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Diario


22 agosto 2006

ISLAMO-NAZISMO

Ecco che cos’hanno in comune il fondamentalismo jihadista e quello hitleriano

Questo articolo è un po’ più lungo di quelli che ho l’abitudine di postare, ma credo valga la pena di leggerlo per soffermare l’attenzione e riflettere su alcuni elementi che a volte, forse, ci sfuggono.

George W. Bush ha sbagliato nel definire “fascisti islamici” i terroristi e i fondamentalisti musulmani. A rigor di storia avrebbe dovuto infatti definirli “islamo-nazisti”, ma è un errore veniale. E’ indubbio che, non tra l’islam in genere, ma che tra l’islam fondamentalista nelle sue varie componenti (khomeinista, wahabita e palestinese) e il nazismo vi sono stati e vi sono molti
punti di contatto sul terreno dell’ideologia; sovrapposizioni fondamentali che non permettono un’identificazione meccanica, ma che legittimano la similitudine, che peraltro spiega come la reazione di Israele oggi e nel recente passato sia stata “proporzionata” al pericolo incombente. Questa, come tutte le similitudini, soprattutto quando vengono usate in politica, non dev’essere intesa in modo meccanico e assoluto. Sono evidenti le diversità tra la vita in una società come quella iraniana di oggi e la vita a Berlino alla fine degli anni 30. Meno evidenti sono le differenze con la vita nella società governata dai Talebani e da Osama bin Laden in Afghanistan prima di Enduring Freedom, resa con straordinaria efficacia letteraria dall’ottimo romanzo “Il cacciatore di aquiloni”. Questo perché, l’islamo-nazismo contemporaneo è caratterizzato da una flessibilità e da una modernità che ne fanno un sistema di riferimento duttile, non ingessato da schemi rigidi, capace non solo di basarsi sul consenso di massa, ma anche di recepire le tensioni sociali di società moderne, di assorbirle, di sterilizzarle, di governarle, come ben dimostra la successione tra la fase realpolitiker di Rafsanjani seguita da quella riformista di Khatami e infine da quella post-nazista di Ahmadinejad. Sul piano generale, delle dottrine politiche, i due sistemi ideologici sono accomunati innanzitutto da una visione similare dello stato etico, il cui fine è forgiare, indirizzare e guidare l’affermazione di un “uomo nuovo”, di un progetto di società e di umanità finalizzato. La Legge islamica fondamentalista, la norma, la sharia non sono dunque finalizzate a regolare i rapporti tra cittadini e tra questi e lo stato, ma tendono a sviluppare un progetto finalistico e salvifico, da imporre armi alla mano a tutta l’umanità, che cambi il senso della storia. Vi è qui, una differenza fondamentale, che però non cambia il segno di un percorso parallelo e che semmai aggrava ancora di più la presa del fondamentalismo islamista. Là dove infatti il nazismo e il fascismo svilupparono una concezione laica dello stato e della sua religione ed etica, l’islamismo fondamentalista e terrorista a cui si rifanno tra gli altri gli Hezbollah rappresenta l’unica ideologia rivoluzionaria con ampio seguito di massa nata nell’alveo di una religione storica. Solo Gilles Kepel, che da anni incredibilmente predice il fallimento già maturato del jihadismo per motivi che solo lui conosce, può definirlo “dalle poche centinaia di aderenti”. Nella realtà, la connotazione religiosa del totalitarismo islamico, la sua filiazione da una delle “Religioni del Libro”, il riferimento a una liturgia e a una Tradizione più che millenarie sono la base delle incredibili simpatia ed empatia che esso riscuote in tutto il mondo musulmano, ben al di là dell’avversione comune allo stato degli ebrei. Il “sistema di valori” dell’islamismo fondamentalista, inoltre, presenta un’altra differenza – ma non di essenza, di forza – rispetto al nazifascismo: non si è imposto grazie all’azione violenta di settori marginali della società, come fecero il nazismo e il fascismo (che seppero costruire consenso alla propria dittatura solo dopo la presa del potere), ma ha saputo imporsi con una rivoluzione popolare, la più popolare tra le rivoluzioni del XX secolo che trionfò in Iran nel 1979. Questa essenza rivoluzionaria, di massa, del fondamentalismo contraddistingue anche i suoi dirigenti, che alla testa di enormi mobilitazioni di