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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


6 febbraio 2006

SOMALIA, CONSIDERAZIONI POSTUME 2

La decisione di spacciarmi per sposata l’ho presa in seguito a uno sconcertante episodio accadutomi nei primissimi tempi della mia permanenza a Mogadiscio. Era il mio giorno libero ed ero andata alla posta per spedire una lettera, intenzionata ad andare poi al lido. Alla posta avevo incontrato un giovane collega somalo che, diretto anch’egli al lido, mi aveva cortesemente aspettata, per fare poi la strada insieme. Andiamo dunque sulla strada in cui passa il baabuur per il lido e ci mettiamo ad aspettare. Poco dopo un’auto si ferma e ci viene offerto un passaggio, che naturalmente accettiamo. A bordo ci sono due uomini sulla quarantina; entrambi parlano un ottimo italiano, e iniziamo a chiacchierare. Ad un certo punto il guidatore mi chiede se sono sposata, e io rispondo di no. Immediatamente il collega mi tira una violenta gomitata sulle costole e si precipita a dire: «Ma ci sposiamo la settimana prossima», guardandomi con aria severissima. Subito i due davanti cominciano a parlare fittamente in somalo, e poco dopo il collega strilla «Joji joji joji (ferma ferma ferma) siamo arrivati!»; l’auto si ferma, il collega mi scaraventa letteralmente giù dall’auto, mi prende per un braccio e mi trascina dietro un muro. Quando sente il motore dell’auto che si allontana mi afferra per le spalle e mi sibila: «Non farlo mai più! Non azzardarti mai più a dire che non sei sposata!» e finalmente mi lascia andare, il bellissimo viso ancora sconvolto per ciò che aveva sentito dai due in macchina, e che non mi ha mai riferito.
Di solito dire di essere sposate era sufficiente, ma a volte non bastava: a volte bisognava dimostrarlo. Per la grande fortuna di tutte noi, c’era il collega E., che abitava in centro ed era quindi facilmente raggiungibile, e per tutta la permanenza a Mogadiscio è stato il marito d’emergenza di tutte noi: se quando andava ad aprire il portone del giardino si trovava davanti una collega che gli buttava le braccia al collo dicendo: «Ciao, tesoro, scusa il ritardo», la moglie provvedeva ad allontanarsi discretamente dalla finestra, per evitare di metterci nei guai, e in questo modo si risolveva, almeno per un po’, il problema.
Questo può dare un’idea della considerazione di cui godeva (gode?) la donna da quelle parti. All’università mi è accaduto più volte di venire rimproverata dai miei studenti perché avevo detto «no» a uno studente che mi aveva dato la risposta sbagliata e «sì» a una studentessa che aveva dato quella giusta: non avrei dovuto farlo, mi si spiegava, non si può dare torto a un uomo e, come se non bastasse, dare contestualmente ragione a una donna, e meno che mai se si è una donna. Per certi aspetti la situazione della donna è ancora peggiore che nei paesi in cui la sharia è legge di stato: se in quelli la testimonianza di una donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo, in Somalia valeva un terzo. Così mi è capitato di sentirmi dire da una studentessa di medicina: «Io, qui? No, scherzi? Appena laureata vado in Italia! Ma lo sai che se vedo il collega che sta sbagliando in sala operatoria bisogna che gli lasci ammazzare il paziente perché non posso dirgli che sta sbagliando?!» Perché – e questa è cosa davvero straordinaria – a differenza di molte donne arabe, ho incontrato moltissime donne somale pienamente consapevoli del proprio valore, della propria dignità, dei propri diritti. Diritti negati fin dal giorno in cui sono venute al mondo e tuttavia ben presenti nelle loro coscienze. Ho incontrato circoli di “femministe” – io che mai li avevo frequentati in Italia – e sono stata ad ascoltare, letteralmente incantata, le loro affermazioni, le loro analisi, i loro tentativi di trovare una strategia di lotta per uscire da quella loro umiliantissima condizione. E non è certo un caso se la battaglia di Van Gogh viene ora coraggiosamente portata avanti dalla sua collaboratrice somala
Ayaan Hirsi Ali. E se mai un giorno la Somalia riuscirà ad emergere dal baratro in cui è precipitata, lo dovrà soprattutto a loro, alle sue bellissime, coraggiosissime e dignitosissime donne.
 


barbara




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