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Diario


12 marzo 2006

STEVEN SPIELBERG, SEI UNA PIPPA

È un peccato che Steven Spielberg non abbia letto i documenti dell’amministrazione Nixon, prima di girare il suo film Munich. Quella lettura l’avrebbe aiutato a capire perché Israele decise di dare la caccia e uccidere i terroristi che avevano progettato e realizzato la strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco del 1972. E perché le “uccisioni mirate” costituiscono ancora oggi uno dei principali strumenti dell’azione anti-terrorismo israeliana.
Secondo quei documenti, declassificati la scorsa estate, il presidente Nixon, indignato per l’attentato palestinese alle Olimpiadi, propose inizialmente di adottare sia una risposta concreta molto forte – taglio del sostegno economico a “qualunque paese che ospiti o dia copertura a questi delinquenti internazionali” – sia una serie di gesti simbolici, fra cui quello di volare in Israele per presenziare personalmente ai funerali degli atleti assassinati. I suoi consiglieri, tuttavia, e in particolare l’allora consigliere alla sicurezza nazionale Henry Kissinger, lo dissuasero rapidamente dal realizzare tali propositi. Kissinger propose piuttosto che gli Stati Uniti “andassero all’Onu per vedere se potevano ottenere qualche divieto internazionale sul dare ospitalità a formazioni guerrigliere eccetera”. Come annotò il suo vice Alexander Haig in un promemoria, Kissinger ammetteva apertamente che “è improbabile che passi una qualunque risoluzione in questo senso”, in parte a causa della Cina che avrebbe molto probabilmente opposto il veto. Anche l’allora segretario di stato William Rogers informò Nixon che “sarebbe stato impossibile ottenere qualche intervento da parte dell’Onu”. Spiega Kissinger: “Questo era vero, ma [il nostro tentativo all’Onu] sarebbe servito a dissuadere Israele dall’agire”.
In altre parole, Kissinger voleva che gli Stati Uniti si astenessero dall’adottare qualunque azione effettiva contro il terrorismo anti-israeliano, e nello stesso tempo che prevenissero azioni da parte di Israele rabbonendolo con gesti peraltro volutamente vani. E alla fine riuscì a convincere Nixon a seguire questa strada.
Questa, va ricordato, non fu la reazione di un paese nemico, bensì di quello che era il migliore alleato di Israele, come si vide bene un anno dopo, durante la guerra di Yom Kippur, quando gli eserciti arabi aggressori riuscirono quasi a realizzare l’obiettivo di cancellare Israele dalla carta geografica. In disperato bisogno di armi e munizioni, Israele fece appello ai paesi cosiddetti amici e Nixon rispose con un ponte aereo che contribuì alla vittoria di Israele in quella guerra. Viceversa, i paesi europei non permisero nemmeno agli aerei americani di fare scalo sul loro territorio per rifornimenti.
In effetti, dopo Monaco Kissinger aveva capito che persino gesti vuoti sarebbero stati troppo per l’Europa. Pertanto consigliò a Nixon di diffondere una dichiarazione in cui diceva che si era “consultato con altri governi” sull’idea di rivolgersi all’Onu, suggerendogli però “francamente di non consultarsi affatto perché, se lo facciamo, diranno di no”.
In breve, i gesti vuoti di Kissinger costituirono il massimo che Gerusalemme poteva aspettarsi dalla comunità internazionale. Fu così che Israele dovette fare affidamento sulle misure anti-terrorismo che poteva attuare da solo, senza aiuto internazionale. E le uccisioni mirate erano una di queste.
Coloro, come Spielberg, che criticano questa tattica sostengono che le uccisioni mirate non possono fermare il terrorismo e che dunque costituiscono solo una meschina vendetta. Non è del tutto vero. È vero che le uccisioni mirate difficilmente possono porre fine al terrorismo giacché normalmente saltano sempre fuori nuovi terroristi che vanno a sostituire quelli eliminati. Tuttavia, ostacolando l’attività delle reti terroristiche, questa misura può significativamente ridurre il numero di attentati riusciti. In primo luogo, ogni volta che viene eliminato un terrorista di alto livello il network terroristico deve trovare un sostituto e riorganizzarsi