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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 giugno 2006

LA VERA STORIA DI OLA

Suonano alla porta, sento tossicchiare, guardo attraverso l’occhiolino, ma non si vede niente. Apro la porta e mi trovo di fronte un uomo vestito elegantemente, baffi ben coltivati, anelli su tutte le dita, un classico arabo. Mi mostra un suo biglietto da visita, il biglietto recita Abdallah Al Fatah, padrone di IBM, General Motors, Renault, Fiat, Seven Up e dell’ONU. Lo faccio entrare, è il 1964; per impressionarmi mi mostra la foto del grattacielo dell’ONU: “Sto per comprare questo palazzo”. Gli chiedo: ”A che ti serve un palazzo così enorme, non c’è nessuna privacy, è tutto di vetro.” “È semplicemente bello,” mi spiega“ muri di marmo, corrimani d’oro, tanto vetro, mi piace e me lo posso permettere. Anche alle mie mogli piace e cosa non si fa per soddisfare le proprie mogli?” Mi sembra ricco questo ospite, Al Fatah, e non capisco perché sia venuto da me: uno dei più ricchi del mondo, che si può permettere tutto, perché viene da me, che tutto quello che ho è un modesto miniappartamento nel medioriente? Ma le cose si chiariscono subito. Il sig Al Fatah tira fuori da una borsa elegante foto di bambini vestiti di stracci, sdraiati in una tenda o sulla sabbia, e delle baracche pericolanti, e mi dice: “In queste condizioni vive mio fratello Ahmed, che è il tuo vicino, proprio nell’appartamento di fianco al tuo. Io e tutti i miei fratelli che possediamo tutti gli altri appartamenti di questo condominio non te la possiamo far passare liscia. Solo per colpa tua nostro fratello Ahmed sta soffrendo così.” Rispondo ad Al Fatah: "Nel 1948, quando siamo entrati nel nostro appartamento, Ahmed ha sollevato davanti al padrone di casa un tale inglese, Lord Pill, la pretesa di avere anche il mio appartamento. Lui, con tutti i suoi fratelli mi hanno aggredito, e io sono stato costretto a difendermi. Alla fine abbiamo firmato un accordo a Rodi in cui Ahmed ha ricevuto una camera e un balcone del mio appartamento, adesso cosa volete di più?” Ma il ricco Al Fatah risponde arrabbiatissimo: ”Ma i figli di Ahmed sono profughi!” Facendo spallucce rispondo: ”Signor Al Fatah, perché non fai vivere la famiglia di Ahmed in una delle tue ville o dei tuoi appartamenti? O persino nel palazzo dell’Onu che mi hai fatto vedere? I soldi non ti mancano per sistemarli in modo decente.” “Non si può” risponde Al Fatah, ”Ahmed e i suoi figli sono profughi e noi insistiamo di farli entrare nel tuo appartamento per risolvere il loro problema.” Cerco di convincerlo mostrandogli il mio piccolo appartamento: ”Guarda che anche qui è pieno di profughi, oltre a quelli arrivati dall’Europa, abbiamo i profughi cacciati dall’Iraq, dalla Siria, dall’Egitto, dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Algeria, dallo Yemen, e anche da noi i problemi non mancano.” Mister Al Fatah diventa paonazzo come la sua cravatta: ”I tuoi non sono “profughi”, sono “nuovi immigrati” che sono stati sistemati e stanno bene. Profughi sono solo mio fratello Ahmed e la sua famiglia. E ti avverto che se non li fai entrare nel tuo appartamento riuniremo tutti i vicini per cacciarti via di qua.”
Questo era nel 1964, vivevo in un piccolo appartamento circondato da vicini ricchi, tutti fratelli di Ahmed, così loro hanno costituito la OLA (Organizzazione per la Liberazione dell’Appartamento) per liberarmi della preoccupazione del possesso del mio piccolo appartamento. Questa loro organizzazione ha cominciato a fare esplodere i tubi che portano l’acqua nel mio appartamento, a tagliarmi le gomme della macchina, a spezzarmi i vetri delle finestre, rendendo la vita molto dura. Dopo 3 anni, nel 1967, hanno bloccato l’entrata nel mio appartamento, minacciando di bastonare chiunque tentasse di entrare lì, e dopo mi hanno attaccato da tutte le direzioni. Il vicino di sopra ha cercato di saltare dentro al mio appartamento. Quello di sotto si è arrampicato lungo le grondaie, ma il peggio è stato Ahmed, che ha sparato dritto dentro al mio salotto e ha quasi fatto fuori mia moglie e sua cognata. Ho organizzato i profughi che erano con me nell’appartamento e li abbiamo respinti, alla fine abbiamo cacciato anche Ahmed dal balcone da lui occupato dal 1948, da cui sparava dentro al mio salotto. Il fatto che mi sono reimpossessato del balcone ha calmato per un po’ Ahmed e la sua OLA, ma poco dopo ha cominciato a terrorizzare tutti i miei amici, prendendo degli ostaggi, mettendo delle bombe, dirottando degli aerei, assassinando degli atleti. Insieme con questo ha cominciato una campagna di disinformazione, che tutto quello che lui vuole è riavere indietro il balcone che gli avevo portato via nel 1967, quando mi sparava dentro casa. Tutta la gente, molto impegnata nel suo tran tran quotidiano (debiti, mutuo, elettrodomestici) ha cercato di convincermi dicendo: ”Assalonne” mi ripetevano innumerevoli volte “dagli il balcone, tutto quello che vogliono è la liberazione del balcone.” Ma io rispondevo sempre: ”Questa organizzazione non vuole liberare il balcone, vuole liberare tutto l’appartamento, si chiama OLA e questa OLA l’hanno costituita nel 1964 quando il balcone era nelle loro mani… e poi attraverso questi muri sottili sento i loro preparativi per cacciarmi di qua.”
Poi nel 1973, proprio mentre stavo digiunando in Yom Kippur, mi hanno di nuovo attaccato, assaltando il mio appartamento, sia il vicino di sopra che il vicino di sotto. Sono riuscito a respingerli, ma è stata dura; poi riposandomi nel mio salotto, pensavo: ”Che fortuna che mi sono tenuto il balcone, mia moglie ha sentito gli spari, ma almeno non sono riusciti a spararci dentro al salotto e nessuno è riuscito ad avvicinarsi a lei.
Sembrava ragionevole andare avanti così, finché i geniali architetti dell’accordo di Oslo hanno riportato Ahmed, riconsegnandogli il balcone, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. (Una storiella di Avshalom Kor, settembre 2003)


FORZA ISRAELE!


FORZA ISRAELE!


FORZA ISRAELE!


FORZA ISRAELE!


FORZA ISRAELE!


barbara




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