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Diario


23 aprile 2006

UNA RIFLESSIONE SUL RUOLO DELLA COMUNICAZIONE NEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

Intervista con David Bedein (seconda parte)

D:
Come viene finanziata la UPMRC?
R: Riceve 300.000 dollari ogni anno dagli Stati Uniti per le pubbliche relazioni. E la Mezzaluna Rossa Palestinese del Dr. Arafat riceve 215.000 dollari l'anno come aiuti dagli Stati Uniti. Entrambe le agenzie sono sulla lista delle 59 organizzazioni non governative palestinesi che hanno ricevuto 100 milioni in aiuti dagli Stati Uniti fin dal 1997.

D:
Ritieni che le Nazioni Unite abbiano un ruolo nel promuovere le Pubbliche Relazioni palestinesi?
R: Certamente. L'UNRWA ha un dipartimento per le relazioni con i media e un bollettino di notizie chiamato "Servizi televisivi dell'UNRWA", entrambi con sede al campo profughi di Ain el-Helweh in Libano. L'UNRWA coopera con i servizi giornalistici dell'OLP e l'azienda televisiva palestinese PBC per fornire agli inviati stranieri informazioni e servizi giornalistici. Gli argomenti che tratta vertono prevalentemente sulle sofferenze dei profughi ospitati nei campi "in attesa di tornare in Patria", e questa Patria - secondo i loro testi - non sono i territori occupati da Israele nel 1967, ma anche tutte le terre annesse dopo la guerra di indipendenza del 1948.
Lo scopo delle Nazioni Unite è quello di presentare gli arabi palestinesi come vittime. Nella pubblicazione "Testimoni della storia: il problema dei rifugiati palestinesi", una fra le diverse pubblicazioni distribuite dall'UNRWA e pubblicate da MIFTAH, l'agenzia giornalistica palestinese, guidata dalla famosa portavoce palestinese Hanan Ashrawi e commissionata dal Governo Canadese, le Nazioni Unite sostengono, a pagina 13, che "tutti i rifugiati e i loro discendenti hanno diritto a un risarcimento e al rimpatrio alle loro case natie e alla loro terra ."

D:
Quali sono le principali differenze fra palestinesi e israeliani nelle loro relazioni con i media?
R: I disciplinati portavoce professionisti palestinesi di solito si presentano come una banda di dilettanti romantici. Incontrano i corrispondenti occidentali in modesti alberghi di Gerusalemme o Ramallah o sullo sfondo di un campo profughi. Questa tattica ha avuto un gran successo nel rafforzare l'immagine della loro parte come sfortunati cani bastonati. Un'intervista con un palestinese in una stradina con i copertoni che bruciano e le pallottole che fischiano sopra le teste colpisce l'immaginazione del direttore che la mette in una posizione di risalto per l'effetto che fa, il dramma umano che rivela.
Invece, quando i corrispondenti stranieri incontrano i rappresentanti israeliani, in genere vengono accolti da raffinati portavoce governativi in alberghi di lusso, negli uffici moderni di agenzie giornalistiche professionali. I portavoce israeliani lavorano sulla base di tre assiomi: prima di tutto che pubbliche relazioni formali e professionali siano di per sé persuasive; in secondo luogo che una spiegazione esaustiva della storia del conflitto sia un'arma migliore delle semplici parole nel convincere l'opinione pubblica della bontà della loro causa; e in terzo luogo che la correttezza della loro azione e della loro causa sia di per sé evidente per qualsiasi essere umano razionale e senza preconcetti. Su queste basi, il Ministro degli Esteri Shimon Peres una volta disse: "Le buone politiche sono le migliori pubbliche relazioni; parlano da sole". Sfortunatamente Peres sbagliava. Una bugia può essere molto più potente della verità, se riesci a venderla abbastanza bene da far sì che le persone ci credano.
Un altro problema delle Pubbliche Relazioni israeliane è che sono coordinate in modo infelice e talvolta contraddittorio. Le notizie provengono da almeno quattro uffici diversi - l'IDF, il Ministero degli Esteri, l'ufficio del Primo Ministro e il Ministero della Difesa - e ogni volta con un messaggio differente. Il 28 ottobre del 2001, per esempio, il Ministro degli Esteri israeliano Shimon Peres ha rilasciato parecchie interviste, in Israele e all'estero, in cui diceva che Arafat non era responsabile per l'ondata di attacchi terroristici, e per sostenere questo, faceva notare che l'Autorità Palestinese aveva appena arrestato diversi terroristi di Hamas. Lo stesso giorno però i servizi di intelligence delle forze armate si sono incontrati con più di 100 giornalisti per presentare le prove del coinvolgimento di Arafat e della sua organizzazione Fatah nelle attività terroristiche di Hamas. Nello spiegare come i gruppi terroristici di Hamas fossero addestrati e operassero all'interno dei servizi di sicurezza palestinesi, un portavoce militare israeliano ha fornito ai media la documentazione che prova come Hamas operi completamente come una struttura ufficiale delle forze di sicurezza palestinesi a Gaza; egli ha anche sottolineato come quella mattina stessa due terroristi di Hamas ricercati, che lavoravano per i servizi di sicurezza palestinesi, avessero ucciso quattro donne e ferito cinquanta civili alla stazione degli autobus di Hadera.
Rispetto a questa apparente contraddittorietà dei messaggi che provengono da Israele, i portavoce dell'autocratica Autorità Palestinese sottostanno alla disciplina di partito che semplicemente prevede di recitare la litania standard dell'"oppressione", dell'"occupazione, degli "abusi dei diritti umani", del "razzismo" ecc.

