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Diario


8 agosto 2006

8 AGOSTO 1956

Riporto integralmente, per ricordare la tragedia di cinquant’anni fa, il bell’articolo di Gian Antonio Stella.

Marcinelle, morire nelle miniere quando l' Europa era ancora amara


CAUSA DEL DISASTRO Un cavo elettrico che correva accanto al tubo dell' olio

«Per portar via quei poveri corpi certe volte dovevamo squartare i cavalli. Troppo pesanti, non riuscivi a spostarli. E le carcasse ostruivano i cunicoli. C'erano decine di cavalli, a Marcinelle, nelle stalle sotterranee. Cavalli grossi, razza olandese. Capaci di tirare file intere di carrelli. Ne facemmo a pezzi diversi, per farci largo e recuperare i cadaveri. Fu dura. Dietro una porta, di quelle piazzate sulle gallerie per le correnti d'aria, trovai un bambino. Un ricciolotto. Aveva forse 14 anni ma con quei ricci sembrava ancora più piccolo. Era abbracciato a un altro minatore». Francesco Randazzo, l'ultimo dei soccorritori ancora vivo, se la ricorda come ieri la volta che scese nelle viscere di Bois du Cazier. Era in Belgio da dieci anni. Il padre, Michele, era stato tra i primi a partire dalla Sicilia («C'era la fame, le solfatare non pagavano manco in lire ma in buoni alimentari») in base all'accordo Roma-Bruxelles del 1946: «Per ogni scaglione di 1.000 operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà in Italia: tonn. 2500 mensili di carbone, se la produzione mensile sarà inferiore a tonn. 1.750.000; tonn. 3500 mensili, se la produzione sarà compresa tra 1.750.000 e 2.000.000 tonn.; 5000 mensili se...». Pochi mesi e lui l'aveva raggiunto con la mamma e il fratello Bernardo: «Io avevo 14 anni, lui 15. La "casa" era un magazzino dismesso di carbone. Le pareti erano nere, non c'era il cesso, né la luce, né l'acqua». Spediti da subito in miniera, quell'8 agosto 1956 i due avevano ancora muscoli da torelli ma già l'esperienza dei minatori esperti. Ed erano stati arruolati nella squadra di salvataggio della società Ressaix: «Gli incidenti erano continui. Non passava settimana senza un morto». Quella mattina era di turno: «Suonò il telefono, risposi io, diedi l'allarme. L'ingegnere disse: "Tutti a Marcinelle!" Quando arrivammo, dalla "mina" usciva una nuvola nera.

                              

E tutte le donne, i figli, i fratelli erano lì». 

                         

C'è una foto: una donna, angosciata, chiede notizie ad Angelo Galvan, uno dei soccorritori che, sconvolto, tiene gli occhi bassi: «Cosa è successo?». Certo non avrebbe fatto luce il processo, chiuso con un verdetto di «non competenza». Un errore umano, pare: un carrello sfuggito a un minatore, a 975 metri, aveva tranciato un cavo elettrico. Fin qui l'errore. Il resto no, il resto era dovuto a responsabilità precise. Sfruttata dal 1822, la miniera era stata via via ampliata di aggiunta in aggiunta. Risultato: lì dove era successo l'incidente il cavo elettrico correva (incredibile) accanto al tubo dell'olio, che con la scintilla aveva preso fuoco. Incendiando via via, come micce, tutte le condotte. I morti furono 262: belgi, polacchi, ungheresi, greci, marocchini... Ma soprattutto italiani: 136. Alcuni mai ritrovati, altri sepolti con la scritta «inconnu» (ignoto), altri ancora identificati grazie a un anello o alla lampada... Molti, spiega Randazzo, furono trovati intatti, asfissiati, dopo che avevano disperatamente cercato di sfuggire al fuoco, di galleria in galleria: «Ne trovammo a diversi chilometri. Ricordo una scritta su una tavola, firmata dal pourion (caposquadra) Goret. Diceva: "Scappiamo verso la 26PO". Era impossibile trovarli vivi, ma volevamo crederci... Niente. Tutti morti». Restarono a Marcinelle 23 giorni, Francesco, Bernardo e la squadra, a recuperare i morti: «Sei o sette erano annegati. L'acqua buttata nella "mina" contro l'incendio aveva allagato certi cunicoli e non avevano avuto scampo. Dovemmo calare dei gommoni, un chilometro sotto terra, per tirarli su». Sente ancora sul petto le pareti di una lunga vena di carbone nella quale dovette infilarsi: «Era una fessura così stretta che i piedi, strisciando, dovevi tenerli allungati in orizzontale: 30 centimetri, non di più. Un piccolo assestamento e sarei rimasto lì». Sua moglie, Rosa, ricorda quelle settimane come un incubo: «Andavo lì tutti i giorni. Ma lui era sempre sotto. Ero terrorizzata. Ricordo l'odore della morte. Mio Dio, l'odore! L'ho ancora nelle narici». Al funerale collettivo, scrisse il Sole d'Italia, c'erano 80 mila persone.

                            

C'era, bontà sua, anche il nostro ambasciatore. Non il presidente Giovanni Gronchi, non il capo del governo Antonio Segni, non un solo ministro. Neppure uno.

Ricordiamo questa immane tragedia, e tutte le sue vittime che non hanno mai ottenuto giustizia.

barbara




permalink | inviato da il 8/8/2006 alle 13:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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