popolo hanno saputo conquistare e poi difendere il potere. Ma questa dinamica rivoluzionaria e non di regime, non giacobina, è tanto potente quanto ignorata da un occidente che ha perso le sue ideologie e che non sa neanche più riconoscere e allarmarsi per le ideologie degli altri, anche quelle che lo minacciano di morte. I velleitarismi delle cancellerie europee e le fumisterie della sinistra planetaria – in primis quella italiana – a fronte dell’Iran, come di Hezbollah e di Hamas, nascono proprio da questa incapacità di “leggere” un movimento rivoluzionario in movimento che viene esorcizzato sino a pensare che possa essere imbrigliato in normali “accordi politici”, come si trattasse di imbrigliare movimenti nazionalisti come tanti altri. Timothy Garton Ash, proprio sulla base di questo errore, arriva oggi a paragonare Hezbollah all’Ira irlandese e a ipotizzare quindi una sua evoluzione positiva grazie a un graduale patteggiamento sulle sue istanze nazionaliste. Ma Hezbollah, come Hamas, come Ahmadinejad e Khamenei, non ha nessun problema nazionale, ma subordina gli stessi interessi delle nazioni in cui vive, semplicemente, al Giudizio universale. Quando i Soloni politicamente corretti – tutti antiamericani quanto antisraeliani – saranno in grado di spiegare come si possa patteggiare e trattare su diverse concezioni del Giudizio universale, il problema sarà risolto. Ma, a oggi, l’impresa pare difficilina. Sia Ahmadinejad sia Hezbollah sia Hamas (e peraltro anche Osama bin Laden e Ayman al Zawahiri), con straordinaria chiarezza – inascoltati –, ci dicono da un trentennio che il punto focale che li porta “a combattere l’occidente e i cristiani e i crociati e i falsi musulmani” è il Giudizio universale. Khomeini lo spiegò già con estrema chiarezza nelle prime righe della sua Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran, documento fondamentale per tracciare le infinite similitudini (e le poche differenze) tra nazismo e fondamentalismo islamico (inutilmente avversato dagli ayatollah moderati, spazzati via dall’Imam): “La Repubblica islamica è un sistema che si basa sulla fede in:
1 – Un Dio Unico (La Ilaha Ilallah), nella sua sovranità esclusiva, nei suoi comandamenti e nella necessità di sottomettersi al suo ordine.
2 – La Rivelazione Divina e il suo ruolo fondamentale nella formazione delle leggi.
3 – Il Giorno del Giudizio Finale e nel suo ruolo costruttivo nell’evoluzione perfettibile degli uomini verso Dio.
4 – La Giustizia di Dio nella Creazione e nei comandamenti.
5 – L’imamato, la sua direzione permanente e il suo ruolo fondamentale nello sviluppo continuo della Rivoluzione islamica.
6 – La dignità e il valore supremo dell’uomo e della sua libertà, così come della sua responsabilità verso Dio.”
Il combinato disposto della sovranità esclusiva di Allah e dell’Imamato del suo esercizio vicario a opera di un Giureconsulto segna un’affinità straordinaria, dal punto di vista concettuale, con l’elemento cardine del nazismo: il Fürherprinzip. Il potere, tutto il potere, in Iran è concentrato nelle mani del Rahbar, della guida della Rivoluzione, vicario di Dio, incarnazione dello stato etico, che dispone di tutto il potere monocratico nella politica estera, nella politica giudiziaria, nella politica militare, e che ha pieni e totali poteri sovraordinati a un esecutivo apparentemente elettivo, in realtà espressione solo dell’umma musulmana. Hezbollah libanese è ugualmente e volontariamente sottoposto a questo Fürherprinzip e si propone come proiezione internazionale della rivoluzione islamica iraniana, agli ordini dell’ayatollah Khamenei, di cui Sayyed Nasrallah è soltanto il “rappresentante in Libano”. Umberto Eco ci aiuta poi a focalizzare un altro fondamentale punto di contatto tra islamismo fondamentalista e nazismo: “C’è una componente dalla quale è possibile riconoscere il fascismo allo stato puro, dovunque si manifesti, sapendo con assoluta certezza che da quelle premesse non potrà venire che ‘il fascismo’, ed è il culto della morte”. Questo culto naturalmente si presentava in forma laico-nichilista nel nazifascismo, mentre vive come riproposizione gnostica nello scisma martirologio khomeinista. L’ideologia dello shahid esalta infatti la “bella morte”, non come delirio