D:
Secondo te perché negli ultimi anni il Governo Israeliano ha avuto una tale difficoltà a far presente il suo punto di vista presso la stampa occidentale?
R: Penso che Israele abbia commesso un grosso sbaglio nel 1986, quando il Ministro degli Esteri Shimon Peres e il suo vice, il Dr. Yossi Beilin, cambiarono il modo in cui il Governo si relazionava con l'OLP. Chiesero al Ministro degli Esteri di smettere di diffondere l'accordo costitutivo dell'OLP, che chiede la distruzione dello stato di Israele, e che non è mai stato abrogato (qui a lato potete trovare il link della Costituzione di al-Fatah, che contiene tuttora tutti gli articoli che prevedono la distruzione di Israele come obiettivo primario e irrinunciabile – ndb). Chiesero anche che il Ministero smettesse di definire l'OLP come un nemico. In innumerevoli conferenze tenute dal Ministero nei tardi anni '80, sia Peres, sia Beilin spiegarono che era giunto il tempo di archiviare la lotta con l'OLP. Nel 1986 il cambiamento di politica di Peres/Beilin preparò la strada per il riconoscimento di due anni dopo dell'OLP da parte degli Stati Uniti.
Il Governo Israeliano ha anche concesso ai palestinesi parecchi bonus durante i sette anni del processo di Oslo, fra il 1993 e il 2000, sottovalutando gli attacchi terroristici e i messaggi ambigui della leadership palestinese, che presentava messaggi di pace in inglese e di guerra in arabo. Per impedire che il processo di pace di Oslo collassasse, sia i leader israeliani, sia quelli degli Stati Uniti decisero nel 1993 di ignorare le giornaliere richieste della televisione e radio palestinese di rinnovare la guerra contro Israele. Invece nel 1995, quando l'Istituto per l'Educazione alla Pace Srl, aiutato anche dalla nostra agenzia, pubblicò video di discorsi di Arafat in cui promuoveva la jihad (la guerra santa), allora il Primo Ministro israeliano Yitzak Rabin e il Ministro degli Esteri Shimon Peres, chiesero alla TV israeliana di non trasmettere i discorsi di Arafat in arabo. Nel settembre del 1995 Peres arrivò a chiedere al rappresentante Bill Gilman, presidente del Comitato della Casa Bianca per le relazioni internazionali, di non tenere un'udienza speciale in cui sarebbero stati trasmessi questi video dei discorsi di Arafat. Il Comitato della Casa Bianca però ignorò questa richiesta.
La politica del "non dire" è continuata durante l'amministrazione Netanyahu dal 1996 al 1999. Mentre l'ufficio di Netanyahu stilava rapporti settimanali per i membri del Likud sulle istigazioni alla guerra dell'Autorità Palestinese, un suo importante funzionario mi confermò che i rapporti venivano deliberatamente taciuti al Ministero degli Esteri e ai media israeliani. Nell'ottobre del 1998, durante la Conferenza di Wye, chiesi all' ambasciata israeliana perché non distribuissero questo materiale. Mi dissero: "Il Governo Israeliano ridimensiona la realtà dell'Autorità Palestinese di Arafat per non irritare il Governo Americano". Il Governo Barak, che assunse il potere nel maggio del 1999, arrivò al punto di eliminare zitto zitto la clausola dell'accordo di Oslo che chiedeva all'Autorità Palestinese di cessare le istigazioni contro Israele.
D:
Quali sono le differenze fra israeliani e palestinesi nel modo in cui trattano i giornalisti stranieri?
R: L'esercito israeliano spesso dichiara alcune zone off limits ai giornalisti, cosa che equivale a far roteare un drappo rosso davanti a un toro. La prima cosa che un giornalista pensa è che Israele stia cercando di nascondere qualcosa. Un giornalista straniero, che mi ha chiesto di restare anonimo, mi disse che Israele aveva fatto un "terribile errore" quando "l'IDF ha chiuso tutta la West Bank ai giornalisti durante l'Operazione Scudo Difensivo e ha lasciato la zona aperta alle dicerie diffuse abilmente dai portavoce palestinesi. Non avevamo modo di controllare queste voci e molti di noi dovevano basarsi sul sentito dire per scrivere i propri articoli. Ovviamente quando le televisioni trasmettono i portavoce palestinesi in diretta che fanno le loro accuse, a quel punto noi dobbiamo adeguarci".
Invece l'Autorità Palestinese raramente si mette in contrasto con la stampa straniera. Una rara eccezione avvenne nell'ottobre del 2000, quando due soldati israeliani vennero linciati alla stazione di polizia di Ramallah. La scena truculenta fu filmata da una troupe della televisione italiana e spedita all'estero senza essere passata attraverso la censura dell'Autorità Palestinese, la quale poi pretese una scusa e una promessa che non sarebbe mai più accaduto, pena la perdita del permesso di coprire i territori palestinesi. Gli italiani fecero mea culpa e promisero che non avrebbero mai più messo in imbarazzo i loro ospiti. Noi chiedemmo ai nostri inviati di volare a Roma e intervistare qualche membro della troupe, i quali ci raccontarono - e registrammo queste dichiarazioni - come fossero stati costretti da agenti palestinesi a scrivere una lettera di scuse.

