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Diario


13 febbraio 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 3

Le donne, naturalmente, sono infibulate. Tutte. Di solito le statistiche riportano percentuali inferiori, ma solo perché includono anche le donne appartenenti alla nutrita comunità araba, le quali non subiscono l’infibulazione, bensì la “sunna”, consistente in una incisione rituale del clitoride per far uscire sette gocce di sangue: pratica indubbiamente dolorosissima, assurda e inaccettabile, ma comunque non mutilante. Le mutilazioni genitali femminili, va detto, sono tutte di origine preislamica e non sono ordinate dal Corano, che però ne parla e non le proibisce, limitandosi a suggerire, se non ricordo male, di “non tagliare troppo” e dunque, di fatto, le autorizza. Sono praticate, in alcune zone, anche sulle donne cristiane ed ebree; ignoro però se ebrei e cristiani le praticassero anche prima che le terre da loro abitate venissero arabizzate e islamizzate. L’infibulazione è fra tutte la più radicale, consistendo nell’escissione di tutto quello che c’è (clitoride, piccole labbra e parte delle grandi labbra), vale a dire di tutto ciò che provoca secrezioni: ciò significa che i rapporti sessuali avvengono praticamente “a secco”, trasformandosi in qualcosa di molto più simile alla tortura che al piacere. Ma non è tutto. Dopo che tutto il tagliabile è stato tagliato, i due monconi rimasti delle grandi labbra vengono cuciti insieme, ancora sanguinanti, in modo da saldarsi insieme formando un unico blocco, lasciando solo un minuscolo foro. Quindi le gambe vengono strettamente fasciate per facilitare una “corretta” cicatrizzazione. Dopo otto giorni le bende vengono tolte e sulla cicatrice viene fatto scorrere un chicco di mais: se si ferma sul foro lasciato, significa che questo è troppo grande, e allora bisogna tagliare e ricucire di nuovo. Tale foro, di pochi millimetri di diametro, è chiaramente insufficiente a far defluire completamente urina e sangue, che ristagnano all’interno provocando mostruose infezioni. Nel novanta per cento delle donne, mi ha spiegato una dottoressa italiana, la vagina è tutta un’unica piaga purulenta. Al momento del matrimonio il marito ha otto giorni per riuscire ad aprirsi un varco: nel caso non dovesse riuscirci, diventerebbe una sorta di non-uomo, praticamente una morte sociale. Chiaro quindi che ci deve riuscire. Alcuni usano coltelli, lamette, forbici, bastoni: sono i più misericordiosi. Altri hanno invece la presunzione di riuscirci con i “mezzi propri”. E dopo otto giorni di torture finiscono anch’essi, inevitabilmente, per ricorrere a qualche strumento. Il marito, comunque, apre solo lo spazio a lui necessario: al resto provvederà la testa del primo figlio. Impresa tutt’altro che facile, e infatti la fase espulsiva, che nelle donne aperte non arriva a durare mezz’ora, nelle donne infibulate dura almeno due ore, provocando la morte di un gran numero di primipare e di primogeniti. Dopo il parto, almeno le prime due o tre volte, generalmente le donne si ricuciono, da sole o con l’aiuto di un’amica. In alcune zone, mi è stato riferito da donne che ne provenivano, immediatamente dopo il parto la vagina lacera e sanguinante viene cosparsa di sale per far contrarre i tessuti, in modo che il piacere del marito non abbia a risentire della diminuita tonicità dell’organo.
Un cenno particolare, in tutto questo, merita il comportamento di un discreto numero di cooperanti. “Cooperanti” era la nostra qualifica ufficiale, in quanto partecipi del programma di cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri, ma il nome non tragga in inganno: per stare dove stavamo e fare quello che facevamo, eravamo strapagati. Le donne infibulate, come detto, sviluppano quasi sempre terribili infezioni, che trasformano ogni rapporto sessuale in un’autentica tortura, strappando loro urla strazianti. E la cosa sembrava divertire notevolmente i nostri portatori di civiltà. Capitava abbastanza spesso di udire conversazioni di questo genere:
- Le somale quando scopano urlano!
- E perché?
- Boh, sono abituate così.
Trovavano divertente ed eccitante, i nostri bravi cooperanti, scopare le somale che urlavano. Potendosi, credo, tranquillamente escludere che un uomo non sia in grado di distinguere tra un grido di piacere e un urlo di dolore, se ne deve dedurre che godevano come pazzi per il dolore straziante che provocavano in queste povere donne. Si raccontava anche, come una barzelletta, di quella notte che dalla casa di un professore si è sentito gridare, piangendo: «Professore, professore, il culo no!» Ho sentito la moglie di un cooperante sentenziare severamente: «Non avrebbe dovuto sputtanarlo a quel modo!» e un’altra cooperante ribattere con nonchalance: «Bah, se è un uomo di mondo se ne frega». Vale forse la pena di riflettere che ad ognuna di noi, credo, è capitato di sentirsi rivolgere le richieste più bizzarre e naturalmente, anche di fronte alle più inaccettabili, nessuna si mette a piangere e a gridare. Se lo si fa, immagino, è nel momento in cui il gentile partner, fregandosene del rifiuto, passa alle vie di fatto. Ecco, questo era il livello intellettuale, sociale e morale di un discreto numero di coloro che prendevano una barca di soldi per andare a portare la civiltà nel Terzo Mondo. Fratelli gemelli di coloro che oggi, qui, vanno con le schiave albanesi tredicenni, giustificandosi col fatto che «non sono mica stato io a metterle sul marciapiede» e che «tanto se non ci vado io ci va qualcun altro». Alla faccia della coscienza civile di cui, in altre circostanze, si fanno gran vanto.

Si pascolano le capre, come si può ...


... si coltiva la "terra", dove si può


barbara




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