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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


17 giugno 2006

SOMALIA ADDIO 3

Mohammed era un ragazzo che, ritenendo di avere qualche debito di riconoscenza nei miei confronti, mi era molto devoto. Un solo aggettivo mi sembra adeguato a definirlo: buono. Buono come il pane. Un giorno l’ho mandato a chiamare perché avevo bisogno del suo aiuto: dovevo licenziare la boyessa, che non sapeva una parola di italiano, né di inglese, e il mio somalo non era assolutamente all’altezza della situazione, e avevo dunque bisogno di un interprete. Così gli ho spiegato le ragioni per le quali mi vedevo costretta a licenziarla: mi derubava a man bassa, mi distruggeva oggetti di casa, mi metteva le formiche nel flacone del profumo, faceva finta di non sentire e non andava ad aprire quando veniva qualcuno, ultimamente aveva perfino tentato di avvelenarmi (in seguito avrei appreso che la mattina, mentre io ero all’università, mi usava anche la casa come bordello ...). Finito di esporre le ragioni per le quali avevo deciso di mandarla via, Mohammed, il ragazzo buono, mi dice: «Ma per i soldi che ti ha rubato, perché non la denunci? Così quelli almeno la costringi a restituirteli». Dico: «E come faccio? Io so che li ha rubati, ma non ho mica prove». E lui: «Ah, ma per questo non ci sono problemi: alla polizia hanno una stanza dove le fanno dire tutto quello che vogliono». E sicuramente non si sarà accorto, Mohammed, il ragazzo buono, della tragica e macabra ironia delle sue parole: non tutto quello che uno sa, gli fanno dire nella “stanza”, non tutta la verità: quello che gli fanno dire è tutto quello che vogliono. E non ne ho il minimo dubbio: sicuramente anch’io gli direi che tutte le mattine faccio colazione con le budella di mia madre, se è questo che vogliono che io dica, nel momento in cui cominciassero a strapparmi i denti, strapparmi le unghie, applicarmi elettrodi ai genitali e tutte le amenità che le varie dittature di ogni forma e colore ci hanno fatto conoscere. Sapevo, naturalmente, dell’esistenza delle camere di tortura, e sapevo che erano intensamente usate. Quello che ancora non sapevo era che un ragazzo buono, buono come il pane, uno che, con una persona con la quale aveva un piccolissimo debito di riconoscenza, si comportava come se le dovesse la vita, potesse dire con tanta disinvoltura: «Denunciala: alla polizia hanno una stanza dove le fanno dire tutto quello che vogliono». E ancora non so darmene pace.
Nasra era l’unica, fra le mie studentesse, a portare il chador. Coloratissimo, certo, non quelle cose da funerale che siamo soliti vedere in Arabia e in Iran (e oggi, sempre più spesso, in gran parte del mondo islamico), ma pur sempre chador, dal quale non emergevano altro che l’ovale del viso e le mani. Un giorno dice che ha bisogno di parlarmi. Ci mettiamo in un angolo tranquillo, e comincia a dirmi che il mio collega E. la tratta molto male, la offende, la insulta, la prende in giro, le dice che è brutta, che è stupida, che non riuscirà mai a combinare niente. Cerco di rassicurarla: a casa avrà uno specchio, no? Basta che ci si guardi dentro per vedere che è bellissima. E sa benissimo di essere molto intelligente, e dunque che cosa le importa di ciò che dice E.? E comunque lui non dice mica sul serio, sta solo scherzando. Non devo essere molto convincente. Anche perché mento sapendo di mentire: so benissimo che quel fetente non scherza affatto. Alla fine Nasra non riesce più a controllarsi, e scoppia a piangere fra le mie braccia. E mentre la stringo per confortarla col calore del mio abbraccio, mi scopro estremamente sorpresa nel sentir premere contro il mio petto il suo seno rigoglioso: a tal punto il chador mortifica la femminilità, da far dimenticare che sotto di esso, oltre a un viso grazioso, si trova anche un corpo di donna.

   

barbara




permalink | inviato da il 17/6/2006 alle 0:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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