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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 agosto 2006

MENTRE LA CITTÀ BRUCIAVA

«Non capisco l’attrazione di questo paese, l’amore per le persone, la commozione nel vedere i paesaggi, la nostalgia al solo pensiero di abbandonarlo. Sento solo una voce che sussurra ma non smette mai e mi dice: “Rimani! Amami!”».
Ho pianto spesso, leggendo questo libro. Ho pianto per le tante piccole e grandi emozioni annidate tra le sue pagine: l’amicizia che sboccia sul gradino di un autobus, le sirene di Yom ha-Shoà, un lungo bacio sotto una coperta, il braccio del vecchio che si allunga verso la brocca facendo risalire la manica della camicia e scoprendo il numero, l’attentato sottocasa, l’inspiegabile felicità scaturita dal bagno rituale, la fede pacifista che comincia a vacillare sotto il peso delle bombe di chi vuole solo morte e distruzione … Davvero, non c’è pagina che non porti il suo carico di emozione in questo delizioso racconto di un giovane ebreo coscienzioso («Siccome Samuele è ebreo, io pio bambino di sette anni avevo ritenuto irragionevole che della carne di maiale fosse servita agli invitati e quindi avevo diagnosticato i piccoli panini sul tavolo come panini al salmone. Ne assaggiai uno e sul palato mi sembrò un po’ strano per essere salmone, ma mi piacque e ne presi un altro: ottimo anche quello. Al secondo panino avevo già dedotto che stavo mangiando del prosciutto, ma da giovane osservante, per avere l’assoluta certezza che si trattasse di carne proibita ne mangiai otto. Poi, accortomi dell’errore, compresa la trasgressione, cercai il perdono di Dio con un bicchiere di coca-cola in mano: “Non lo sapevo, Signore, mi dispiace tanto!” pregavo tutto compito, ma fui salvato da Samuele che trascinandomi in una partita di calcio mi salvò da quel delicato confronto») che cerca la sua strada. E forse, almeno un po’, indica qualche direzione anche a noi.

Schulim Vogelmann, Mentre la città bruciava, Giuntina



barbara




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