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Diario


9 marzo 2006

L’OSSESSIONE DEL PERDONO (ALTRUI)

Questo articolo del Corriere della Sera, di Guido Santevecchi, mi fornisce lo spunto per qualche riflessione.

«Sono in collera. Ripeto ogni giorno quel nome: Mohammed Sidique Khan, il nome di chi ha preso la vita di mia figlia, e sento collera. È troppo duro per me stare dietro l’altare, nella mia chiesa, e celebrare l’Eucaristia, guidare i fedeli con parole di pace e riconciliazione. Perché io non perdono. E neanche lo voglio». Dopo aver ascoltato il suo cuore per otto mesi la signora Julie Nicholson, vicario della chiesa anglicana di St Aidan e St George a Bristol, ha deciso di lasciare il suo incarico di parroco. I quattro kamikaze anglo-pakistani che il 7 luglio hanno ucciso 52 persone nella metropolitana di Londra le hanno tolto la figlia Jenny e la vocazione.
Quella mattina Jenny Nicholson, 24 anni, musicista diplomata al conservatorio, stava andando al suo nuovo lavoro in una casa musicale di Londra. Dalla stazione di Paddington telefonò al fidanzato per dirgli che era in ritardo e stava salendo su un convoglio della Circle Line diretto a Edgware Road. Lo stesso treno scelto da Mohammed Sidique Khan, il maestro elementare trentenne che dopo un viaggio di indottrinamento in Pakistan aveva deciso che in nome del suo Dio avrebbe fatto pagare con il sangue agli inglesi «la loro arroganza». Ci vollero molti giorni per identificare il corpo della giovane musicista.
Al funerale, nella Cattedrale di Bristol, c’erano più di mille persone. Il coro dell’università, di cui Jenny era stata solista, intonò Hallelujah, dalla colonna sonora di Shrek, il film preferito dalla ragazza. Ma la mamma non parlò, non se la sentì di rivolgere ai fedeli e a se stessa parole di cristiana accettazione, di perdono.
Otto mesi dopo, il reverendo Julie Nicholson ha ascoltato abbastanza il suo cuore e ha deciso di parlare: «Credo che ci siano alcune cose nella vita che sono imperdonabili dallo spirito umano. Abbiamo tutti la possibilità di scegliere e quel giorno quattro esseri umani fecero la loro scelta. E io mi sento offesa e in collera per il fatto che lo abbiano fatto in nome di Dio».
Il caso del vicario Julie ha aperto un dibattito sulla stampa. Il Times ha chiesto un parere a Lord Tebbit, figura carismatica dei conservatori. Sua moglie è rimasta invalida nell’attacco dell’Ira alla conferenza Tory di Brighton nel 1984: «Perché la parola perdono abbia un senso è necessario che chi ha colpito provi rimorso; ma l’uomo che è in carcere per quella bomba non ha mai collaborato con le indagini. Lascio il perdono a Dio». Parlando alla Bbc , l’arcivescovo Desmond Tutu ha sostenuto che «restare ancorati al proprio risentimento significa chiudersi nel vittimismo e permettere a chi ha fatto del male di influire per sempre nella propria vita: perdonare libera». Il Times replica che «perdonare e dimenticare non è sempre possibile né auspicabile... la perdita della signora Nicholson è grande e la sua fede ne è stata turbata, ma la sua integrità resta intatta perché ha l’onestà di guardare nella propria coscienza». Il pio Tutu non si arrende: «Questi non sono diavoli, non hanno corna, non hanno code, il loro aspetto è normale come il nostro». Per l’ Independent: «forse è questo che rende così difficile perdonare».

Le cose contenute nell’ultima parte dell’articolo sono fra quelle che più mi indignano e mi fanno imbufalire: come si permette un giornale di andare in giro a chiedere se la signora Nicholson faccia bene o male a non perdonare? Come si permette il signor Tutu di giudicare i sentimenti di un essere umano? Chi gli dà il diritto di andare a dire, con incommensurabile arroganza, che cosa la signora Nicholson debba o non debba fare? E poi, diciamolo una buona volta: è ora di finirla con questa becera retorica del perdono. Vi ricordate quando un branco di bastardi ha assassinato Maria Letizia Berdini lanciando sassi dal cavalcavia? La prima azione degli sciacalli con microfono è stata quella di precipitarsi dal padre e dalle sorelle per chiedere: «Lei perdona?» Seguito dal coro indignato di mezza Italia quando i familiari hanno detto che no, loro non perdonavano un accidente di niente. Ebbene, io trovo indegno, io trovo immorale, io trovo immondo questo sciacallaggio dei sentimenti di chi già tanto ha sofferto. Trovo altrettanto immonda questa moda – sì, lasciatemelo dire: MODA – del perdono gratis e in pronta consegna. E trovo ancora più immondo che qualche bastardo col culo comodamente sprofondato in qualche soffice poltrona abbia la spudoratezza di giudicare le coscienze altrui (E di Tommaso, nel frattempo, ancora nessuna notizia).

barbara




permalink | inviato da il 9/3/2006 alle 1:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (35) | Versione per la stampa
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