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Diario


27 maggio 2006

E DOPO L’ALLIEVO, ARRIVA IL MAESTRO

Da un articolo-intervista di Francesco Battistini al signor Oliviero Diliberto pilucco qua e là, cogliendo fior da fiore.

Si parla addirittura di un migliaio di soldati. Non dicevate sempre che tante truppe si spiegavano solo per difendere il petrolio?

«Non voglio neanche prendere in considerazione i rischi di una presenza militare mascherata da missione civile. E in ogni caso non siamo solo noi a pensare che siamo là per il petrolio. Lo pensano moltissime organizzazioni cattoliche e anche parti della Margherita.
E chi sono queste “organizzazioni cattoliche”? Quale competenza hanno per esprimersi in materia? E da quando in qua le organizzazioni cattoliche sono una fonte autorevole e un faro per i comunisti?
Ma che cosa può fare una missione civile in Iraq, senza scorta militare?
«Non diciamo di no a una semplice presenza di polizia militare. Ma, contemporaneamente, vogliamo che gli alleati del centrosinistra sostengano la nostra proposta d’una commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Calipari. Gli Stati Uniti ci hanno sbattuto la porta in faccia. Adesso ci sarà un processo, in Italia. Con imputato un soldato americano che è contumace. Vediamo gli esiti di questo processo. Se arriverà una condanna, l’Italia dovrà chiedere subito l’estradizione».
La richiesta di maggiori informazioni sul caso Calipari potrebbe (potrebbe) anche essere ragionevole (a patto, beninteso, che anche da parte nostra vengano fornite informazioni ONESTE E VERITIERE su come sono andate le cose), ma che cosa ha a che fare con il non dire di no a una semplice presenza di polizia militare? Il nesso non appare del tutto chiaro.
Ma il governo Al-Maliki può farcela da solo?
«In tutta franchezza, è un problema che non mi pongo. In Iraq c’è un governo: se la veda da solo».
Giusto. Come saggiamente diceva il Nostro Grande Maestro, il Compagno Mao, un morto è un morto, un milione di morti è un dato statistico. Se poi si tratta di morti che non sono stati ammazzati né dagli americani, né dagli ebrei, non assurgono neppure alla dignità di dati statistici: che crepino e non rompano, per piacere.
Ma perché i pacifisti possono dire tutto e invece il generale Cecchi, se spiega che a Nassiriya rimarranno 800 soldati, viene zittito?
«Perché c’è differenza fra un comune cittadino e un militare di carriera: se parla, deve farlo nelle sedi opportune».
E fra un comune cittadino e un politico di carriera, ci sono differenze? Un politico, se parla, non ha il dovere di farlo nelle sedi opportune?
È d’accordo col suo ministro Alessandro Bianchi, che fa derivare il terrorismo in Iraq «dalla resistenza a un’aggressione subìta»?
«Concordo con Bianchi. E distinguo sempre chi fa terrorismo da chi reagisce a una violenza. I terroristi vanno combattuti ovunque, perché sono i principali nemici di tutte le lotte di liberazione».
E il fatto che i “resistenti” ammazzino molti più iracheni che americani, naturalmente, è un dettaglio del tutto insignificante, di cui ci cale ancor meno che delle cicale.
Ma resistenza e terrorismo sono collegati o no?
«Dipende dalle situazioni. Alcuni esempi sono più facili: se a Tel Aviv salgo su un autobus imbottito col tritolo, quello è terrorismo. Ma se lo scontro è tra forze militari avverse, come accade spesso in Iraq, è un’altra cosa».
È noto infatti che la gente che va a comprare il pane fa parte delle forze militari avverse. È noto infatti che le lavandaie irachene fanno parte delle forze militari avverse. È noto infatti che i bambini che cercano caramelle fanno parte delle forze militari avverse. È noto infatti che gli aspiranti poliziotti iracheni fanno parte delle forze militari avverse. È noto infatti che i cittadini che vanno a votare fanno parte delle forze militari avverse. È noto infatti che le annunciatrici televisive fanno parte delle forze militari avverse. E, a parte questo, come mai il signor Diliberto è andato a stringere la mano al signor Nasrallah che bombarda di missili le abitazioni civili (civili) della Galilea (Galilea, non “territorio occupato”)?
Bianchi si emoziona anche a sentire i discorsi di Fidel Castro. Ma com’è che siete sempre lì a difendere il dittatore?
«Su Cuba la nostra posizione è diversa da quella degli alleati. Io difendo l’esperienza cubana che viene attaccata non perché c’è privazione della libertà, ma perché è un Paese che da oltre 40 anni resiste all’America.
Grande! Lasciatemelo dire, con tanto di punto esclamativo: grande! Se poi pensiamo che ha avuto anche il supremo coraggio di andarlo a dire a Battistini, che a Cuba è finito in gattabuia per una intervista a persona sgradita al regime, beh, come minimo si merita una standing ovation.
Se dovessimo discutere di tutti i dittatori che sostiene Bush, da dove dovremmo cominciare? Dalla sua stretta di mano al pakistano Musharraf?»
Bene, parliamo pure dei dittatori che sostiene Bush. Cominciamo pure dalla sua stretta di mano a Musharraf: è un gioco sporco, naturalmente. Fatto per interesse, naturalmente. E, quali siano gli interessi americani nell’intrattenere rapporti con regimi dittatoriali, lo sappiamo benissimo. Quello che invece ci piacerebbe sapere è: quali sono gli interessi del signor Diliberto nell’intrattenere cordialissimi rapporti con i “suoi” dittatori? Quali sono i suoi interessi nell’abbracciare dittatori antisemiti, omofobi, terroristi? Ne vogliamo discutere?
(La canzone del giorno: Egypti rosa Egypti di pesco)

barbara




permalink | inviato da il 27/5/2006 alle 21:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (20) | Versione per la stampa
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