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Diario


5 giugno 2006

"DISTRUGGERE ISRAELE"

Nel giugno del 1967 il dittatore egiziano Nasser si prepara a realizzare il suo sogno. 
                               

Ma il piccolo Paese reagisce fulmineamente prevenendo l'attacco dell'avversario con…

                                   QUELLA GENIALE GUERRA DEI "SEI GIORNI"

di FERRUCCIO GATTUSO

"Quello israeliano è un esercito, oserei dire, western, che eccelle proprio nella specialità degli eroi western: quella di battere sul tempo l'avversario nell'estrarre la pistola dalla fondina". Con la solita grande efficacia, ricorreva a queste parole Indro Montanelli, nel giugno 1967, per descrivere l'impressionante vittoria riportata da Israele nella Guerra dei Sei Giorni. E proprio come i pistoleri dell'epopea del West, in quelle sfide letali nella polvere, Israele non poteva certo permettersi la "seconda" mossa.
Dietro l'attacco aereo dei caccia con la stella di David sulle postazioni egiziane, il 5 giugno 1967 alle ore 7.45, c'erano decenni di tensioni politiche e terroristiche, di boicottaggi commerciali, e quando, nell'ultima settimana di maggio di quell'anno fatidico, il leader egiziano Nasser ordinò la chiusura dello stretto di Tiran - per Israele strategico sbocco al Mar Rosso a sud della penisola del Sinai - fu immediatamente chiaro che lo stato israeliano avrebbe reagito. Questo atto da Tel Aviv era sempre stato considerato alla stregua di una dichiarazione di guerra.
Ciò che sarebbe nato fu un conflitto inedito, una blitz krieg capolavoro che avrebbe mutato la stessa percezione dello stato di Israele nel mondo. La "piccola isola in un mare di ostilità", nella definizione di Robert E. Hunter, ora si imponeva come una potenza efficiente, determinata a resistere contro i milioni di arabi ostili ai confini (confini senza difese naturali). "Fu una guerra - scrive Lorenzo Cremonesi in
Sei giorni che cambiarono il Medio Oriente
- che trasformò la tradizionale percezione israeliana da essere un minuscolo Paese accerchiato, sempre sull'orlo di subire un secondo Olocausto, a forte potenza regionale in grado di occupare un piccolo impero".
[...]
Già da quel primo attacco su 19 basi aeree egiziane diffuse tra il delta del Nilo, il Sinai e i territori vicino alla capitale, il Cairo - impressionante per efficienza militare, progettato nei minimi particolari (gli aerei israeliani al momento dell'attacco, con il sole alle spalle che disturbava la vista di chi doveva difendersi da terra, conoscevano le più piccole abitudini dei piloti nemici: lo scambio delle ronde aeree, il momento della colazione, etc…) - si comprese come Israele avrebbe combattuto, fino all'ultimo, la propria lotta per l'esistenza.
In meno di tre ore quasi tutti gli aerei da combattimento dell'Egitto vengono distrutti, dopodiché comincia la campagna di terra. Tre giorni dopo, l'8 giugno, le brigate meccanizzate guidate dal generale Tal sono nei pressi del canale di Suez, e da qui cominciano a bombardare porto Said ed Ismaila. Alla fine di quella guerra unica nel suo genere, e che sarebbe stata studiata con attenzione nelle accademie militari di tutto il mondo, gli israeliani lasciavano 300 soldati sul campo, a fronte di 15.000 nemici uccisi, 5000 prigionieri e la cattura di 10.000 mezzi arabi.

(Qui il saggio completo. Per un maggiore approfondimento suggerisco “La guerra dei Sei Giorni” di Michael B. Oren, Mondadori).

barbara




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