D:
Quali consigli darebbe al Governo Israeliano per migliorare la sua immagine nei media occidentali?
R: Invece di vietare ai giornalisti le "zone militari chiuse", l'IDF e il Governo Israeliano dovrebbero facilitare la copertura giornalistica di ogni evento, non importa quanto delicato o pericoloso. Impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro, in qualche raro caso perfino sparare nella loro direzione, ha scarso effetto nel farsi amici i media.
Penso che il modo migliore con cui Israele può migliorare le proprie relazioni pubbliche sia migliorare le proprie relazioni umane. C'è anche un dato positivo da registrare, Israele ha finalmente cominciato a fornire ai corrispondenti informazioni di background più concise e utili, kit, cd-rom e schede sui nemici di Israele. Però Israele, piuttosto che fornire ai giornalisti i mezzi per raggiungere la zona dov'è avvenuto un attacco, preferisce ancora tenerli lontano. In breve Israele deve trattare i giornalisti con meno sospetto e più rispetto.

D:
Ritieni che molti giornalisti occidentali abbiano un pregiudizio anti-israeliano o che siano altri i fattori che favoriscono il punto di vista palestinese?
R: Concordo con la valutazione del Dr. Mike Cohen, un analista della comunicazione strategica che vive a Gerusalemme e che è un ufficiale della riserva dell'IDF. Egli dice che la maggior parte dei giornalisti non sono intrinsecamente anti-israeliani, antisemiti o pro-palestinesi. Essi però vengono facilmente persuasi dalla manipolazione palestinese, che gioca sulla mancanza di conoscenze dei giornalisti e dei direttori, combinata alla mancanza di tempo e di desiderio di approfondire i fatti. Un altro fattore è la paura di perdere accesso alle fonti e al sostegno logistico palestinesi, nel caso in cui le storie che i giornalisti raccontano venissero ritenute ostili ai palestinesi. Inoltre, i giornalisti non palestinesi vengono deliberatamente intralciati e intimiditi quando cercano di raccontare cose che possono imbarazzare l'Autorità Palestinese. So di parecchi giornalisti stranieri che hanno scritto di casi di istigazione all'odio da parte palestinese e ai quali da allora sono state vietate le informazioni palestinesi.

D:
Ci sono voci di dissenso fra i giornalisti palestinesi?
R: Si sentono raramente voci di dissenso fra i palestinesi perché chiunque critichi pubblicamente l'Autorità Palestinese può essere arrestato e perfino giustiziato. Ai giornalisti stranieri viene detto che la persona in questione era un "collaborazionista" e i giornalisti diligentemente riportano la notizia in questi termini. Un caso esemplare: all'inizio di marzo del 2002 la BBC ha riferito la notizia dell'esecuzione di due palestinesi accusati dall'Autorità Palestinese di collaborazionismo. Quando la troupe della BBC ha incontrato le famiglie delle due vittime, hanno scoperto che entrambi gli assassinati avevano un passato di oppositori dell'Autorità Palestinese e che entrambi avevano criticato apertamente Arafat. I corrispondenti della BBC mi dissero che erano dissidenti, non collaborazionisti, ma anche che la redazione esteri della BBC decise di non trasmettere il servizio.

D:
In ultima analisi, quanto è importante il fattore delle Pubbliche Relazioni nel conflitto israelo-palestinese?
R: È cruciale. Finché i giornalisti occidentali dipingeranno l'Autorità palestinese come una paladina dei diritti umani e Israele come un brutale occupante, i fondi per lo sviluppo degli Stati Uniti e dell'Unione Europea continueranno a finire nelle tasche di Arafat con scarse proteste pubbliche su come questi soldi vengano usati per sovvenzionare l'Intifada, compresi gli attentatori suicidi, come provato dai documenti presi nell'ufficio di Arafat durante l'Operazione Scudo Difensivo. Finché i professionisti delle Pubbliche Relazioni palestinesi continueranno a dettare le linee guida ai media, gli israeliani continueranno sempre ad essere dipinti come i cattivi e i palestinesi come le vittime. È tempo di cambiare il copione. (Reform judaism online - trad. Valentina Piattelli per amici di Israele, 16.09.02)


barbara




permalink | inviato da il 23/4/2006 alle 18:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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