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Diario


19 agosto 2006

IL TELEFONISTA DI AL QAEDA

“«… voi occidentali non riuscite a capire, a volte nemmeno a intuire, sia la profondità sia l’ineluttabilità dello scontro in atto. Uno scontro tra due parti del mondo. Vi siete svegliati dopo l’11 settembre, ma il quadro non vi è ancora chiaro. Né avete la capacità di immaginare quanto sia forte e profondo l’odio che viene covato e alimentato contro l’Occidente»”.
“C’è una libreria nella moschea dove Abu Imad invita a comperare ‘la voce di Dio’: libri di interpretazione del Corano, cassette con gli inni alla jihad e i sermoni più accesi, scene riprese dal vivo sui campi di battaglia dell’Afghanistan, della Bosnia, della Cecenia e dove si illustra come annientare i ‘maiali’, gli occidentali. Una è particolarmente raccapricciante: imprigionati e legati, una decina di soldati russi vengono processati dai mujaheddin. La sentenza, il taglio della testa, viene fatta eseguire da alcuni ragazzini, non più di dieci o dodici anni, cui vengono consegnate enormi spade. Due di quei ragazzi venivano indicati come i figli di Anwar Shaaban, lo sceicco che aveva diretto la moschea di Milano e che era poi morto in Bosnia.”
“Riadh gestisce con i suoi amici il commercio di soldi falsi e smercia droga. Trattiene per sé una parte del guadagno, piccola rispetto alla mole del traffico. Il resto, ormai lo ha capito, prende la strada dell’organizzazione terroristica. Si confida con l’Imam. E gli pone una domanda precisa: «È lecito per un mujaheddin raccogliere soldi in questo modo?» Abu Imad sorride e allarga le braccia: «Per la nostra jihad nulla è peccato». «Quello che mi colpì non era stato tanto la risposta che l’Imam mi aveva dato. Avevo ormai capito come fossimo all’interno del sistema dei mujaheddin e quanto il nostro lavoro di spaccio fosse indispensabile all’organizzazione. Rimasi sbalordito nel vedere l’arredo dell’ufficio dell’Imam: telefoni, fax, computer, videoregistratori, scaffalature, climatizzatore acceso mentre in moschea si moriva di freddo d’inverno e di caldo d’estate. L’Imam era seduto su una poltrona comoda ed elegante. Non aveva quell’aria umile che esibiva quando, seduto per terra assieme a noi, ci parlava del Paradiso. Sembrava un direttore di banca.»”
“«Per noi era un vero divertimento ascoltare cosa dicevate, alla televisione, sul terrorismo islamico. Parlavate di ‘cellule dormienti’. In Italia, sostenevate, non esistono cellule jihadiste operative. Facevate capire che l’Italia era un Paese al sicuro. E anche l’Europa, era il vostro parere, non poteva correre il rischio di attentati. ‘Cellule dormienti’ era insomma il vostro ritornello. […] Erano arrivati da voi non per sfuggire alle polizie dei loro Paesi, ma per portare la jihad nel cuore dell’Occidente.» Almeno dalla metà degli anni Novanta, spiega Riadh, la ragnatela del terrorismo islamico si è installata in Europa ed è riuscita a operare senza destare grandi sospetti. «Se veniva arrestato un mujaheddin, lo potevate accusare soltanto di aver spacciato qualche grammo di droga o di aver cercato di distribuire soldi falsi. Non avevate altri reati da contestargli: tre, quattro, cinque, sei mesi di carcere e poi fuori. I mujaheddin operavano sotto copertura, si camuffavano da piccoli criminali. Così l’organizzazione ha potuto svilupparsi: aprire nuovi covi, allacciare contatti in Europa e fuori dall’Europa, estendere la propria influenza su tanti giovani come me, arrivati in Italia per cercare fortuna e finiti, dopo il lavaggio del cervello operato dall’Imam, sulla via della jihad. Eravate voi, e non noi, i dormienti. Loro, i mujaheddin, lavoravano giorno e notte.»”
“«I mujaheddin, per passare inosservati e, soprattutto, per allontanare da sé anche il più piccolo sospetto, non usavano mai parole infuocate. Evitavano ogni accenno alla violenza, proprio loro che ci insegnavano a uccidere nel modo più crudele, che ci spiegavano quanto era bello vedere un uomo, vivo e ancora in sé, spegnersi piano piano coperto da un cumulo di macerie. Proprio loro che, in ogni momento della giornata, invocavano la lotta totale contro l’Occidente, se un semplice fratello, in moschea, accennava a qualche ingiustizia dei cristiani lo zittivano. Proprio loro che ci invitavano a vedere le videocassette nelle quali scorreva sangue a fiumi, in moschea parlavano di moderazione. Incredibile: anche i capi più feroci, là sembravano devoti fratelli attenti solo alla preghiera. Erano irriconoscibili», racconta Riadh. Ma nelle segrete stanze, lassù al primo piano di viale Jenner, il lavorio attorno ai progetti terroristici è attivo, efficace e costante.”
“L’Imam utilizza ogni pretesto per diffondere a piene mani l’odio contro l’Occidente. Persino i negozi gestiti da italiani, e financo i mercati rionali, diventano un emblema di Satana. «Non comprate niente dai ‘porci’. Quello che vi vendono ‘i porci’ è roba fatta con l’olio di maiale. Non andate nei loro ristoranti, non bevete nei loro bar. E se dovete salire sui loro tram, non comperate i biglietti. Non devono avere i nostri soldi.» C’è solo una eccezione, una soltanto: «Se indossate la tunica e portate la barba, i biglietti vanno rigorosamente acquistati. Non dobbiamo dare alcun pretesto ai ‘porci’ di criticare i musulmani.»”

Non è un romanzo: sono le deposizioni di Riadh, il primo terrorista jihadista pentito in Italia, unite alle dichiarazioni da lui fatte alla giornalista Marcella Andreoli. Era, come dice il titolo, il telefonista: colui che era in contatto con i vertici dell’organizzazione terroristica, che riceveva e trasmetteva i messaggi; era, in pratica, una delle persone che più sapevano di ciò che si andava muovendo. Impressionanti le cose che racconta, impressionante il quadro che presenta ai nostri occhi. Soprattutto dovremmo, credo, prestare attenzione a queste parole: «Cellule dormienti … Eravate voi, e non noi, i dormienti. Loro, i mujaheddin, lavoravano giorno e notte.» Qualcuno, poi, si è svegliato. Qualcun altro, invece, preferisce dormire ancora.

Marcella Andreoli, Il telefonista di Al Qaeda, Baldini Castoldi Dalai



barbara




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