di onnipotenza dell’individuo superiore e quindi eroico, ma all’interno di un perfetto schema neoplatonico: uccidendo e negando la propria materia umana con la dinamite, il martire compie un completo percorso di conoscenza del divino e diventa pura luce, proprio perché distrugge la polarità diabolica della materia di se stesso e contemporaneamente delle sue vittime infedeli, siano essi cattivi musulmani, cristiani e soprattutto – ebrei. Questa “religione della morte” è, nel nazismo come nel fondamentalismo, intrecciata con la “religione della guerra”, la considerazione ideologica del conflitto armato come bene in sé, la scelta di purificare la società e l’individuo non nella vita civile, ma impegnandolo, con tutta la società, in una guerra permanente con gli “infedeli”, in una dimensione che il nazismo esaltava col “ruolo salvifico della guerra” e che il fondamentalismo esalta col suo crescente jihadismo. Nell’uno e nell’altro caso si ha la fine della politica – sia sul piano interno sia su quello estero – e il predominio dei rapporti di forza violenti e di deflagrazioni belliche devastanti, intervallate mai dalla pace, ma solo da tregue. Una mistica della guerra come “bene supremo” che enfatizza – altro punto in comune tra le due ideologie – il miraggio dell’“arma finale”. Il senso della politica atomica iraniana, ben più e ben prima del possesso effettivo della bomba A, è tutto nell’“effetto annuncio” dell’arma finale. E’ l’anticipazione dello strumento per scatenare il Giudizio universale, la molla che fa scattare un jihad che – come si è visto in Libano – non è tanto ingenuo da puntare le sue carte su una banale deterrenza o su un impiego effettivo della bomba. L’effetto annuncio serve a motivare lo scatenamento di una serie di azioni militari del tutto tradizionali (esattamente come fece l’Urss negli anni settanta e ottanta in Africa e Asia, sotto copertura atomica), in una logica non più di guerra tradizionale nasseriana ma di guerriglia da bunker e di attentati, magistralmente messa in atto dagli iraniani nel Libano del sud, con lo scopo non di ottenere lo stato dei palestinesi (che i fondamentalisti dall’epoca del Gran Muftì rifiutano) ma di distruggere lo stato degli ebrei. L’antisemitismo nel fondamentalismo islamico è infatti strutturale, portante, esattamente come lo era nel nazismo. Identica è la concezione dell’ebreo nelle due ideologie, perché il giudeo è nemico della umma come della Deutsche Gemeinschaft in quanto portatore di complotto, secondo un’interpretazione dell’archetipo politico maomettano che ha le sue radici nei presupposti complotti ebraici che il Profeta combatté alla Medina e che lo spinsero a ordinare la strage degli ebrei Banu Quraizah, sgozzati in 650 nel 627 d. C. con una liturgia che i terroristi iracheni ci hanno riproposto via al Jazeera, tagliando la gola al giovane ebreo americano Daniel Pearl. Vi sono mille e mille prove storiche della radicalità di un profondo antisemitismo musulmano, ma tra queste la più importante – però la più trascurata da quanti si aspettano un’evoluzione positiva di Hamas – è il definitivo legame tra Giudizio universale e sterminio di tutti gli ebrei. Pure, questo rapporto salvifico tra l’Avvento del Regno di Allah, vittoria universale dell’Islam e sterminio hitleriano di tutti gli ebrei, questa invocazione di una nuova shoah apocalittica è riportato con chiarezza e con enfasi nello statuto di Hamas, a dimostrazione di come il problema sia ben più radicale che non il mancato riconoscimento dello stato di Israele: “L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno e fino a quando gli ebrei si nasconderanno dietro una pietra o un albero, e la pietra e l’albero diranno: ‘O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo nascosto dietro di me – vieni e uccidilo’, ma l’albero di Gharqad non lo dirà, perché è l’albero degli ebrei (Hadith riferito da al-Bukhari e da Muslim)”. Là dove l’indiscutibile antisemitismo storico cristiano è sempre stato vincolato a San Paolo e Sant’Agostino, che legavano l’Ultimo Giorno alla conversione dell’ultimo ebreo, Hamas e i Fratelli musulmani disegnano invece un finalismo, un senso teologico della storia che ha nell’uccisione dell’ultimo ebreo il suo estremo sigillo. Che