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Diario


1 giugno 2006

LA SCUOLA E LA QUESTIONE ISRAELIANA-PALESTINESE: ESPERIENZE TRA IGNORANZA E PREGIUDIZIO

Posto qui, per completare il discorso iniziato ieri, la mia relazione a un convegno su Israele e antisemitismo tenutosi lo scorso novembre.

Vorrei iniziare questa mia relazione con una data: maggio 1964. Nel maggio del 1964 Ahmed Shukeiry fonda l’OLP: Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Che cosa significa, esattamente, “liberazione della Palestina?” Tutti noi, di fronte a questa domanda, risponderemmo: liberazione dei territori occupati, affinché si possa realizzare il legittimo desiderio dei palestinesi di creare lo stato di Palestina. C’è però un piccolo dettaglio che, nel dare questa risposta, viene regolarmente trascurato: i cosiddetti “territori occupati” sono stati occupati tre anni dopo, nel giugno 1967. Nel momento in cui nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’unico territorio occupato da Israele è lo stato di Israele. Credo che questo renda sufficientemente chiaro quale sia il reale scopo dell’OLP – che da parte dell’organizzazione stessa, del resto, non è mai stato negato, né occultato, e quale sfasamento si verifichi regolarmente, allorché parliamo delle vicende di quest’area, tra la realtà “vera” e quella percepita.

E vengo ora al mio ambito specifico, ossia la scuola, dove il fenomeno della disinformazione provoca inevitabilmente conseguenze più gravi che altrove: se mettere in dubbio ciò che si è appreso in famiglia, dagli amici, alla televisione, nei giornali può a volte essere difficile, ma rimane pur sempre fattibile, smontare un “l’ho imparato a scuola”, “l’hanno detto a scuola”, “l’ha insegnato il professore di lettere”, “c’è scritto nel libro di storia” è impresa quasi impossibile. Altra peculiarità dell’ambiente scolastico è quella di essere formato da persone con un alto livello di istruzione e, spesso, di notevole cultura; persone che mai, su qualunque altro argomento, si azzarderebbero a parlare senza essersi prima approfonditamente informate, mai si permetterebbero di ripetere un “sentito dire” senza averne prima verificata l’attendibilità, mai si lancerebbero in giudizi della cui fondatezza non si fossero prima accertate e che tuttavia, quando si tratta di Israele, sono pronte a ripetere senza esitazione qualunque sciocchezza e qualunque menzogna. Vorrei qui citare un dialogo quasi surreale intercorso fra me e un preside che mi aveva precedentemente dato prova di raffinata cultura e profonda sensibilità. Si parlava delle “famose” risoluzioni Onu che Israele non avrebbe rispettato, e io chiedo:
«Ma lei le conosce?»
«Tutti le conoscono!»
«Sì, ma LEI le conosce?»
«Naturalmente».
«E che cosa dicono?»
«E come vuole che faccia a ricordarmene? È passato tanto di quel tempo, in attesa che Israele le rispettasse, che abbiamo avuto tutto il tempo di dimenticarle!»
«Quindi lei non sa che cosa dicono».
«So che Israele non le rispetta: non le basta?»
«Come fa a sapere che non le rispetta se non sa che cosa chiedono?»
«Israele non rispetta le risoluzioni Onu, questo è un dato di fatto e lo sanno tutti». Detta, quest’ultima frase, in tono perentorio e chiudendo con essa la discussione. Chiedo scusa se nel citare questo episodio sono quasi scaduta nel pettegolezzo, ma credo possa essere utile a inquadrare un certo modo di ragionare e di discutere che si incontra abitualmente quando si parla di Israele: non si conoscono le cose che si citano, ma si citano lo stesso.
Venendo ora alla mia esperienza personale, posso dire di avere assistito, da parte dei miei colleghi, ad un totale capovolgimento delle vicende che coinvolgono Israele. Capovolgimento che emergeva regolarmente durante gli esami: interrogati in proposito, gli scolari raccontavano che Israele opprime i palestinesi dopo avere rubato la loro terra, che da quando è nato ha continuato a scatenare una guerra dietro l’altra contro gli arabi per impedire la nascita dello stato di Palestina, che lì vige un regime di apartheid ... E il – o la – collega di lettere assentiva: lo scolaro stava diligentemente ripetendo quanto gli era stato insegnato. Naturalmente, nonostante il disagio che la cosa mi provocava, non potevo intervenire in simili circostanze, così ad un certo punto ho deciso di tenere qualche lezione sulla questione israelo-palestinese. Non saprei dire se il risultato di tale iniziativa sia stato più grottesco o più drammatico: nel corso della lezione, ogni mia affermazione era regolarmente seguita dall’intervento di qualche scolaro che diceva: «Ma la professoressa di storia ha detto tutto il contrario!» Poiché avevo portato documenti sufficienti a dimostrare tutto ciò che affermavo, alla fine gli scolari si sono convinti che quanto dicevo rispondeva a verità; tuttavia il contrasto fra quanto avevano sentito da me e quanto era stato insegnato dalla collega ha creato una confusione tale, che nel tema d’esame più di uno ha scritto che «è una bellissima cosa che sia nato lo stato di Israele, peccato però che per costruirlo abbiano prima dovuto distruggere lo stato di Palestina». Alla fine, grazie alla sensibilità di una delle colleghe di lettere, che era solo disinformata in buona fede, il problema si è potuto risolvere: da qualche anno il tema lo tratto io, anche se non è la mia materia, e gli scolari finalmente escono dalla scuola con le idee un po’ più chiare. Ma naturalmente questo vale solo per le mie classi: da ciò che sento confrontandomi con insegnanti di tutta Italia, posso constatare che la disinformazione – spesso ma non sempre in buona fede – è davvero grande. Vorrei qui riportare, a titolo esemplificativo, una testimonianza che mi è arrivata da Udine: «Mio fratello, 13 anni, studia in terza media. Io sto all'università lontano da casa. Un giorno torno a casa per un paio di giorni e vedo mio fratello che, ad alta voce, ripete la lezione di educazione civica. Esempio di teocrazia: le repubbliche islamiche ed Israele. E giù nello specifico: Israele persegue come suo scopo la liberazione delle terre dall'infedele islamico dopo aver occupato illegittimamente un territorio non suo. Sentito questo sobbalzo, prendo gli appunti di mio fratello e il giorno dopo vado a colloquio dalla prof e le chiedo di dirmi come diavolo avesse fatto a recuperare certe informazioni. Risposta: certe volte, per far passare un concetto e renderlo interessante, bisogna porre l'accento sulle situazioni estreme e più stuzzicanti. Questa visione di Israele è una di queste situazioni. Le spiego che non la penso così, che la situazione è più complessa e che ci sarebbero un sacco di cose da dire prima di liquidare tutto con: Israele è in realtà uno sviluppo del fondamentalismo religioso. Il giorno dopo in classe, lezione sull'imperialismo americano e gli interessi degli Usa in Israele...».

