzata irachena, forte di diciassettemila soldati e cento carri armati, era già in Giordania, ma anch’essa non si mosse, limitandosi ad assistere al massacro. Nel frattempo, Henry Kissinger ordinò di preparare un piano di intervento rapido per salvare re Hussein. Non ce ne fu tuttavia bisogno. Dopo dieci giorni di combattimenti feroci, il responso fu quello di sempre: il jihad perse, lasciando sul terreno trentamila palestinesi morti secondo l'Olp, millecinquecento secondo l'esercito giordano. Gli scontri continuarono sino a tutto il 1971 (battaglia di Ajun) e finirono con una secca sconfitta palestinese che accusò anche il colpo di una ipoteca politica: il 15 marzo 1972 re Hussein di Giordania decise di contrastare con una propria strategia di mediazione quella dell’inaffidabile leadership palestinese e si proclamò re di un Regno arabo unito che associava alla regione giordana una regione palestinese. Il sovrano rivendicava la rappresentanza delle istanze del popolo palestinese, in opposizione a Yasser Arafat. (Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, Rizzoli, pp. 214-216).

E mai, chissà perché, una voce che si levi contro queste orrende stragi di palestinesi.


barbara




permalink | inviato da il 17/9/2006 alle 0:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (18) | Versione per la stampa
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