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Diario


7 marzo 2006

STUPRO CON ATTENUANTI - AGGIORNAMENTO

Quando, nel febbraio di sette anni fa, avevano decretato che stuprare una ragazza in jeans è tecnicamente impossibile, ben pochi si erano presi la briga di difendere i magistrati della Terza sezione penale della Cassazione, sommersa per l'occasione, oltre che dall'indignazione, anche dal ridicolo. E quando poco tempo dopo gli stessi giudici avevano prodotto un'altra sentenza da cui si evinceva che violentare una donna incinta di sette mesi non comportava nessuna aggravante, qualcuno aveva chiesto che questi reati fossero trasferiti a una sezione meno ostile alle donne. Oggi invece le cose stanno andando in maniera diversa. Tornata clamorosamente alla ribalta per il caso della ragazzina di Guspini, abusata dal compagno della madre, ma dipinta come una navigata ninfetta, questa volta la Terza sezione ha trovato parecchi difensori, anche fra le donne. Eppure la vicenda appare persino più grave. La vittima, che chiameremo Maria, al momento dei fatti aveva poco più di 14 anni e aveva vissuto in una famiglia disastrata. Un padre in prigione per omicidio, un patrigno rabbioso e violento, una madre debole che prima aveva denunciato il compagno per maltrattamenti, ma poi, quando l'uomo era stato condannato, aveva ritirato la querela, probabilmente per il meccanismo di paura e di dipendenza affettiva che si ritrova spesso in queste storie. Intanto le bambine, compresa Maria, erano state tolte alla coppia e affidate a una casa famiglia. Ed è appunto agli assistenti sociali che Maria aveva parlato della violenza, raccontando (è agli atti del processo) di quando era finita con il patrigno in una porcilaia fuori dal paese. L'uomo le aveva chiesto un rapporto sessuale, lei aveva detto di no, lui aveva insistito per un rapporto orale, a cui Maria non aveva avuto il coraggio di opporsi. È vero che in quel periodo la ragazzina aveva avuto qualche altra esperienza sessuale. Ma come sostiene Massimiliano Ravenna, il suo avvocato difensore, non si trattava certo di una Melissa P. in versione sarda. Caso mai era stata proprio la mancanza di una famiglia capace di proteggerla a fare di Maria un oggetto di desiderio per qualche balordo, a cui si era aggiunto il compagno della madre. Questa era stata l'interpretazione dei giudici d'appello, che avevano condannato l'uomo a tre anni e quattro mesi. Ma gli ermellini hanno cassato la sentenza perché, secondo loro, non spiegava in modo logico le ragioni per cui l'uomo non aveva avuto le speciali attenuanti che possono ridurre la pena fino a due terzi. Entrando pesantemente nella vita di Maria, la Terza sezione ha sottolineato fra l'altro i suoi «numerosi rapporti sessuali con uomini di ogni età». E qui è scoppiata la bagarre. Di fronte alle proteste contro la sentenza, vari giuristi sono scesi in campo a difenderne invece le ragioni. Da avvocati famosi, come Franco Coppi e Giulia Buongiorno, all'ex femminista Grazia Volo fino ai magistrati del sito on line Diritto e Giustizia e al procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, si è obiettato che la sentenza era tecnicamente ineccepibile e chi protestava ne aveva visto solo qualche frase. «E invece le carte sono ancora peggio di quel che immaginavo. Dopo averle lette la mia indignazione è cresciuta ancora», sostiene Fernanda Contri, prima donna giudice costituzionale. Il punto centrale sarebbe quello del rapporto orale. Per la corte d'appello sta nella gravità di questo atto «innaturale» la ragione per non concedere le attenuanti. Gli ermellini, invece, dipingendo Maria come una ragazza spregiudicata, dicono che era stata lei a «scegliere con avvedutezza» quel rapporto. «Ma come si può sostenere che una quattordicenne in una porcilaia abbandonata sia libera di decidere?», si indigna Contri. Domenico Gallo, magistrato del tribunale minorile di Roma, che come senatore aveva votato dieci anni fa la legge sulla violenza sessuale, va oltre: «In quella legge si è fatto l'errore di unificare in un solo reato stupro e molestie sessuali. Ma dato che non si può condannare qualcuno a cinque anni per una pacca sul sedere, avevamo previsto attenuanti molto forti: che però non hanno a che vedere con casi come questo. La legge va cambiata». D'accordo l'avvocata Marinella De Nigris, secondo la quale in questo momento c'è anche una «deriva dei principi, un ritorno al passato», particolarmente evidente in un tribunale quasi solo maschile (40 magistrate contro 420 maschi) e per di più anziano come la Cassazione. Ma finché le donne non sfonderanno quel tetto di cristallo è difficile che le cose cambino. (Chiara Valentini, L’Espresso)

Ecco, adesso forse possiamo avere le idee un po’ più chiare. Adesso forse qualcuno che, in giro per i blog, ha tenuto dotte lezioni sulle tredicenni di oggi che sono tutte troie che non desiderano altro che farsi sbattere da un trentenne o quarantenne (wishful thinking?) magari potrebbero anche fare un mezzo passo indietro. Magari. Ma non è che ci si faccia troppo conto, naturalmente: i nostri polli li conosciamo, e l’età delle felici illusioni l’abbiamo lasciata da un pezzo (e Tommaso, nel frattempo, ancora non è tornato a casa).


barbara




permalink | inviato da il 7/3/2006 alle 15:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (35) | Versione per la stampa
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