ci si spieghi come sia possibile una trattativa politica con chi ha questa visione del mondo e dell’umanità e ci accoderemo alle critiche al governo di Gerusalemme per la “sproporzione” delle sue risposte. Di nuovo, nozze piene tra nazismo e fondamentalismo – ma qui anche col cosiddetto “Islam moderato” – quanto a diritti delle donne. Solo i “dialogatori cattolici postconciliari” sono riusciti a non accorgersene, ma in tutto l’Islam contemporaneo, salvo fazioni minoritarie, la donna gode di pieni diritti solo quanto ad anima. Per il resto, quanto al suo corpo, nella pòlis, quale cittadina, essa è sottoposta a un dimidiamento dei diritti che è insanabile, perché discende da un principio indiscutibile: l’autorità tutoria dell’uomo. Concetto così sviluppato dal fondamentalista italiano Hamza Piccardo nel suo commento al Corano a cura dell’Ucoii (130 mila copie vendute): “Oltre alla complementarietà tra uomo e donna, c’è un problema di guida, nella famiglia e nella società, che non significa predominio, oppressione o disconoscimento della prevalenza femminile in una quantità di settori e circostanze. Allah affida questo ruolo dirigente al maschio. E’ un compito gravoso e difficile, di cui l’uomo farebbe volentieri a meno e di cui è tenuto a rispondere davanti ad Allah”. E’ qui, in questo “ruolo dirigente del maschio”, il nodo teologico-giuridico da cui discende tutta la legislazione repressiva nei confronti della donna. Sempre Hamza Piccardo, che ha fama, immeritata, di essere un “moderato”, dà prova del paradosso del suo riformismo fondamentalista là dove indica che la donna non è solo esposta al ripudio dell’uomo, ma che, in fondo, anche essa può scegliere il divorzio. Naturalmente, però, a differenza dell’uomo, essa deve “pagare” questa sua scelta, essendo una mezza cittadina, “offrendo una compensazione economica”. Poligamia, divieto di nozze con ebrei o cristiani, valore dimezzato delle testimonianze in tribunale, necessità del permesso del tutore maschio per le nozze, quote ereditarie dimidiate rispetto ai coeredi, e la stessa imposizione del velo derivano da questa “autorità tutoria” dell’uomo (la femmina deve coprire le sue zone erogene perché, a differenza del maschio, non è capace di gestirne l’impatto sociale). Infine, ma non per ultimo, l’ossessione dell’apostasia costituisce un ulteriore legame tra il “progetto di stato” islamico e quello nazista. In quasi tutto l’islam contemporaneo, infatti, il divieto di proselitismo da parte dei cristiani consegue alla proibizione assoluta per il musulmano di abbandonare la umma. Un divieto che deriva dall’inscindibile unità tra patto sociale e patto con Allah: il cittadino che abbandona la fede viola per ciò stesso il patto di cittadinanza della pòlis e quindi va punito. Divergono solo le pene per questo reato che ovviamente nega qualsiasi liceità della pratica del libero pensiero: in Iran, Pakistan, Yemen, Sudan e negli Stati islamici della Nigeria la pena è la morte, nella “laica” Algeria una legge del 2006 punisce con due anni di carcere e 10 mila euro di multa ogni atto di proselitismo, altrove le pene variano (l’Ucoii italiana, al riguardo, pare essere moderata, anche se permane il divieto di pratica del libero pensiero). E’ questa, dunque, la riproposizione di uno stato governato da una Santa Inquisizione, in cui il tradimento dell’ideologia del regime equivale al tradimento della patria, con conseguente punizione del reo. E’ la riproposizione di uno stato concentrazionario. Tanto basta, più che a dare ragione a George W. Bush, a definire una “chiave interpretativa” del fenomeno fondamentalista e terrorista islamico che spiega come le strade della politica, della trattativa, del compromesso non riescano mai a imporsi nei conflitti tra islam e occidente e illustra anche le ragioni per cui – come urlò Jibril Rajoub a Yasser Arafat nel 2003 - quello palestinese è assolutamente l’unico movimento di liberazione nazionale del ’900 che non sia riuscito a conseguire il suo obbiettivo. (Carlo Panella, Il foglio, 19.8.2006)

Credo sia giunto il momento di aprire gli occhi. Tutti. E di alzarci in piedi. Tutti. Perché a volte, ad alzarsi tutti insieme, magari funziona.


barbara




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