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Diario


3 aprile 2006

DONNE ANCORA: INFERNO SENZA FINE

Questo articolo di Gianni Francone ci offre un altro spaccato sulla condizione delle donne nel mondo.

Fiori, grandi fiori con i petali colorati, e i petali sono schiene, e ogni schiena è una donna. Viste dall'elicottero, le "signore di Hunza", disposte in grandi cerchi a mondare orzo, sono corolle in un mare di verde. Dietro di loro il bianco abbagliante dei monti del Karakorum e intorno l'arancio degli albicocchi gravidi di frutta. Viste da vicino, queste ragazze di ogni età, che portano avanti l'economia agricola di quella che fino a vent'anni fa era una delle zone più povere e desolate del Pakistan, sono un piccolo sogno realizzato nell'inferno della condizione femminile nel sud dell'Asia, una luce nel buio, una rosa nel deserto. Siamo nella valle dell'Hunza, nel nord del paese, quasi al confine con la Cina. È un piccolo mondo antico di fede ismailita, l’ala più progressista dell’islam. Ha un capo religioso: Karim Aga Khan, proprio lui, quello delle ville in Costa Smeralda. E un motto: "Prima le donne". Khadja, giovane insegnante del villaggio di Karimabad, che porta il chador al collo come fosse un foulard di Gucci, dice che se stiamo cercando qui esempi di sfruttamento o di lavoro nero abbiamo sbagliato tempo e luogo. «Se hai un figlio e una figlia e non hai denaro sufficiente per mandarli a scuola e farli lavorare, dai la precedenza alla femmina» recita la maestrina citando a memoria il pensiero di Aga Khan III, nonno di Karim. E spiega come, dal 1982 a oggi, il progetto di sviluppo rurale in cui il magnate investe 60 milioni di dollari all'anno abbia avuto come motore le donne: che riunite in decine di cooperative sono riuscite a trasformare un pezzetto di Pakistan in una valle verde dove la disoccupazione è quasi sconosciuta e il mobbing è un termine
incomprensibile.
Ma il sogno finisce qui. Per avere un'idea diversa sul lavoro femminile nel sud del mondo non c'è bisogno dell'elicottero. Basta un computer. Basta scorrere, per esempio, il clamoroso mea culpa sbattuto in rete nei giorni scorsi dalla Nike, l'azienda simbolo della globalizzazione. Si chiama "Responsibility report", vale a dire: ecco dove abbiamo sbagliato. Fuori le cifre. C'è un esercito proletario di 650 mila persone che cuce scarpe, palloni e quant'altro per Nike, e la maggior parte di questi "soldatini" silenziosi, sparsi in una miriade di aziende e pseudo laboratori dall'India al Sudest asiatico, sono ragazze. Hanno in media dai 19 ai 25 anni. Lavorano più di 60 ore la settimana. «Ammettiamo che nella maggior parte delle fabbriche si verificano abitualmente casi di maltrattamenti verbali e anche fisici» si legge nel rapporto Nike, «e in molte strutture l'organizzazione sindacale è fortemente ostacolata, se non addirittura vietata». Un quadro che lascia trapelare particolari agghiaccianti come quello, documentato, che in molti di questi tristi santuari del lavoro nero sia in vigore e fatto rispettare, addirittura il divieto di andare a far pipì o di dissetarsi durante tutta la giornata lavorativa. Bellissimo questo “mea culpa” della Nike. Peccato che, se la memoria non m’inganna, dalla Nike abbiamo finora sentito almeno una dozzina di mea culpa ogni volta che viene fuori che nelle sue fabbriche ci lavorano, in condizioni disumane, dei bambini. E ogni volta che qualcuno ci va a ficcare il naso si torna a scoprire che, alla faccia dei pittoreschi mea culpa, continuano a lavorarci i bambini (ndb).
Questo per quanto riguarda le oltre 700 fabbriche a cui Nike subappalta la sua produzione, e che quindi in qualche modo da oggi sono "controllate". Poi ci sono le piccole aziende locali, sparse nella giungla, celate tra le catapecchie dei villaggi dove nessun ispettore metterà mai il naso se non altro perché non è in ballo il prestigio di un marchio celebre nel mondo. Qui, prima ancora che il lavorare, è l'essere donna la sfida da vincere. Prendiamo l'India. Ovvero l'unico paese in cui l'inferiorità femminile è anche un fattore matematico: se a scuola vi hanno insegnato che al mondo le donne sono più degli uomini, sappiate che questo triangolo solcato dal Gange è l'eccezione che conferma la regola. Santo cielo, ma perché anche un buon giornalista in grado di fare uno splendido articolo come quello che stiamo leggendo deve cedere alla tentazione di sparare un luogo comune imbecille come questo? In che modo un’eccezione confermerebbe la regola? Da quando in qua le regole hanno bisogno di eccezioni per essere valide? (ndb). Novecentoventinove femmine ogni mille maschi. È l'effetto devastante di una selezione che ha ben poco di naturale.
