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Diario


4 aprile 2006

E ANCORA

È un po’ vecchio, questo articolo di Susanna Legrenzi. L’ho lasciato lì a decantare, per un po’; credo che adesso sia il momento giusto per rispolverarlo. Sconsigliato ai deboli di stomaco.


Alla Biennale di Venezia, lo scorso giugno, si è chiusa in un box di cemento, dove ha inflitto al suo corpo trecento colpi di frusta. Non un numero a caso, ma il conto da fonte ufficiale delle donne uccise in Guatemala nei primi sei mesi del 2005; un paese che ha vissuto 40 anni di dittatura e poi 36 di guerra civile. Una performance violenta premiata da un Leone d'Oro: un'autoflagellazione, figlia della Body art, certo. Ma soprattutto di un impegno sociale che distingue Regina José Galindo dagli altri artisti che si sono espressi col proprio corpo a partire dagli anni Sessanta. Oggi [...] la incontriamo a Milano, alla Prometeo Gallery, dove è in corso la sua prima personale italiana. Autodidatta, trent'anni, corpo scarno da adolescente, maglietta rossa, una scritta - I'm anarchist - all'appuntamento RJG sembra sbucare dal nulla. Viso minuto, capelli castani legati sulla nuca, occhiali da vista, si muove con la leggerezza di un elfo mentre con gelido autocontollo racconta di sé, del suo lavoro, del Guatemala: «Paese dove la violenza fa parte del quotidiano. E, più che altrove, bambine e adolescenti, madri e mogli sono vittime di soprusi, se non già di vere e proprie torture domestiche che a volte sfociano in omicidi atroci per morbosità e accanimento». Ma RJG non si limita a denunciare la punta di un iceberg: il suo sguardo va oltre, si insinua in storie che restano sommerse, in sofferenze e umiliazioni private. Tra le azioni contro di RJG non si può dimenticare un video - Imenoplasta - che la ritrae mentre si sottopone a un'operazione di ricostruzione dell'imene. «In Guatemala è un intervento molto diffuso sebbene illegale, come del resto è ancora illegale l'aborto» racconta oggi. «Eppure per entrambi, basta raggiungere una clinica qualsiasi e presentarsi con 350 euro in tasca. Paura? Durante l'intervento no. L'ho sentita salire solo all’uscita dal day hospital quando ho iniziato a dissanguarmi per via di un'emorragia interna che ha messo a repentaglio la mia vita, così come è certamente accaduto a chissà quante altre donne costrette a "comprarsi" una seconda verginità per paura di non potersi più sposare».

È ora di pranzo: nel tardo pomeriggio nella galleria - che ospita le opere fotografiche tratte da alcune delle sue "azioni" - RJG è impegnata in una performance. Certamente forte. Probabilmente cruenta. Le domandiamo come vive l'attesa: non risponde. «Mi interessa comunicare e lavorare sul sociale. Con ogni azione mi pongo sempre due obiettivi: uno personale e l'altro collettivo. Nel primo caso le mie performance sono un atto di psicomagia alla Jodorowsky con il quale cerco di curare la mia sofferenza interiore. Nel secondo, invece, entra in gioco la mia responsabilità politica, il mio punto di vista di artista, pur sapendo che l'arte non può salvare il mondo, ma forse può salvare solo me». Un paio d'ore più tardi Regina si presenta al pubblico vestita con un abito nero, tagliato da un lungo spacco. Senza mostrare alcun turbamento si accomoda su una sedia e con imperturbabile lentezza comincia a incidere una parola - terra - nella sua coscia e lo fa usando uno scalpello che la lascia sanguinare così come sanguinano le sue donne e il suo paese. Qualcuno non regge e abbandona la sala. Mentre RJG, lei, non abbandona mai. In passato ha detto: «Perché ho deciso di fare l'artista? All'inizio per rompere il silenzio famigliare. La nostra storia non potrà mai essere cancellata; basta un solo guatemalteco che la ricordi. lo oggi sono uno di loro». Lo testimonia un'altra sua azione presentata alla Biennale del 1999: El dolor en un panuelo. In quell’occasione, nuda e bendata, era legata a un pannello, mentre sul suo corpo nudo scorrevano le immagini che davano conto degli atroci abusi commessi sulle donne.
  


«Il pubblico non poteva entrare nella stanza, ma vedeva la scena da un foro nella porta» ricorda oggi, spiegando che «è proprio l’attitudine che abbiamo adottato noi guatemaltechi: vedere; senza poi far niente. Le famiglie in Guatemala hanno ancora una struttura patriarcale. Per le donne l’unica via di fuga è rappresentata da un sogno: gli Stati Uniti, dove ognuno di noi ha un parente e ognuno di noi si immagina una possibile seconda vita. Chi resta porta ancora i segni della storia recente: una storia violenta. Io ero ancora una bambina durante gli ultimi anni del conflitto armato. La guerra civile l’ho capita solo dopo. La regola nella mia e in molte altre famiglie era di non parlare di quelle cose: nascondere la realtà. Per esempio, lasciando i propri figli sempre davanti alla televisione senza affrontare quello che accadeva oltre l’uscio di casa. A Ciudad de Guatemala vivevo in una zona molto calda, la 3: lì, l’anno passato, ho trovato una scatola di cartone con brandelli di gambe di una donna. La mia cagna Maga si è messa ad annusare come se fossero ossa di vacca ... è stato terribile, ma in Guatemala questo può accadere a ogni angolo. Dopo la firma della pace esiste una “supposta pace” che per me non è altro che una guerra mascherata. Noi guatemaltechi ci uccidiamo l’un l’altro e questo è il risultato di tanti anni di violenza. È come se avessimo la violenza nel sangue».
In Guatemala, racconta sempre RJG, la maggior parte dei delitti resta ancora impunita. «I casi di omicidi di donne vengono per la maggior parte archiviati. Se una famiglia per esempio denuncia la sparizione di una figlia, la polizia comincia a impegnarsi nelle indagini solo 48 ore dopo. Dicono che questa era una pratica diffusa all'epoca del conflitto armato, quando veniva denunciato un desaparecido, non si apriva il caso se non 48 ore dopo, in modo da poter depistare i sospetti». Alle donne e più in generale al suo popolo (e in fondo a se stessa) RJG ha sempre cercato di restituire una voce oltre l’ombra: è accaduto con Lo voy a gritar al viento. Ricorda: «Per più di un'ora il mio corpo è rimasto appeso a vari metri di altezza, in uno spazio pubblico, con molto movimento. Da lassù ho continuato a leggere poesie senza microfono, con la voce che si perdeva nell'aria. Una metafora della situazione della donna nelle nostre società, dove la sua voce non è ascoltata». A cena, dopo la performance milanese, RJG lamenta un dolore alla gamba scarnificata. Quando ci congediamo, il sentimento è di forte confusione emotiva. La vediamo andare via, esile e minuscola. Mentre restano pesanti come zavorre le sue parole. Un diario della violenza. Atroce e freddo. Come i suoi racconti. Di un altro mondo, il nostro mondo.

Nostro. Anche se sta al di là dell’oceano, perché la sofferenza non ha passaporto, non ha lingua, non ha razza, non ha religione. Cerchiamo di non dimenticarlo.






barbara

Aggiornamento: per aggiungere un nuovo tassello al quadro (grazie al Grande vecchio Toni).




permalink | inviato da il 4/4/2006 alle 1:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (15) | Versione per la stampa
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