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Diario


23 giugno 2006

MARTIRIO. QUELLO VERO

Il medico del pronto soccorso dell'ospedale Baghiattulah di Teheran aveva appena iniziato il suo turno quando, dalla prigione Evin, arrivò una donna su una barella: erano le 00.15 del 27 giugno 2003. La donna era accompagnata da tre agenti di custodia e da una cartella clinica in cui le era stata diagnosticata un'emorragia dovuta a problemi di digestione. Il medico si rese subito conto che la donna aveva il cranio fratturato, era priva di conoscenza e riportava ecchimosi e ferite su tutto il corpo. Quanto accaduto da quel momento in poi ha cambiato il corso della vita di questo medico.
Lui si chiama Shahram Azam, è un uomo magro e intenso, sulla quarantina. Medico dell'équipe del Ministro iraniano della difesa con il rango di maggiore, Azam ha deciso di lasciare l'Iran per partire alla volta dell'Occidente con moglie e figlia dodicenne: oggi, a lui e alla sua famiglia, è stato concesso asilo politico in Canada. Durante il nostro incontro, ci ha spiegato di non voler tenere per sé ciò che ha visto. Divenuto per caso il testimone chiave dell'ultimo atto di una tragedia che ha suscitato l'interesse di tutta la comunità internazionale ed è stato causa, per oltre 19 mesi, di serie tensioni diplomatiche tra il Canada e l'Iran, il dottor Azam era ed è uno dei pochi a conoscere gli ultimi giorni della foto reporter di origine iraniana Zahra Kazemi. Cittadina canadese dal 1997, con un dottorato in arte e fotografia conseguito in Francia, la Kazemi (54 anni) fu arrestata il 23 giugno 2003. La sua morte fu annunciata ufficialmente solo tre settimane dopo e fu attribuita ad un ictus. In quell'intervallo di tempo, la sua sorte fu sulle prime pagine di tutti i giornali canadesi e del resto del mondo. Il 23 luglio 2003, il Ministro degli Affari esteri canadesi annunciò il richiamo in patria del proprio ambasciatore (restò fuori dell'Iran fino all'ottobre 2003).
Al momento del suo arresto, Zahra Kazemi si trovava in Iran per motivi professionali, in possesso di un permesso ufficiale rilasciato dal Ministero dell'Informazione iraniano. La donna fu arrestata di fronte alla prigione Evin di Teheran mentre documentava la protesta dei parenti di alcuni studenti che erano stati arrestati qualche giorno prima.
Oggi il dottor Shahram Azam vuole testimoniare nel corso di un processo per poter raccontare al mondo ciò di cui lui è a conoscenza. Il medico si dichiara testimone di una morte avvenuta per torture e ritiene che raccontarlo sia un dovere: a suo avviso, il silenzio sarebbe una forma di complicità. Il dottor Azam ricorda così quali erano le condizioni in cui versava la signora Kazemi al momento dell'arrivo al pronto soccorso: «La prima volta che la vidi era una donna priva di conoscenza, con un livido sulla fronte. Giaceva su una barella ed era coperta da un lenzuolo. Agendo in conformità a quanto scritto e diagnosticato sulla cartella clinica redatta nell'infermeria della prigione, un'infermiera dell'ospedale provò a inserirle un tubo nello stomacò passando per il naso, ma scoprì che la donna aveva il setto nasale rotto. Sul suo corpo vi erano ovunque strani segni di violenza. Aveva un grosso livido sul lato destro della fronte che si estendeva fino all'orecchio. Il timpano era intatto, ma la membrana di una delle orecchie sembrava essersi rotta da poco ed era possibile vedere il vaso sanguigno rotto. Dietro la testa, sul lato sinistro, aveva un grosso ematoma. Dietro al collo, aveva tre graffi profondi che somigliavano ai segni di unghie conficcate nella pelle. Aveva un'ecchimosi sulla spalla destra e due dita rotte sulla mano sinistra. Tre dita avevano le unghie rotte, altre erano senza unghie. Il polmone sinistro era gonfio probabilmente a causa di due costole rotte. Nella regione