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Diario


10 maggio 2006

VOGLIAMO PARLARE DI CORAGGIO?

Rissa tra uomini e donne nel Parlamento afghano La più giovane deputata aggredita dopo aver denunciato gli «ex signori della guerra»

Anche questa volta non ha tradito il suo nome. Anche questa volta è stata aggredita, insultata, minacciata ma non zittita. Malalai Joya, la sconosciuta ragazza di Farah che nel 2003, a soli 25 anni, aveva sfidato i signori della guerra al gran consiglio della Loya Jirga, domenica ha rivolto loro le stesse durissime accuse. «Tra di voi ci sono criminali che abusano del termine jihad, che dicono di aver fatto la guerra santa per salvare l’Afghanistan e invece sono colpevoli di aver ucciso migliaia di civili, hanno distrutto il nostro Paese. Sono gli stessi uomini che non credono nei diritti delle donne e nella democrazia», ha detto. Identiche le accuse e le persone a cui erano rivolte. Identica la passione che forse, lei stessa sostiene, le deriva da quell’altra Malalai in onore della quale è chiamata come tante ragazze afghane: l’eroina nazionale che nel 1880, durante la battaglia di Maiwand contro gli inglesi ai tempi del «Grande Gioco», si strappò il burqa, impugnò la spada e guidò i combattenti alla vittoria. Diverso solo il luogo: nel 2003 il tendone bianco fuori Kabul dove cinquecento mullah, capitribù e comandanti mujahidin erano riuniti per approvare la nuova Costituzione. E dove Malalai aveva parlato come giovane assistente sociale che nessuno conosceva, in un Paese dominato da sempre dagli uomini. Oggi il (quasi) elegante Parlamento con colonne, velluti rossi e seggi di cuoio dove i primi 249 rappresentanti eletti in oltre 30 anni si sono insediati in dicembre. Tra di loro, stima un recente rapporto di analisti afghani indipendenti, anche 40 comandanti di milizie, 24 membri di gang criminali, 17 trafficanti di droga, 19 uomini accusati di serie violazioni dei diritti umani.
Anche Malalai è diventata intanto parlamentare grazie alle quote che hanno riservato il 27% dei seggi alle donne. È la più giovane, la più conosciuta anche all’estero, dopo avere osato l’inosabile tre anni fa. La più combattiva e la più minacciata, anche di morte. Domenica, mentre si discuteva della commemorazione della fine dell’occupazione sovietica, si è alzata per dire che «ci sono due categorie di mujahidin in Afghanistan: chi ha combattuto per l’indipendenza, e li rispetto, chi lo ha fatto per distruggere il Paese e ha ucciso 60 mila persone. Criminali che non hanno il diritto di essere parlamentari». Non ha fatto nomi, Malalai, come non ne aveva fatti tre anni fa. Ma le sue parole hanno subito suscitato lanci di bottiglie di plastica, insulti («puttana, comunista, infedele»), il tentativo di aggressione di tre parlamentari donne, seguite poi da alcuni uomini (uno di loro ha detto «dobbiamo pugnalarla»). «Soprattutto le donne si sono scagliate su di lei come pazze, pensare che una di loro ha perso il marito e venti familiari nella guerra civile. Siamo riusciti a difenderla, ma è stato incredibile», ha raccontato al Corriere Shukriya Barekzai, un’altra parlamentare giovane e combattiva. Che aggiunge come poco dopo l’episodio, trasmesso dalla tv afghana, e dopo la fuga precipitosa di Malalai proprio uno dei parlamentari tacitamente accusati abbia rotto il silenzio. Quel Abdul Rasul Sayyaf, già potentissimo ed estremista signore della guerra wahhabita che per primo invitò Bin Laden in Afghanistan, unico pashtun dell’Alleanza del Nord, accusato da Human Rights Watch (e non solo) di crimini contro l’umanità. «Dobbiamo segnare una linea rossa che nessuno valichi parlando di jihad e mujahidin, evitare che qualcuno possa ancora insultarci», ha detto Sayyaf, sempre presente in Parlamento (spesso per mano a un altro anziano ex combattente), con i suoi turbanti e i suoi abiti tradizionali. E con molta voglia, si dice, di non perdere potere.
Vero è che Sayyaf, come altri discussi esponenti del vecchio sistema, siede in Parlamento e non nelle galere nazionali. Ma vero anche che nel nuovo governo in via d’approvazione gli ex mujahidin stanno perdendo ministeri e peso, sostituiti da tecnocrati meno chiacchierati. Il nuovo Parlamento, nonostante tutti i suoi limiti, ha infatti iniziato a vigilare su chi debba governare questo bellissimo e tormentato Paese. E sono soprattutto le donne che, finalmente libere di parlare, alzano la voce. Come ha fatto ancora una volta domenica scorsa la ragazza di Farah, che porta quel nome antico e pieno di passione. «Possono minacciarmi, perfino uccidermi - ha detto Malalai - ma non uccideranno mai la mia voce». (Cecilia Zecchinelli)

                                                        

Poi, sì, ci sarebbe da parlare anche dello scandalo dei più infami violatori dei diritti umani mandati a controllare il rispetto dei diritti umani altrui. Ci sarebbe da parlare di istituzioni umanitarie e soldati Onu che abusano di bambini e bambine in cambio di un pezzo di pane. Ci sarebbe da parlare di Jennifer Zacconi, «una morte lenta, inferta con determinazione e con una furia implacabile. [...] Una spinta, urla, poi il primo colpo: un pugno violentissimo sferrato al volto di Jennifer, che le spezza il setto nasale. Subito dopo: due, tre, quattro calci altrettanto violenti all’addome della ragazza, incinta ormai di 37 settimane, e quando mancano solo 18 giorni al parto. [...] Poi, l’uomo raccoglie un grosso ramo, o forse un bastone che già era sull’auto: e colpi, colpi su colpi, al torace e all’addome e alla testa. Restano lividi, ematomi diffusi. Jennifer si accascia sull’orlo della fossa. Infine, quel laccio stretto intorno al collo. E la spinta, più altri calci che fanno rotolare il corpo in fondo alla buca, il volto premuto nel fango. In quel momento, Jennifer e il suo piccolo respirano ancora. L’uomo afferra rami, sterpi, manciate di terra. Ricopre tutto, e ci salta su, mentre là quel corpo minuto si inarca. L’uomo se ne va nella notte». E ci sarebbe da parlare di Madison, cinque anni, capelli lunghi, un sorriso grande, trovata morta, chiusa in un sacco dell’immondizia tre giorni dopo che era stata rapita. Come, il giorno prima, il piccolo Mathias, ritrovato morto nudo, sotto un cumulo di foglie: era stato violentato e annegato in un ruscello. Chiedendosi, tra l’altro, perché fosse stata presa la decisione di non far scattare, al momento della scomparsa di Madison, il piano «allarme rapimenti» che prevede anche l’interruzione di programmi radiofonici e televisivi per dare informazioni sui bambini rapiti. Ce ne sarebbero, sì, di storie da raccontare, ma come si fa a stare dietro a tutte le infamie che il mondo quotidianamente ci offre? Riconfortiamoci allora, almeno un po’, al pensiero che esistono anche persone coraggiose e generose che, a rischio della propria vita, tentano di cambiare qualcosa in questo mondo marcio.

barbara




permalink | inviato da il 10/5/2006 alle 23:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
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