Un altro esempio di come la disinformazione si diffonda nella scuola è quanto da me trovato, circa tre anni fa, nel sito warnews, sito frequentatissimo da insegnanti e studenti, essendo forse l’unico a fornire notizie dettagliate su tutte le decine di conflitti in atto nel mondo, e non solo dei due o tre che fanno abitualmente notizia nei mass media. Citerò alcuni passaggi del capitolo dedicato al conflitto israelo-palestinese segnalando gli errori più grossolani.
“Il conflitto mediorientale inizia nel 1948, con l'autoproclamazione dello Stato d'Israele”: in realtà la nascita dello stato di Israele era stata decisa da una risoluzione Onu
”e la conseguente guerra con tutti i Paesi arabi confinanti”: la guerra in realtà è stata scatenata dai Paesi arabi, allo scopo di distruggere lo stato di Israele e impedire la nascita di quello di Palestina
”durante la quale l'esercito israeliano (armato e finanziato dagli Usa) ha occupato tutti i territori che l'ONU aveva assegnato ai Palestinesi per la creazione di un loro Stato”: e qui c’è addirittura un totale capovolgimento di quanto accaduto, dato che sono stati Egitto e Giordania a occupare e poi annettere rispettivamente Gaza e Cisgiordania, destinate dall'Onu a costituire lo stato di Palestina (e, per inciso, ne hanno immediatamente cacciato tutti gli ebrei che vi risiedevano). Vengono poi nominate le guerre dei Sei giorni (1967) e del Kippur (1973) e le relative occupazioni senza mai neppure accennare al fatto che queste guerre sono state volute e scatenate dagli stati arabi, e che le occupazioni si sono rese necessarie a scopo difensivo – non dimentichiamo che una sconfitta avrebbe significato la scomparsa di Israele – obiettivo che, come stiamo constatando proprio in questi giorni, non è mai stato del tutto abbandonato. Ci viene inoltre raccontato che queste guerre hanno provocato la creazione di 4 milioni di profughi cacciati dai territori occupati, e anche qui la realtà viene pesantemente falsificata: i profughi erano poco più di mezzo milione, una buona parte dei quali, come è dimostrato da documenti di fonte araba, sono stati indotti ad andarsene dagli stessi arabi. La cosiddetta “seconda intifada” ossia la guerra terroristica iniziata a fine settembre 2000, viene spiegata così: “Ma tra i Palestinesi lo scontento è progressivamente dilagato, poiché la quotidiana oppressione israeliana è continuata (regime di apartheid per i palestinesi che vivono in Israele e regime di occupazione nei territori)”, capovolgendo anche qui la realtà: al momento degli accordi - falliti - di Camp David, il 90% della popolazione palestinese viveva sotto amministrazione dell'ANP, e non sotto occupazione israeliana; quanto agli arabi con cittadinanza israeliana, questi possono accedere, e di fatto accedono, al parlamento e a varie altre altissime cariche. Risparmio il resto che, nella sua monotona opera di falsificazione della storia e della cronaca, rischierebbe di annoiare; aggiungo solo – non senza una discreta dose di orgoglio, che oggi questo testo non si trova più nel sito di warnews: grazie a un mio intervento è stato sostituito con uno, se non proprio equilibrato al 100%, in ogni caso molto meno fazioso.