addominale, era visibile un'enorme ecchimosi che si estendeva alle cosce e alle ginocchia. In Iran i medici uomini non possono effettuare visite ginecologiche alle loro pazienti, quindi fu la mia infermiera a visitarla e a dirmi, dopo un esame piuttosto accurato, che l'ecchimosi era il risultato di un brutale stupro. L'infermiera mi spiegò che erano stati provocati danni all'intera zona genitale. Le gambe, sul dietro, mostravano segni di fustigazione: la pelle era venuta via e vi erano cinque segni di frusta su una gamba e sette sull'altra. L'alluce del piede sinistro era stato frantumato».
Quella stessa notte, circa tre ore dopo, mentre il dottor Azam stava accompagnando la signora Kazemi a fare la Tac, s'imbatté per caso in due suoi colleghi che non facevano parte della sua stessa équipe ospedaliera, ma che avevano accompagnato alcuni loro pazienti per via delle attrezzature che in quell'ospedale sono a disposizione. «Alla vista delle condizioni in cui versava la signora Kazemi, i miei colleghi rimasero terribilmente scossi. Quando mi chiesero cosa fosse successo e io risposi che la donna era stata brutalmente malmenata, mi domandarono se fosse stata mandata lì dalla prigione. Risposi di sì. Prima che io indagassi oltre, i due si offrirono volontari per raccogliere informazioni circa i retroscena e le circostanze che avevano portato alla cattura di Zahra Kazemi. Non chiesi nulla, ma dedussi che i due avessero assistito alla manifestazione durante la quale era stata arrestata. Fu allora che capii le implicazioni politiche delle sue condizioni fisiche».
Accusata di spionaggio, la signora Kazemi era stata tenuta in custodia sotto la supervisione del Pubblico Ministero di Teheran Saeed Mortazavi, fino al momento del suo trasferimento all'ospedale Baghiyartulah. Mortazavi, un amico del leader iraniano Khamenei, era già noto all'opinione pubblica per aver deciso di chiudere nel 2000 centocinquanta testate giornalistiche nel giro di un mese.
Molte ore dopo che Zahra Kazemi era stata ricoverata in ospedale, precisamente il 27 giugno 2003, i dottori la dichiararono cerebralmente morta. Eppure fu tenuta in vita dalle macchine per altre due settimane. Il 10 luglio 2003, il Ministro degli Affari esteri canadese convocò l'ambasciatore iraniano per un incontro durante il quale chiese che alla Kazemi fossero prestate cure mediche indipendenti e che fosse aperta un'inchiesta che ne accertasse le lesioni. L'11 luglio 2003, Zahra Kazemi fu staccata dalle macchine. Il decesso fu annunciato il giorno successivo dal Ministero dell'Informazione che non citò la violenza quale possibile causa del decesso.
Il caso porta ad un'accesa discussione diplomatica e ad una battaglia personale tra il figlio della vittima Stefan Hasherni, cittadino canadese, e le autorità iraniane. Dopo aver rifiutato un'offerta di 12 mila dollari come risarcimento per la morte della madre, e sapendo di godere del sostegno del governo canadese, Stefan vuole a tutti i costi che il corpo della madre rientri in Canada per l'autopsia e la sepoltura. Ma la donna viene sepolta in fretta e furia nella sua città natale, Shiraz, nell'Iran meridionale. La madre di Zahra Kazemi testimonia di essere stata obbligata dalle autorità a firmare un documento che autorizzava la sepoltura della figlia. La donna decide di rivolgersi alla "Commissione del principio 90", ente per i reclami dei cittadini, allora di tendenze riformiste, gestito dal Parlamento iraniano. Viene aperta un'inchiesta parlamentare e parallelamente, in risposta alle pressioni internazionali, un'indagine di una commissione ministeriale composta da cinque membri e nominata dal presidente Khatami. I resoconti delle due inchieste fornirono interpretazioni molto diverse delle cause della morte di Zahra Kazerni. Nel resoconto della Commissione parlamentare, pubblicato