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Diario


25 agosto 2006

ARABI DI GERUSALEMME CONTRO LA DIVISIONE DELLA CITTÀ

A volte capita che gli arabi israeliani capiscano di più e meglio degli ebrei israeliani.

Dividere Gerusalemme significherebbe portare i terroristi di Hamas, Jihad Islamica, Forza 17 e Tanzim dentro la parte della città controllata dagli arabi. È quanto ha denunciato sabato scorso un gruppo di personalità arabe di Gerusalemme. I membri del gruppo guidati da Zuheir Hamdan, un mukhtar (capovillaggio) del quartiere Sur Baher, si sono incontrati durante il fine settimana per esaminare la proposta rilanciata nella nuova piattaforma programmatica del partito laburista, secondo la quale Gerusalemme dovrebbe essere ridivisa.
Riprendendo le proposte avanzate a suo tempo dall'allora primo ministro israeliano Ehud Barak al fallito vertice di Camp David del luglio 2000, il programma elettorale dei laburisti afferma che, nel quadro di un accordo di pace, i quartieri arabi di Gerusalemme passerebbero sotto governo palestinese, mentre i quartieri ebraici resterebbero sotto governo israeliano. Secondo il programma laburista il Monte del Tempio, nel cuore della parte vecchia della città, passerebbe sotto amministrazione congiunta o sotto un'altra forma di amministrazione concordata fra le parti.
"È curioso vedere come molti israeliani non hanno imparato niente dai fatti degli ultimi due anni - afferma Hamdan - Un ritiro israeliano [da Gerusalemme est] farebbe arrivare i miliziani di Fatah, Hamas, Jihad Islamica e del Fronte Popolare fino alla Porta di Damasco, al Monte Scopus e al Monte degli Ulivi. Trasformerebbero Gerusalemme in un'altra Gaza". Hamdan, che durante il governo Barak aveva capeggiato una campagna contro la divisione di Gerusalemme e che sostiene di non essere affiliato ad alcuna forza politica, dice di voler lanciare adesso un'azione simile "per spiegare i pericoli che comporta far entrare a Gerusalemme l'Autorità Palestinese". Dopo essersi consultato con diverse comunità e vari capi clan nei quartieri arabi della città, Hamdan ha convocato una riunione per sabato 21 dicembre cui hanno partecipato circa cinquanta persone. "Nessuno vuole tornare alla situazione pre-1967 - spiega Hamdan - Se i laburisti israeliani vogliono ritirarsi da tutti i luoghi dove ci sono degli arabi, allora perché non lasciare anche Nazareth, il Negev e il 'Triangolo' dove vivono centinaia di migliaia di arabi israeliani? L'ideologia laburista - continua l'esponente di Gerusalemme est - è razzista perché di fatto dice agli elettori israeliani: sbarazziamoci degli arabi".
Hamdan, seriamente ferito l'anno scorso in un attentato a colpi d'arma da fuoco dopo che aveva criticato Arafat e l'Autorità Palestinese con una serie di interviste alla stampa locale e internazionale, nega che i 200mila arabi di Gerusalemme vogliano restare sotto sovranità israeliana soltanto per conservare i diritti previdenziali, sanitari, scolastici ecc. "Gli arabi a Gerusalemme pagano le tasse come ogni altro cittadino d'Israele - dice - e per questo hanno questi diritti. Nessuno ci fa dei favori dandoci sussidi di disoccupazione: sono soldi nostri. E poi la questione non è solo economica. Sono convinto che la maggioranza di noi non ha nessuna fiducia nel governo corrotto e tirannico di Arafat. Guardiamo cosa ha fatto in Giordania, in Libano e ora in Cisgiordania e nella striscia di Gaza: ha procurato un disastro dopo l'altro alla sua stessa gente".
Un altro mukhtar impegnato nell'iniziativa contro la divisione di Gerusalemme dice che lui e i suoi compagni intendono organizzare una serie di incontri con funzionari e politici israeliani per spiegare il punto di vista degli arabi della città. "Manderemo anche dei messaggi al presidente degli Stati Uniti George Bush, al segretario generale dell'Onu Kofi Annan, al presidente egiziano Hosni Mubarak e a re Abdallah di Giordania - aggiunge il mukhtar - per dire loro che Gerusalemme e la moschea di Al Aqsa non appartengono ad Arafat. Vogliamo dire loro che si dovrebbe indire un referendum tra gli arabi di Gerusalemme affinché possiamo decidere del nostro futuro. Non intendiamo accettare di essere condotti come pecore al macello". (israele.net, 22.12.02 – da “Notizie su Israele”)

Vorrei soffermare per un momento l’attenzione sull’espressione che conclude la testimonianza del mukhtar: essere condotti come pecore al macello. È l’espressione che da sempre si usa per indicare gli ebrei deportati nei campi di sterminio e finiti nelle camere a gas. Ed è uso comune da parte di molti – che poi fingono ipocritamente di scandalizzarsi per le dichiarazioni dell’UCOII – equiparare Israele al nazismo e identificare i palestinesi con gli ebrei dell’epoca, ossia le vittime per definizione. Ed ecco, qui abbiamo un arabo israeliano – ossia, etnicamente, un palestinese – che vede se stesso e la sua gente esattamente in questa veste ma, attenzione, non in relazione al dominio israeliano bensì, al contrario, in relazione alla prospettiva di dover essere governato dall’Autorità Palestinese. Non è curioso?
E per concludere, visto che sta entrando Shabbat, vi regalo un piccolo assaggio di musica klezmer. Il pezzo si intitola “Trello hasaposervico”, ossia “Il ritmo del macellaio serbo” – con l’augurio a tutti noi di non doverci mai trovare sotto il suo coltello. Potrete ammirare anche il sosia di Yasha Reibman – sempre che non sia lui in persona.


barbara




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