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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


24 maggio 2006

IL MUSEO DEL BUIO

Poiché sulla gita scolastica di quest’anno non c’è niente che valga la pena di essere raccontato, ripropongo il pezzo che avevo postato l’anno scorso nell’altro blog.

Si trova a Innsbruck. Ci sono stata oggi, in gita scolastica. Si tratta di una struttura in cui il visitatore viene messo in condizione di vivere l’esperienza della cecità: una serie di ambienti diversi, totalmente privi di luce. Vietati ai visitatori orologi con cifre e lancette fosforescenti, giacche a vento e scarpe con strisce catarifrangenti, vietata qualunque cosa possa produrre la minima luminosità.
Entriamo, dunque, io e un gruppetto di otto scolari. Il primo ambiente è il bosco: ce lo dice la guida, che ci accompagna lungo tutto il percorso, ma lo si riconoscerebbe comunque, dall’acuto profumo di resina. E poi stridi di uccelli che non conosco. C’è un corrimano, per fortuna, perché il terreno è un po’ sconnesso, come sempre nei sentieri che si inoltrano nei boschi. Ma ad un tratto il corrimano si interrompe. Muovo le braccia, incontro il vuoto, vorrei quasi gridare “Aiuto!”, ma come si fa: sono la professoressa, che diamine, che razza di figura ci farei? Avanzo a passettini, sempre mulinando le braccia, finalmente incontro una spalla, e la afferro saldamente. “Chi sei?” “Roland”. Mai potuto soffrire, quel lavativo di Roland, ma sono ben felice di sentirmi sotto le dita la sua solida spalla di contadino. In seguito non farò più domande, e riconoscerò solo Nicoletta, dalla cascata di riccioli che le mie mani incontrano ovunque. Dopo il bosco c’è la grotta, si avanza seguendo con la mano la parete umida e scabrosa. Per terra ci sono gradini, sconnessioni. La guida parla spesso, ma nel buio non è facile individuare la direzione da cui proviene la sua voce. Poi arriva il “motoscafo”, che sobbalza sulle onde, mentre il vento ci sbatte in faccia e il rumore del motore ci riempie le orecchie. Non ho mai sofferto di mal di mare, e tuttavia, in questo momento, il mio stomaco vorrebbe protestare. Poi un terreno liscio, in discesa, niente da toccare con le mani. Dico “O mamma, dove sono? Dove siete?” Lo dice anche qualche scolaro. Qualcuno mi tocca un fianco, io tocco un braccio: sì, ci siamo, ci sono anche loro, respiriamo di sollievo. Infine il bar. Alcuni scolari ordinano qualcosa, la cameriera li serve. Devono trovare sul bancone tazze e bicchieri. Devono individuare il proprio riconoscendolo dall’odore. Devono prendere il portafogli e trovare, al tatto, le monete giuste. Chi, come me, non consuma, deve aspettare. Poso una mano sul bancone, poco dopo una mano vi si posa sopra. La stringo, mi stringe; non saprò mai a chi appartenesse, ma per qualche minuto ci siamo scambiati calore. Sicurezza. Umana solidarietà fra poveri esseri smarriti nel buio. Ci incamminiamo verso l’uscita; quando il primo barlume di luce raggiunge i nostri occhi, da ogni gola erompe un sospiro che è quasi un urlo. E usciamo, infine, barcollando, quasi fossimo ubriachi, e crolliamo di schianto sulle poltroncine. Restiamo lì abbastanza a lungo, a fissarci smarriti.

******

Una ventina d’anni fa, nel corso di un viaggio organizzato in Tunisia, ho avuto come compagni di viaggio un gruppetto di ciechi. All’inizio mi ero chiesta cosa diavolo fossero venuti a fare: i viaggi si fanno per vedere, no? Un po’ alla volta ho avuto modo di rendermi conto che loro stavano “vedendo” molto più di me, e li ho enormemente ammirati. Ma non abbastanza: non sapevo ancora, a quel tempo, quanta forza sia necessaria per imparare a vivere senza luce. E continuare a sorridere, nonostante il buio.

(Il piatto del giorno: Egyptini alla Egyptara. Vino consigliato: BlauEgyptunder dei vigneti di Egyptiano)




barbara




permalink | inviato da il 24/5/2006 alle 13:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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