alcuni giorni dopo quello della Commissione presidenziale, l'arresto e la detenzione della donna furono definiti legalmente infondati e l'accento fu posto sul conseguente tentativo del Pubblico ministero di Teheran, Saeed Mortazavi, di occultare i fatti riguardanti le lesioni e il decesso della foto-reporter. Secondo quanto dichiarato alla Commissione dal responsabile della stampa estera del Ministero dell'Informazione, Mohammed Khoshbakht, nel bollettino ufficiale la causa del decesso era stata attribuita ad un attacco cardiaco che avrebbe colpito la donna nel momento in cui Saeed Mortazavi minacciò di arrestarla. Il resoconto riportava la testimonianza resa inizialmente dagli agenti di custodia di Evin secondo la quale la Kazemi sarebbe stata brutalmente picchiata e lasciata priva di sensi a meno di un'ora dal suo arresto, quando il capo del servizio di sicurezza della prigione, Mohammad Bakhshi, cercò di confiscarle la macchina fotografica nel cortile della prigione. Questa testimonianza, resa da diverse persone e suffragata da una guardia carceraria donna che aveva condotto la Kazemi all'interno della prigione, fu poi alla fine ritirata a causa delle pressioni esercitate dalle autorità giudiziarie.
Evitando accuratamente tutti questi dettagli, il resoconto della Commissione presidenziale, pubblicato poco prima della sepoltura della fotoreporter, attribuiva invece l'arresto al fatto che questa si fosse rifiutata di consegnare la propria macchina fotografica alle autorità e di far ritorno al suo hotel. Pur sapendo che a causare la morte della fotoreporter erano state le lesioni che la donna aveva riportato alla testa, la Commissione presidenziale attribuì il decesso ad un caso fortuito.
Nel settembre 2003, dopo un alterco tra la fazione riformista e quella conservatrice, fu identificato quale sospetto colpevole un funzionario del Ministero dell'Informazione, Mohammad Reza Aghdam Ahmadi, di tendenze riformiste. Un portavoce dell'ufficio del Pubblico Ministero affermò che il presunto crimine era stato opera di un solo individuo e che non vi era stato il coinvolgimento di nessun ente governativo. Il 24 luglio 2004, alla fine di un processo a suo carico, Ahmadi è ufficialmente dichiarato innocente.
Durante il processo, i legali della madre di Zahra Kazemi identificarono in Mohammad Bakhshi, capo della sicurezza della prigione Evin e alleato politico di Saeed Mortazavi, il possibile colpevole. Quattro giorni dopo, la magistratura iraniana affermò che le lesioni alla testa che avevano provocato la morte della signora Kazemi erano dovute ad un incidente.
L'assurdità di questa battaglia politica e legale non colse di sorpresa il dottor Shahram Azam. A parte il fatto che tre dei cinque ministri, membri della Commissione presidenziale, avevano saputo dell'arresto e non avevano fatto nulla per evitarlo, il palco era pronto per una serie di cortine di fumo erette da ogni parte del sistema politico. Secondo il punto di vista del dottor Azam, gli sforzi che entrambe le fazioni hanno compiuto da allora in poi per coprire quanto realmente successo sono davvero comici. A suo avviso, il regime, non avvezzo a prendersi le proprie responsabilità e non abituato a soddisfare richieste in tal senso, è stato gettato nel caos più totale. «Così come si parla dell'India e delle sue meraviglie naturali, dell'Egitto e della sua meravigliosa antichità, l'Iran dovrebbe essere famoso per le sue meraviglie politiche. Nessuno dei due partiti al potere sembrava essere interessato a nient'altro che a scaricare le responsabilità sull'altro. Dopo averci interpellato in ospedale, i ministri rivendicarono la mancanza di segni di lesioni e danni intenzionali sul corpo della donna. Per dirla citando le loro parole: "Non è chiaro se la morte sia stata causata da un oggetto pesante che ha colpito la testa o se sia stata la testa a colpire un oggetto pesante". Eppure era evidente che il corpo era stato oggetto di torture. Così non mi fu lasciata altra scelta se non quella di trovare un modo per raccontare la verità al mondo. E non potevo farlo restando nel mio Paese. Dopo averne discusso con mia moglie, ci siamo trovati entrambi d'accordo sul fatto che avremmo dovuto lasciare l'Iran».
