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Diario


6 giugno 2006

LA GUERRA DEI SEI GIORNI PARTE SECONDA

Il “transfer”
Gli arabi correvano per le strade come impazziti. Ad ogni vicolo si univano nuovi arrivati ed il fiume dei facinorosi fluiva per le strade brandendo coltelli, bastoni, pietre. Gli occhi iniettati di sangue, gli spiriti esasperati, urlavano, con odio e passione, l’antico ma attualissimo ritornello, sempre lo stesso: “Morte agli ebrei!”.

La scena era sempre la stessa. Identica. Identica in tutto e per tutto a quelle viste nel sud della Francia, durante il processo Dreyfus; in Germania, in Austria; a quelle vissute in Polonia e anche in Russia, dove i Cosacchi anziché a piedi caricavano a cavallo gli abitanti dei piccoli villaggi coperti dalla neve; a Roma nel Medio Evo, in Spagna, in Portogallo, ovunque in Europa, ovunque.
Come anche a Baghdad, come ad Aleppo, non più di vent’anni prima.
Il pogrom era ed è sempre, comunque, lo stesso fenomeno. Un bisogno bestiale, alimentato dagli istinti più gretti e vili, che spinge masse di persone altrimenti ritenute normali verso un unico traguardo: uccidere gli ebrei, uomini, donne, bambini, preferibilmente accoltellarli e linciarli, come fa una torma di cani quando si avventa sulla volpe, ognuno bramandone un pezzo per bagnarsi col sangue della vittima. L’odio per l’ebreo è l’unico comune denominatore del pogrom.
Perché cosa mai avranno in comune gli evoluti abitanti di Monaco di Baviera degli anni Trenta con i cattolici contadini analfabeti della Polonia del secolo prima, e questi con i retrogradi abitanti del Sudan degli anni Sessanta? Nulla, se non l’odio indiscriminato per l’ebreo.
E tale odio è riservato a chiunque si dichiari o venga soltanto ritenuto tale, non quindi per l’aspetto esteriore come il vestiario o una condotta particolarmente incompatibile con l’ambiente circostante. È significativo l’acceso ed incontrollabile antisemitismo del primo Novecento di gran parte del popolino spagnolo, che odiava l’ebreo ma non aveva mai avuto l’opportunità di incontrarne neanche uno, anche per una sola volta.
In quel mattino di sole del cinque giugno, la folla finalmente aveva individuato alcuni ebrei che non erano riusciti a raggiungere un qualunque riparo e li faceva a pezzi a coltellate. Inebriata dal sangue caldo ed eccitata sempre di più, scorribandava alla ricerca di nuove vittime. L’intera comunità ebraica fuggiva a piedi, madri che cercavano di portare in braccio bambini, giovani che tentavano di accompagnare i vecchi genitori che casualmente si erano attardati per strada, giovani commesse che fuggite dal negozio in cui lavoravano correvano per entrare in una casa qualunque, purché fosse casa di ebrei o di cristiani italiani, e chi non riusciva nell’intento veniva sbranato dalla folla.