L'infanticidio delle figlie femmine è una pratica ancora tristemente diffusa nelle zone rurali dell'India, soprattutto nel Tamil Nadu» si legge in un rapporto di Amnesty lnternational. E tra le bambine sopravvissute ci sono quelle che non si dovrebbero toccare nemmeno con un fiore, ma il riguardo è per il fiore, perché appassirebbe. Sono le "intoccabili”, le impure, appartenenti alla casta infima dei Dalit: il popolo non popolo dell’lndia più arretrata, relegato ai lavori più umili, un esercito di ragazzine costretto ad attività come il trattamento degli animali morti e putrefatti o la pulizia dei pozzi neri. Qui il “contratto” di lavoro è a tempo indeterminato, diciamo pure a vita: si chiama “schiavitù per debito”. Un meccanismo perverso che parte da quello che, come pure nel vicino Bangladesh, è l'unico motivo per cui valga la pena che una donna esista: il matrimonio. Obbligo che comporta di trovare i soldi per una buona dote, e che giustifica il fatto che la famiglia si indebiti. Per l'equivalente di tre, quattromila euro. Il "ricco” presta, il padre va a casa tranquillo, la futura sposa e gli altri figli si mettono al lavoro. Nella migliore delle ipotesi si infilano in tasca l'equivalente di mezzo euro al giorno: se vuoi anche farci stare la ciotola quotidiana di riso, sono anni e anni di lavori forzati.
In Sri Lanka non siamo messi molto meglio. La prossima volta
che bevete un tè fateci un pensiero: nell'isola la stragrande maggioranza di chi lavora in piantagione è femmina. Ma è difficile dire se stia peggio chi resta in patria o chi va a lavorare all'estero. A Singapore, per esempio, le donne cingalesi vanno per fare le colf. E secondo l'agenzia Human Rights Watch, sono le colf più infelici del mondo: fanno le pulizie praticamente gratis, esposte a ogni tipo di sopruso. Perché, per essere in regola, ogni lavoratrice deve pagare al governo l'equivalente di 300 euro al mese, molto più della paga: il che significa non fermarsi mai, sette giorni su sette, 10-12 ore su 24; con qualche "premio” qua e là, tipo l'espulsione immediata dal paese se ti beccano incinta.
E in Cina hanno pure il coraggio di festeggiare l'8 marzo. «Nel prossimo volo spaziale ci sarà una donna astronauta» ha annunciato in occasione della festa della donna Gu Xiulian, presidente della Federazione femminile cinese. Ma se dalle basi spaziali vai in campagna, o nelle fabbriche tessili, non è più festa. Il non governativo China Labour Bulletin parla chiaro. Attualmente le lavoratrici in Cina sono 330 milioni, pari al 46,7 per cento della popolazione attiva. Quasi quanto gli uomini. Però i lavori meno gratificanti li fanno quasi tutti loro. Fin da bambine, perché i maschi devono andare a scuola: dopo la privatizzazione dell'economia, le spese scolastiche sono aumentate, e le famiglie dovendo scegliere non hanno dubbi. Secondo stime ufficiali, l'83 per cento di coloro che abbandonano la scuola nei nove anni obbligatori di istruzione sono femmine. Si preferisce mandarle a lavorare, ovviamente in quei settori che non richiedono particolari titoli di studio. Ed è altrettanto ovvio che lo scarso grado di cultura generale fa sì che le donne arrivino nei campi e nelle fabbriche senza conoscere i propri diritti; e accettando qualsiasi condizione di lavoro. Rinunciando a un salario adeguato e soprattutto alla propria dignità.
Cambiando continente, non cambiario i termini della condizione femminile. In Africa l'orario di lavoro delle donne arriva a 17 ore al giorno tra casa, cura dell' orto o degli animali da cortile, vendita dei prodotti della terra. Sono loro a raccogliere l'acqua e la legna, a occuparsi dei bambini e degli anziani. Sempre a loro è affidato, secondo i dati Onu, il 90 per cento della produzione alimentare, e rappresentano il 66 per cento della manodopera agricola. Eppure, quando si tratta di concedere denaro, all’improvviso sono gli uomini a farsi avanti: solo l’1 per cento del credito all’agricoltura, infatti, è destinato alle donne.
Nelle città, la situazione peggiora. Mentre l'Occidente delocalizza, le periferie urbane del Terzo Mondo si riempiono di capannoni con manodopera a basso costo. A Città del Guatemala le maquilas, cioè le industrie tessili che producono per i grandi marchi occidentali, impiegano all'80 per cento manodopera femminile. Le operaie lavorano a cottimo, con straordinari obbligatori e una paga che oscilla trai cinque e i dieci dollari al giorno. Alternative? Poche: vendere tortillas o fiori. E intanto la disoccupazione aumenta: nelle città dell’America Latina secondo l'Organizzazione mondiale del lavoro sono 6,5 milioni le donne disoccupate, un terzo delle quali capifamiglia. La strada per la parità è ancora lunga.

Se poi qualcuno, oltre a tutto questo, avesse l’idea di violentarle, magari ancora quasi bambine, c’è sempre la speranza di trovare un giudice lungimirante che capisce che uno stupro in un ambiente degradato non è poi una tragedia: se giudici così si trovano perfino da noi, figuriamoci se non se ne possono trovare nel terzo mondo.

barbara




permalink | inviato da il 3/4/2006 alle 0:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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