di conseguenza. Questo prende del tempo, durante il quale vengono sospese le normali operazioni terroristiche. In secondo luogo, se i terroristi di alto livello sanno di essere nel mirino, sono costretti a dedicare più tempo ed energie all’obiettivo di tutelare se stessi, il che riduce la quantità di tempo ed energie che possono dedicare ad organizzare attentati e stragi. Infine, quando terroristi di alto livello sono costretti ad aver paura di agire apertamente, tutta la catena di comando diventa di necessità più lunga e contorta, offrendo maggiori opportunità all’intelligence di penetrare il network terroristico e sapere in anticipo di eventuali attentati.
Che questi ostacoli possano effettivamente ridurre il volume di attentati riusciti è ampiamente dimostrato dalle statistiche degli ultimi cinque anni. Dall’aprile 2002, quando Israele ha attivamente lanciato la sua battaglia contro il terrorismo palestinese, il numero di israeliani uccisi in attentati palestinesi è diminuito di circa il 50% ogni anno. Questo calo evidentemente non è dovuto soltanto alle uccisioni mirate, giacché Israele ha messo in campo anche altre misure anti-terrorismo. Tuttavia le uccisioni mirate costituiscono senza dubbio una parte importante di quelle misure.
Oggi, come negli anni ’70, Israele farebbe volentieri a meno di queste misure in cambio dell’idea originaria di Nixon – taglio del sostegno economico a “qualunque paese che ospiti o dia copertura a questi delinquenti internazionali” – perché quella è sicuramente la più efficace di tutte le tattiche anti-terrorismo. Finché ricevono soldi, armi e asilo da parte di uno stato indipendente o quasi-indipendente (come l’Autorità Palestinese, che in pratica ha assolto questo ruolo sin dalla sua nascita), le organizzazioni terroristiche possono reggere pressoché indefinitamente. Senza quei sostegni, invece, possono essere sradicate in modo relativamente facile, come è accaduto a gruppi europei tipo la banda Baader-Meinhof in Germania.
Tuttavia, fare pressione su altri paesi affinché la smettano di sostenere il terrorismo anti-israeliano è qualcosa che Israele non può fare da solo: sarebbe necessario uno sforzo concertato da parte di tutta comunità internazionale. E questo sforzo non è più fattibile oggi di quanto non fosse dopo la strage di Monaco, trentaquattro anni fa.
Le Nazioni Unite non sono ancora riuscite a concordare nemmeno una definizione di terrorismo. L’Unione Europea ha in realtà incrementato il suo sostegno all’Autorità Palestinese dopo che è iniziata l’intifada, anche quando Yasser Arafat risultava direttamente coinvolto (con l’affare della nave Karine-A) nell’importazione illegale di armi il cui unico possibile scopo era quello di realizzare attacchi contro Israele. Allo stesso modo si è rifiutata di troncare i legami economici con l’Iran nonostante il ben documentato appoggio che quel paese garantisce al peggiore terrorismo anti-israeliano e nonostante le aperte minacce del suo presidente di “cancellare Israele dalla faccia della terra”. Intanto, chiese liberali protestanti non solo continuano ad appoggiare l’Autorità Palestinese, ma per di più fanno campagna contro gli investimenti in Israele. E così Israele è costretto ad arrangiarsi con le misure, meno efficaci, che può attuare senza aiuti esterni.
Tuttavia, dal momento che ogni singolo attentato suicida può uccidere decine di persone, ridurre il numero di attentati riusciti significa salvare ogni anno centinaia di vite innocenti. Ecco perché Israele da trent’anni dà la caccia ai terroristi, e perché continuerà a farlo finché la comunità internazionale si rifiuta di cooperare con vere ed efficaci misure nella lotta contro il terrorismo
(Evelyn Gordon, Jerusalem Post, 2.03.06)

Ecco, mi fa piacere che oltre a me lo dica anche qualcuno che ha migliore cognizione di causa (e per Tommaso ancora niente. Mi auguro che sia ancora vivo. E intero. Ma se non dovesse essere intero, mi auguro almeno che non sia vivo).


barbara




permalink | inviato da il 12/3/2006 alle 16:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa
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