Costretto ad obbedire alla regola che proibisce ai militari di lasciare l'Iran se non in missione ufficiale, il dottor Azam dovette trovare una scusa per ottenere un permesso speciale che lo autorizzasse a recarsi all'estero senza suscitare sospetti. La lesione cronica subita all'età di 15 anni combattendo nell'esercito iraniano durante il conflitto contro l'Iraq, gli risolse il problema. Ottenne il permesso di ricevere cure in Occidente a patto che dichiarasse per iscritto di lasciare la propria casa di famiglia a Teheran come garanzia.
Ma nell'anno e mezzo che precedette l'uscita dal paese, il dottor Azam ebbe tempo di ottenere altre informazioni sul caso. Quando la signora Kazemi fu consegnata nelle mani di Bakhshi, capo dei servizi di sicurezza della prigione di Evin e stretto alleato del pubblico ministero Mortazavi, Bakhshi stesso chiama il pubblico ministero e lo informa dell'arresto. Per Mortazavi si tratta di un'occasione d'oro: se riesce a dimostrare l'accusa di spionaggio può chiedere di mettere fine alla presenza di giornalisti stranieri in Iran. È la prima volta che ha per le mani un giornalista straniero che può interrogare in persiano e una donna per giunta. Questa tattica però non funziona perché la signora Kazemi tiene duro, rimane sulle sue posizioni e rifiuta di dichiararsi rea di spionaggio. Mortazavi ha poco tempo a disposizione per strapparle una confessione.
Riguardo allo stupro, il vice di Mortazavi prese l'insolita decisione di recarsi nella cella di Zahra Kazemi a tarda notte per interrogarla. Stando a quanto riportato per iscritto nei documenti d'archivio della prigione, nella cella ha luogo una lotta e sembra probabile che, nel corso del dibattimento, la signora Kazemi si sia procurata il secondo colpo alla testa andando a sbattere contro il letto di ferro. Ciò sembra confermato da un'altra dichiarazione, raccolta dopo che la donna, bendata, fa ritorno a Evin dal Ministero dell'Informazione. Udendo la voce dell'uomo che l'ha interrogata, il vice di Mortazavi, Zahra Kazemi lo definisce «un uomo basso e senza onore», mentre lamenta nausea e mal di testa. Viene portata in infermeria e, sebbene le sue condizioni siano giudicate critiche, ci vogliono ore prima che venga portata in coma all'ospedale Baghyattullah. Se fosse stata portata prima, sarebbe stato possibile salvarle la vita.
Quella notte, intorno alle tre del mattino, il dottor Azam ricevette una telefonata dall'ufficio del pubblico ministero: chiesero notizie della giornalista.
Il dottor Azam spera che la sua testimonianza metta in moto un processo in base al quale tutte le prove disponibili possano essere raccolte, esaminate e discusse da una corte internazionale al fine di mostrare come, nella Repubblica islamica d'Iran, chiunque per strada possa essere catturato, ridotto in poltiglia e abbandonato. In Iran, i molti casi di tortura denunciati finora sono stati raccontati dalle stesse vittime. (Haideh Daragahi e Arne Ruth, traduzione di Rosalba Fruscalzo, L’Espresso)

Dedichiamo un commosso ricordo a Zahra, e tutta la nostra riconoscenza al dottor Azam che ha abbandonato tutto ciò che aveva all’unico scopo di poter testimoniare la verità: l’esistenza di Uomini così è ciò che ci impedisce di perdere del tutto la speranza.



barbara

NOTA PER I BIMBI RITARDATI NONCHÉ ANALFABETI: Zahra Kazemi è stata seviziata a morte IL 23 GIUGNO 2003. Oggi è IL 23 GIUGNO.




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