Tripoli, Libia, 1967
Illusi dai bollettini della radio egiziana, secondo i quali Israele stava per essere cancellata dalla carta geografica* - poche ore ancora, aveva dichiarato Nasser - gli arabi libici avevano deciso di farla finita coi propri “israeliani”, proprio come gli eserciti giordani, siriani ed egiziani stavano facendo al fronte. Nel loro immaginario, probabilmente, l’avanzata araba, inarrestabile, era accompagnata da eccidi di massa, stupri collettivi e linciaggi della popolazione israeliana. Non era forse questo il messaggio che la propaganda nasseriana aveva trasmesso in tanti anni di trasmissioni radiofoniche? Gli arabi libici, nell’uccidere la propria popolazione ebraica, erano fortemente convinti di partecipare alla guerra dei loro cugini. Ma quale il nesso fra Israele in guerra e gli ebrei libici? Nessuno, se non il comune denominatore ebraico. Gli ebrei libici si erano ristanziati in quel paese circa milletrecento anni prima, provenendo da Alessandria, muovendosi ad ovest sulle piste del commercio e fermandosi per lo più nell’antica Oea romana, abbandonando il movimento migratorio e trasformandosi in popolazione artigiana e commerciante.
Ma gli ebrei, erano in Libia già dai tempi del primo Tempio di Gerusalemme, e la comunità era numerosa ai tempi del secondo Tempio. Poi emigrarono in massa ai tempi di Rabbi Akiva, di ritorno in Israele, per sparire gradualmente alla fine del primo millennio.
In altre parole, gli ebrei ci erano sempre stati, a Tripoli.**
Questa piccola popolazione peraltro viveva in “armonia” con gli arabi - in armonia come gli ebrei avevano vissuto ovunque in armonia per duemila anni sotto popolazioni che a malapena li sopportavano. Continuamente vessati, ma non torturati o messi a morte e quindi in definitiva, sulla base del concetto di “vita ebraica” prima del moderno stato di Israele, “abbastanza bene”.
In seguito, con la consapevolezza che in Israele le cose stavano andando esattamente all’opposto di quanto previsto, che cioè era Israele che stava avanzando in tutte le direzioni contro gli eserciti arabi ormai in rotta, l’odio per gli ebrei, se così si può dire, aumentava ancor più.
La comunità ebraica era rinchiusa nelle case, praticamente in stato di assedio, con sporadici massacri, come il caso di due intere famiglie prelevate dalla “polizia”, messe a morte e seppellite nella calce viva ed altri episodi del genere.
L’aspetto interessante in questo stato di cose era comunque il comportamento di molti arabi che erano stati le persone di fiducia di alcune famiglie ebraiche. Erano loro a capeggiare le folle alla ricerca di protettori, erano loro che, al corrente dei piccoli segreti, quali l’indirizzo della casa in campagna o della seconda abitazione, tentavano di stanare gli assediati per metterli a morte. Comunque, dopo pochi giorni, l’intero atteggiamento della popolazione araba mutò completamente: passato il momento del progrom, i cosidetti “fidati” miravano ad impossessarsi dei beni dei loro precedenti datori di lavoro. Convinti che per gli ebrei era comunque finita, erano sicuri che avrebbero potuto mettere le mani sulle loro attività economiche e sulle loro ricchezze.
Muftah, preso sotto l’ala protettrice di mio padre all’età di sei anni, Muftah che tutto sapeva di noi, Muftah che mi portava a fare lunghe passeggiate sul lungomare quando, bambino, ero stato affetto da una malattia ai bronchi, Muftah che godeva di un tenore di vita di gran lunga superiore a quello degli altri operai delle nostre aziende, Muftah che aveva acquistato la casa con prestiti di cui mio padre non si sarebbe mai permesso di chiederne la restituzione, Muftah quindi era quello che aveva organizzato gruppi di nostri operai alla ricerca dei componenti della nostra famiglia per farli a pezzi. Questo, in breve, era lo spirito che animava le folle arabe nei giorni successivi al grande pogrom.
Il governo libico, sotto la guida del saggio sovrano Idris, dopo aver ammassato parte della popolazione ebraica in campi di raccolta, ammettendo di non poter difendere i propri cittadini ebrei, permise di avviare un ponte aereo con cui l’intera comunità ebraica fu in meno di un mese trasferita a Roma, permettendo ad ogni persona di portare con sé, oltre a qualche valigia, anche ben cinquanta sterline. All’aeroporto, in partenza, comunque, i gioielli e gli oggetti di valore venivano confiscati.
In tutta la storia di duemila anni di persecuzioni ebraiche, questo fu un dei pochissimi casi in cui un paese riuscì, in un sol colpo, a liberarsi per sempre di tutta la sua popolazione ebraica.
Forse solo la Spagna di Isabella riuscì nello stesso intento, ma solo formalmente, poiché si trascinò per secoli i nuovi cristiani che giunsero alle vette di tutte le gerarchie, ora finalmente accessibili, e i marrani, di cui non riuscirono mai a liberarsi.
Nell’Ottocento, in Europa, una delle pene più terribili che venivano comminate, oltre alla pena capitale e all’ergastolo, consisteva nell’esilio a vita ed il sequestro di tutti i beni. Le comunità ebraiche di Tripoli e Bengasi, Libia, furono condannate, collettivamente, a questa pena, ree di aver voluto professare la propria religione e mantenere le proprie tradizioni.
L’esilio fu avviato dal benevolo e tollerante Idris ed il sequestro totale fu sancito da Gheddafi, un paio d’anni più tardi, quando rovesciò la monarchia, sigillando una volta per sempre il “transfer” di una intera comunità.
Il ritornello più stupido che gli ebrei libici avevano amato ripetere, in tempi non molto lontani, era che “fintanto che fosse vissuto questo buon re, nulla avrebbero avuto da temere”.
(Dani Mimun, Israele 8/05/06)

*
"...Il 5 giugno 1967 avevo 15 anni e vivevo al Cairo, la mia città natale. Dall'abitazione di mia zia, in un sobborgo popolare, sentivo sfrecciare nell'aria i cacciabombardieri. I comunicati militari diffusi da Radio Cairo annunciavano proclami di vittoria: "Abbiamo abbattuto dieci aerei nemici", "Le nostre gloriose forze armate hanno sbaragliato le forze nemiche". Era tutto falso. Incredibilmente falso. La verità è che nelle primissime ore del 5 giugno l'aviazione israeliana aveva distrutto tutti gli aerei egiziani a terra, prima ancora che potessero prendere il volo. A quel punto l'esercito egiziano dispiegato nel Sinai, privo della copertura aerea, divenne facile preda dell'aviazione israeliana. L'esito fu catastrofico. Israele conquistò tutto il Sinai. Poi la Cisgiordania compreso il settore orientale di Gerusalemme, che erano sotto la sovranità giordana, e le alture siriane del Golan. Tutta la guerra iniziò per un'altra bugia. Damasco denunciò un piano israeliano per aggredirla. L'informazione sarebbe stata data dalla Russia. Alla fine, il 10 giugno, il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser annunciò le proprie dimissioni. Soltanto allora gli egiziani dedussero che l'Egitto era stato sconfitto." (Magdi Allam, La Repubblica, 10 aprile 2003)

** Leggere, in proposito, questo ricco articolo pubblicato tre anni e mezzo fa nel non sempre famigerato Indymedia. E che nessuno si azzardi più a rivendicare la buona fede della propria ignoranza. O ad accusare ME di visione parziale.

barbara




permalink | inviato da il 6/6/2006 alle 0:9 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (36) | Versione per la stampa
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