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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


5 aprile 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 7

Sebbene fra il primo e il secondo soggiorno fossero passati appena sei mesi, le differenze sono state abissali. Nel 1986 potevo tranquillamente girare a piedi di sera, anche da sola, anche per strade poco frequentate e poco illuminate, senza avere mai la sensazione che potesse davvero succedermi qualcosa di brutto. Quando ci sono tornata, nel luglio del 1987, la situazione era radicalmente cambiata: di sera meglio muoversi sempre in compagnia, meglio ancora in taxi, strade poco frequentate o poco illuminate da evitare con cura; e nonostante le precauzioni, in cinque mesi ho subito uno scippo, tre aggressioni, i ladri a casa, e parecchi altri inconvenienti minori. In una delle aggressioni, tra l’altro, mi è stato violentemente strapazzato un seno (va però precisato che non si trattava di un’aggressione sessuale: il seno, nella cultura somala, è esclusivamente quella cosa che serve per nutrire i figli, e non è investito di alcuna valenza erotica. Immagino che sia stato scelto unicamente perché si sa che la parte è estremamente delicata, e fa molto più male di un braccio o una spalla). Non so se ci sia un nesso o se si sia trattato unicamente di una coincidenza, ma poche settimane dopo mi sono accorta di avere un nodulo, che ho dovuto poi operare (quella volta comunque era benigno, e me la sono cavata con poco). E lo scippo, devo dire, è stato molto bello: chi era presente testimonia che ho reagito “con la decisione di un Rambo e l’eleganza di una Carla Fracci”. Una volta all’anno, in occasione di non ricordo più quale ricorrenza, veniva decretata un’amnistia: «Non per gli assassini, naturalmente – mi è stato spiegato – e neanche per quelli che sono contro il presidente!» I beneficiati dell’amnistia erano dunque dei poveri ladri di polli, che non possedendo arte né parte, non potevano fare altro che rubacchiare per poter mangiare, e nel giro di un mese o due tornavano dentro tutti. E uno di questi è toccato anche a me. Ero in pieno centro, con una collega, diretta al circolo culturale francese. Di sera, ma la zona era abbastanza ben illuminata. L’ho visto, quando mi si è avvicinato, ho notato lo sguardo un po’ spiritato. Mi ha sfiorato un braccio, ho respinto il contatto, si è allontanato. Poi, forse, più che il timor poté il digiuno: si è riavvicinato, con maggiore decisione, ha afferrato la mia borsetta, ha dato uno strappo, è scappato. Io ho urlato un immenso «nooooooooo!» («l’urlo della vergine violentata» ha commentato poi la collega), mi sono girata e mi sono posta all’inseguimento gridando «Al ladro! Al ladro!» (giuro: neanche morta ci avrei creduto, che sarei stata capace di fare una simile cosa da filmetto di serie C come gridare al ladro al ladro!). Corro come un fulmine, nonostante i miei tre pacchetti di sigarette quotidiani e l’età non proprio verdissima, ma lui corre di più: io ho in gioco soldi (pochi) e chiavi di casa, lui la galera, e forse anche qualcosa di più. E dunque lui guadagna terreno, sto quasi perdendo la speranza di poterlo raggiungere quando quattro ragazzotti gli si parano davanti, gli sbarrano la strada, lui infila una stradina laterale e loro dietro, lo inseguono, lo incalzano, lui toglie il portafogli e lascia cadere la borsa; quando stanno ormai per raggiungerlo, lascia cadere anche il portafogli, e si accontenta di riuscire a scappare. I quattro raccolgono borsa e soldi, e mi consegnano il tutto, senza una parola. E il mio primo pensiero è stato: fossi stata in Europa, col cacchio che i passanti mi aiutavano!
Erano cambiati anche i mendicanti, in quei pochi mesi: prima se ne stavano accoccolati nelle loro postazioni, accontentandosi di tendere la mano ai passanti. Nel mio secondo soggiorno, oltre ad essere diventati più numerosi, si erano anche fatti decisamente aggressivi, non esitavano a mettere le mani addosso a chi passasse loro davanti senza mettere mano al portafogli, impedendogli fisicamente di andare oltre. La situazione sociale, politica, economica, si andava rapidamente deteriorando. I prezzi aumentavano vertiginosamente e gli stipendi restavano fermi. Il malcontento cresceva e cresceva in proporzione la pressione del regime. La cosa più sconcertante è stata la singolare involuzione in senso fondamentalista. C’era una grande, e giustificatissima, rabbia contro il governo italiano che foraggiava e armava e manteneva saldamente in sella il feroce dittatore Siad Barre, e in questo contesto parecchie volte mi è capitato di essere presa a sassate per strada, forse da quelli stessi che pochi mesi prima mi salutavano chiamandomi “walaal”, sorella – al punto che negli ultimi tempi, in certe zone, non mi azzardavo più ad andare a piedi neanche per poche centinaia di metri in pieno giorno. Ebbene, non mi sarei affatto meravigliata se mi avessero chiamata «sporca italiana» o «lurida bianca» o qualcosa del genere. E invece che cosa mi gridavano? «Gal! Gal!»: infedele! Con tutto ciò che avrebbero potuto recriminare sul piano politico, sul piano economico, sul piano sociale non a me personalmente, ma nei confronti del governo che, in quella circostanza, mi trovavo a rappresentare, l’unico argomento che trovavano per prendermi a sassate, improvvisamente, era diventato il fatto di non essere musulmana.

barbara


e oltre il deserto ... il mare!




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