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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


12 giugno 2006

E VERRÀ IL TEMPO DI DIRE PAROLE

E cade la pioggia e cambia ogni cosa,
la morte e la vita non cambiano mai:
l'inverno è tornato, l'estate è finita,
la morte e la vita rimangono uguali,
la morte e la vita rimangono uguali...
Per fare un uomo ci voglion vent'anni,
per fare un bimbo un'ora d'amore,
per una vita migliaia di ore,
per il dolore è abbastanza un minuto,
per il dolore è abbastanza un minuto...
E verrà il tempo di dire parole
quando la vita una vita darà

Hanno voluto rimanere nell’ombra. Eppure sono stati loro i primi a chiedere che il corpo morto di Cristina custodisse per qualche settimana la vita della piccola: il suo compagno, Toni, e i genitori della ragazza hanno voluto a tutti i costi che dopo la disgrazia si avverasse quello che l’équipe medica del Niguarda definisce, comunque vada a finire, un miracolo. E ci sono riusciti, comunque vada a finire. Toni è un ragazzo, poco più che trentenne. Gli occhiali scuri che indossa anche nella penombra nascondono un sentimento inaudito, la perfetta coincidenza tra un dolore enorme, la perdita di Cristina, e una gioia esattamente speculare, la nascita di Cristina Nicole. L’orecchino è quello di tanti ragazzi come lui, così come i capelli cortissimi e ben curati. Nel giro di pochi mesi aveva messo su casa con Cristina a Paderno Dugnano, un tempo solo cascine, oggi periferia industriale metropolitana di Milano. Probabilmente un colpo di fulmine. E in otto mesi avevano deciso di avere un figlio. Lei, che lavorava come estetista in un centro benessere, sentiva che i suoi 38 anni non le avrebbero concesso molte altre possibilità. Forse sentiva che doveva bruciare i tempi, forse sentiva che il tempo l’avrebbe bruciata presto. «Voleva a tutti i costi un figlio e quando ha saputo di essere incinta era felice», dice sua madre. Aveva scelto anche il nome: Nicole. Esotismo moderato. Così adesso la sua bambina porterà prima il nome di sua madre, Cristina, poi il nome che avrebbe voluto sua madre, Nicole.
Per 78 giorni, nell’ombra di una stanza delle cure intensive, hanno accarezzato la sua pancia, come se Cristina fosse viva. Ma Cristina era lì soltanto (soltanto?) per custodire la sua bambina: «un’incubatrice naturale», l’hanno definita i medici. Poi se ne sarebbe andata. «Cristina non sapeva di essere malata», dice sua madre, «è successo tutto all’improvviso». La mattina del 24 marzo Toni l’ha raccolta tra le braccia mentre faceva colazione, giusto in tempo per accorgersi che la situazione era disperata e ha chiamato il 118. Non poteva immaginare che 78 giorni dopo qualcuno avrebbe staccato la spina, come si dice. E’ successo ieri alle 15.50: Toni, tra le lacrime, è andato a fumarsi una sigaretta in cortile, poi è salito al reparto Neonatologia, dove un’altra Cristina, Cristina Nicole, poco più di 700 grammi, era appena nata.
Anche il padre della ragazza ha voluto restare nell’ombra. Ha un braccialetto in cui è incisa la scritta «Bramo». La T-shirt nera e i tatuaggi al braccio gli vorrebbero inutilmente dare un aspetto più giovane della sua età, sui 60, ma quando cammina in corridoio si sostiene a un bastone nonostante il passato di atleta, come calciatore di serie B. «A Cassano d’Adda mi conoscono tutti», mormora con uno slancio di antica fierezza. Seduto in una saletta, ad aspettare che si compiano le operazioni di espianto, fruga nel marsupio per cercare una foto di Cristina, ma non la trova: «Era bellissima». Parla di un calvario durato quasi tre mesi.
«Il Signore ce ne ha strappata una, ora speriamo che ci lasci l’altra», dice sua moglie, capelli biondi raccolti alla nuca. «Se ne occuperà il padre, ma se vogliono posso pensarci anch’io». Intorno alle 15, prima che la spina venga staccata, chiama Toni: «Vieni, vieni, ci fanno entrare...». Nell’ombra, tutti insieme, compresa la mamma di Toni, hanno trascorso 78 giorni al Niguarda, nella speranza che davvero dalla morte potesse nascere una nuova vita. Il 24 marzo hanno detto all’équipe del dottor Betto: «Andiamo avanti, fate il possibile, noi ci crediamo». E nell’ombra, accarezzando la pancia di Cristina per oltre due mesi, ci hanno creduto fino a ieri. Come ci hanno creduto i ginecologi, i rianimatori, i nutrizionisti, i fisioterapisti che hanno assistito Cristina. «Abbiamo fatto tutto con delicatezza», dicono ora. «E’ difficile spiegare: il compagno e i genitori hanno partecipato tutti i giorni, cercando di ricreare l’ambiente naturale, come se Cristina fosse una mamma viva in attesa di dare alla luce la sua bambina. Lei era molto bella, per 78 giorni è rimasta lì serena a farsi accarezzare la pancia, come se anche lei partecipasse con i suoi familiari. E’ stato un miracolo».
(
Paolo Di Stefano, Corriere della Sera)

Perché i miracoli esistono. A volte. Perfino quello di una morte capace di dare la vita. Se davvero ci si crede.


barbara




permalink | inviato da il 12/6/2006 alle 2:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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