Se poi passiamo dalla scuola all’università, dobbiamo constatare una situazione se possibile ancora peggiore. [Qui era inserita la lettera dei docenti dell’università di Bologna, riportata nel post precedente]
E vorrei infine ricordare una serie di episodi recentemente verificatisi.
Università di Pisa, 14 ottobre 2004
: il diplomatico israeliano Shai Cohen viene invitato a tenere una lezione alla facoltà di Scienze politiche, nell’ambito del corso di Storia e Istituzioni dei Paesi Afro-Asiatici del professor Maurizio Vernassa. Accolto da grida quali: “Israele non ha diritto di esistere”, o “Il popolo ebraico non esiste: è un’invenzione dell’Occidente”, o ancora “Le vostre cose andatevele a fare in Sinagoga”, non riesce a tenere la prevista lezione ed è costretto ad andarsene.
Università di Firenze, febbraio 2005:
era stato invitato a parlare, presso la facoltà di Giurisprudenza, l’ambasciatore di Israele, Ehud Gol. Al suo arrivo, il Collettivo Politico di Scienze Politiche si era preparato alla contestazione. Sono stati venti minuti di “Israele fascista”, “Sharon boia” e “Assassini”. Finché il professor Stefano Mannoni, docente di Storia delle Costituzioni Moderne e organizzatore dell’incontro, ha deciso di chiamare la polizia, previa consultazione con il rettore.
Università di Torino, maggio 2005
: la professoressa Daniela Ruth Santus, docente di Geografia Culturale, aveva invitato il vice-ambasciatore Eleazar Cohen. La Digos e la polizia erano presenti, ma gli autonomi rimasti fuori dall’aula, oltre agli slogan, hanno lanciato razzi e fumogeni per disturbare la lezione. La stessa professoressa Santus ha subito minacce dirette e anche insulti esposti nelle bacheche di facoltà.
E infine l’episodio forse più grottesco:
Università di Bologna, marzo 2005:
l’israeliana Angelica Calò e la palestinese Samar Sakkar, intime amiche da molti anni, erano state invitate insieme per parlare di pace fra i due popoli. Titolo dell’incontro era: “Sotto lo stesso cielo, l’impossibile convivenza?”. Ma all’ultimo momento gli organizzatori dell’evento hanno preferito rinunciare per il rischio che si correva. Nella mail inviata ad Angelica Calò l’8 marzo 2005, il giorno prima della conferenza, si leggeva: “Purtroppo ti devo dire che abbiamo dovuto annullare l’incontro a Bologna perché, dopo la forte contestazione subita dall’ambasciatore israeliano all’università di Firenze, ci è stato consigliato di annullare l’incontro, vista anche la situazione nella nostra facoltà”. Angelica Calò, per inciso, è una pacifista israeliana che insegna, per propria scelta, anche in scuole arabe e ha fondato un teatro in cui ha voluto ragazzi sia israeliani che arabi, sia ebrei che cristiani, musulmani, drusi, circassi, perché convinta da sempre della possibilità di una pacifica convivenza. Questo, avrebbe voluto andare a dire a Bologna, così come in tutti i posti in cui si è recata a parlare, ma non le è stato concesso, perché israeliana.
E non credo servano altri commenti.

barbara

Aggiornamento: a proposito di Benny Morris, citato da Luigi in un commento, segnalo questo interessantissimo articolo cortesemente inviatomi da Massimo Longo Adorno. È un po' lungo, ma garantisco che vale la pena di leggerlo.




permalink | inviato da il 1/6/2006 alle 15:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (41) | Versione per la stampa
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